sabato 30 marzo 2019

Tre pallottole per il re





















Il 29 luglio del 2020 ricorre il 120° anniversario della morte di Umberto I. Al fine di promuovere, coadiuvare e supportare tale ricorrenza, si è costituito il comitato Monza Regale che avrà anche lo scopo di promuovere iniziative culturali plurali a favore della città di Monza. Il 20 giugno alle ore 21,00, presso il teatro Binario 7 di Monza, sarà messo in scena lo spettacolo teatrale “Tre pallottole per il Re…processo a Gaetano Bresci” con la regia di Luisa Gay. Il cast, formato da avvocati del foro monzese, vede anche la partecipazione di alcune persone della società civile cittadina.


Ho attentato al Capo dello Stato perché, a parer mio,
egli è responsabile di tutte le vittime pallide e
sanguinanti del sistema che lui rappresenta e fa
difendere. E come ho detto altre volte concepii tale
disegnamento dopo le sanguinose repressioni avvenute
in Sicilia circa sette od otto anni or sono in seguito agli
Stati di Assedio emanati per Decreto Reale e in
contraddizione alle leggi dello Stato. E dopo avvenute
le altre repressioni del 1898 ancora più numerose e più
barbare sempre in seguito agli Stati d’Assedio emanati
con Decreto Reale, il mio proposito assunse in me
maggior gagliardia.


La «casa di campagna» voluta dall'arciduca Ferdinando d'Asburgo nel 1777 ed eretta in soli tre anni da Giuseppe Piermarini fu amata particolarmente da re Umberto I, tanto da farla radicalmente riadattare negli interni in stile neobarocco dagli architetti Achille Majnoni e Luigi Tarantola. Monza, nell’ospitare per una buona parte dell’anno Re Umberto I, assunse il ruolo di “vice capitale”, infatti monarchi, capi di stato, presidenti del consiglio e ministri vennero ricevuti in Villa Reale. Il regicidio sancì purtroppo l'abbandono della residenza da parte della famiglia reale e segnò l'inizio del suo lento declino.
Chi era Gaetano Bresci?
Bresci nasce a Coiano nel 1869 da una famiglia di contadini, ultimo di quattro fratelli. Di bell'aspetto. All'età di dodici anni lavora come apprendista in una fabbrica tessile. Aderisce alle idee anarchiche: dopo le leggi crispine del 1894, viene relegato al domicilio coatto nell'isola di Lampedusa, dove rimane fino al maggio del 1896. Emigrò negli Stati Uniti agli inizi del 1898, stabilendosi a Paterson (New Jersey), dove si impiegò in una fabbrica tessile. Qui allacciò una relazione amorosa con una donna irlandese, Sofia Knieland dalla quale ebbe una figlia, Maddalena. Paterson era una sorta di capitale dell'anarchismo italiano negli Stati Uniti. In questa cittadina gli anarchici vivevano la loro fede in modo particolarmente appassionato. Dopo i tragici fatti milanesi del '98, che spinsero l'esercito ad uccidere decine e decine di manifestanti che protestavano per l'aumento del prezzo del pane, l'odio per il re, la corte, i militari, la borghesia assunse toni estremi e incontrollabili. Il desiderio di vendetta per i civili uccisi nella repressione dei moti popolari di protesta e la certezza che presto vi sarebbe stata in Italia una rivoluzione sociale, alimentarono la volontà dell'anarchico pratese a compiere l'attentato al Re. Fu così che, per mettere a segno il suo piano, Bresci ritorna in Italia, dopo un lungo viaggio in nave. Si imbarca il 17 maggio 1900, da New York. Durante la traversata incontra altri due anarchici, entrambi provenienti da Paterson: l'operaio trentino Antonio Laner e il barbiere elbano Nicola Quintavalle. Conosce anche una giovane donna, Emma Maria Quazza, anche lei operaia tessile con idee e sentimenti socialisti. Giunti a Le Havre il 26 maggio, i quattro amici si dirigono a Parigi, dove vi rimasero circa una settimana per visitare l'Esposizione Universale. Ritorna a Coiano per circa quaranta giorni. Trova il tempo di allenarsi con la pistola che aveva portato con sé dall'America.
 
“Il giorno 17 Maggio ultimo scorso, partii da Nova Jorch per l’Italia col Piroscafo “La
Guascogna” della compagnia generale francese. Compagni di viaggio nella traversata furono un barbiere, un panattiere [sic] e una Signorina piemontese […] Il barbiere lo conoscevo ancora dall’America perché quando stavo a West-Hobocken qualche volta mi facevo fare la barba da lui. Il panattiere lo conobbi solamente in viaggio. La Signorina non so quali idee politiche avesse, ma posso dire sicuramente che non era anarchica. Giunsi all’Havre dopo circa 10 od 11 giorni, poi andai a Parigi ove mi fermai sette giorni. Non ebbi altro scopo di fermarmi a Parigi che quello di vedere l’Esposizione. Da Parigi mi portai a Torino poscia a Genova, indi a Prato. Durante il tempo che ero a Prato mi recai due o tre volte a Firenze, una volta a Castel S.t Pietro ove rimasi otto giorni circa presso alcuni parenti.”

Il 24 luglio, cinque giorni prima dell’attentato, arriva a Milano. Affitta una camera in una pensione. Tre giorni dopo raggiunge Monza e pernotta in un'altra locanda. Nei due giorni che precederanno l’assassinio, Bresci perlustrerà i viali adiacenti il parco reale, chiedendo notizie sui possibili spostamenti del Re. E’la sera del 29 luglio del 1900. A Monza si respira un’aria festosa. Il clima è così cordiale che le misure di sicurezza sono minime. Quella sera, forse anche per il caldo, il Re non indossa la giubba protettiva. Sono le ore 20,30. Ha inizio il concorso ginnico organizzato dalla società «Forti e Liberi». Alle 21,30 il sovrano entra nel campo per prendere posto nel palco a lui riservato. Alle 22,05 cominciano le premiazioni. Sarà il Re in persona a porgere le coppe alle squadre vincitrici. Finita la cerimonia, Umberto I sale sulla carrozza. Dopo pochi secondi, mentre ancora si sporgeva dalla vettura per salutare la folla, viene colpito a morte. Bresci è distante da lui circa tre metri. Si era alzato su uno sgabello per assistere alle premiazioni dei ginnasti. Spara tre colpi di rivoltella: uno colpisce il Re dritto al polmone, un secondo arriva al cuore, mentre l’ultimo non va a segno.

Ero vicino alla Tribuna riservata quando mi è passato questa sera, davanti il Re, in carrozza ed allora io colla rivoltella ho esploso contro di lui, mi sembra tre colpi e non già quattro.” (G. Bresci)
Muore il Re e la Villa Reale si avvia al suo declino

La carrozza riparte velocemente, nel caos, alla volta della Reggia. La corsa risulterà inutile. In assenza del medico di corte dottor Erba, il Re viene soccorso invano dal dottor Vercelli dell’ospedale di Monza e dal dottor Savio, assessore comunale, presenti sul luogo dell’attentato. L’attentatore scampa a stento al linciaggio grazie al pronto intervento dei carabinieri che lo rinchiudono nella caserma di Monza. Si consuma così l'attentato più grave della storia dell'Italia liberale. Il re aveva accettato di partecipare all’iniziativa in palestra, dietro invito e insistenza dell’unico deputato monzese del tempo: l’avvocato radicale Oreste Pennati e della giunta comunale. Il caldo afoso di quella domenica aveva fatto sì che Umberto I decidesse di spostare la sua presenza alla Forti e Liberi a dopo cena, usando una carrozza scoperta (Daumont a doppia pariglia) e senza indossare sotto il panciotto la sua maglia d’acciaio. Era noto che il Re non amava vedersi circondato da guardie di qualsiasi tipo, a cominciare dai corazzieri. Da quando era salito al trono nel 1878, era già sfuggito ad almeno altri due attentati (più un terzo mai del tutto acclarato). Malgrado il buio di quella sera, le disposizioni sulla vigilanza restarono quelle previste per l’orario diurno, a parte qualche fanale collocato per illuminare meglio il tragitto dalla villa alla palestra. A pagare per l’accaduto furono il sottoprefetto De Pieri sospeso per sei mesi, l’ispettore Leopoldo Galeazzi, da anni addetto alla persona del Re, messo a riposo con una pensione e vitalizio dal ministero della Real Casa, il delegato di pubblica sicurezza, capo della polizia, Nestore Oliari, il tenente dei carabinieri Emilio Borsarelli, che fu trasferito in Sardegna. Si aggiunsero altri funzionari toscani per non aver vigilato a sufficienza su Bresci a cui era stato negato il porto d’armi.

















Gaetano Bresci e l’assassinio di Umberto I nelle parole dei testimoni
Archivio di Stato di Milano, Corte di Assise di Prima Istanza – Circolo di Milano
Procedimento Penale contro Gaetano Bresci, 1900-1901.
29 luglio 1900, ore 22.30: l’attentato
Leopoldo Galleazzi, Ispettore di Pubblica Sicurezza: Li 29 Luglio 1900 in Monza.

Io sottoscritto Leopoldo Galleazzi, Ispettore di Pubblica Sicurezza residente a Roma, addetto al servizio di sorveglianza a tutela delle Reali persone, e perciò attualmente in servizio a Monza, faccio noto a cui spetta, che sapendo come S. M. il Re si dovesse recare questa sera alla premiazione del Concorso Ginnastico in Via Dante, ho disposto che gli agenti in borghese in numero di undici, a mia dipendenza, fossero tutti
scaglionati di servizio lungo il breve tratto di strada da percorrersi ed in parte nel recinto della palestra. [...]. Giunto il momento del ritorno [...] allorchè S. M. discese dal palco Reale, insieme alle Autorità, e montò in vettura, salutando in piedi sovr’essa la folla plaudente, io mi trovavo al mio posto solito, allo sportello di destra, e allorchè fece segno che si procedesse, mi avanzai di due o tre passi fino alla metà dei
cavalli onde far largo, lasciando però subito dopo lo sportello le due guardie di mia dipendenza Perocchi Amedeo e Tinti Luigi, mentre anche altri Carabinieri e Guardie circondavano la vettura. Ero appena giunto, come dissi, a metà lunghezza dei cavalli, che sentii dietro di me alcuni spari, parmi tre, rivoltomi immediatamente vidi il Re ripiegarsi alla sua sinistra con la faccia riversa verso l’assassino che gli aveva sparato contro quasi a bruciapelo. Questi era già stato afferrato per la giacca dal Cavalier Olivieri, Segretario di S. E. il Primo Aiutante, e per la gola dalla Guardia Cerocchi, nonché da altri cittadini, e dai Carabinieri, quasi contemporaneamente. Fu un grido di generale indignazione, e da tutti si gridava all’assassino, ammazzalo, ammazzalo, mentre tutti cercavano con le mani e con bastoni, di percuoterlo.
Amedeo Cerocchi, Agente di Pubblica Sicurezza: ... io in un baleno mi sono slanciato contro l’assassino [...] nel parapiglia, essendo io stato per un momento preso in sbaglio per l’assassino perché uno aveva gridato l’assassino è quello lì, un popolano stava per assestarmi una bastonata sulla testa, ma avendo io gridato: no, sono una Guardia! quello non mi ha percosso.”
Pietro Gambacorti Gasperini, impiegato, testimone:... “la carozza Reale avanzavasi quasi rasente la folla; tutto al più vi era lo spazio per un uomo, giunta davanti al palco che occupavo vidi un braccio uscire direi dal margine della folla, uscire qualche cosa nella mano in direzione di S. M., partire un colpo verso la testa; S. M. alzò il braccio dietro e altri due colpi seguirono [...] fu la cosa di un istante e tosto fui rovesciato dalla sedia tenendo un bambino in braccio, e mentre mi avvicinavo alla folla che iritata [sic] voleva fare dell’assassino giustizia sommaria, per cercare una mia bambina scomparsa viddi l’arrestato in viso e riconobbi in lui il giovanotto che stette tanta sera vicino a me.”
 Amedeo Cerocchi e Luigi Tinti, Agenti di Pubblica Sicurezza:
“... si stava a fianco della Vettura la quale appena proceduta di pochi passi nel recinto stesso abbiamo osservato un Individuo a noi sconosciuto che stava in seconda fila sporgere la mano armata di Revolver e sparare tre colpi un dietro l’altro contro la persona del Re. Immediatamente io Cerocchi Amedeo l’afferrai per il collo nel mentre stava subito dopo per scavalcare il recinto tentando di confondersi tra la folla e con
l’aiuto del mio compagno Tinti, e di uno Staffiere saltato da Carozza e di parecchi Carabinieri e molti Borghesi, riescimmo non solo a trattenerlo ma eziandio a salvarlo dal furore Popolare che perquotendolo [sic] da ogni parte lo voleva morto ad ogni costo. Riescimmo così a stento tra un’onda di Agenti e di popolo a trascinarlo fino ad una vettura fuori della pista e con quella l’abbiamo trasportato nel corpo di guardia nella caserma dei Reali Carabinieri. Durante il tragitto siccome io lo teneva fortemente per il collo egli mi diede un morso ad una mano [...] Io Cerocchi dichiaro pure di esser rimasto tutto lordo di sangue che sgorgava dalle ferite riportate dall’assassino per bastonate ricevute dal popolo. Io Guardia Tinti dichiaro d’avere perduto nella lotta la spilla d’oro della cravatta del costo di £ 12 ed il cappello.”
Giuseppe Salvatori e Andrea Braggio, marescialli d’alloggio a cavallo: “... ci buttammo senz’altro sull’individuo che ancora impugnava una rivoltella fumante e che stava a due passi da noi. Contemporaneamente trovandosi vicino all’assassino cooperarono maggiormente degli altri i militari del 58° fanteria Pezzera Salvatore e Stellato Raffaele. Sull’individuo si riversò moltissime persone ed a stento i militari sopracitati unitamente a tutti gli altri presenti, e guardie di P.S. in borghese ed in divisa coll’ufficialità tutta del Presidio ed al tenente dei carabinieri Reali Borsarelli Sig. Emilio potendo così sottrarlo dall’ira popolare che voleva linciarlo. L’assassino trasportato a stento nella nostra caserma disse chiamarsi Bresci Gaetano fu Gaspare d’anni 31 tessitore in seta nato a Prato (Firenze) rendendosi reo confesso del reato in parola. Poco dopo S.M. cessava di vivere. 
La testimonianza dell’impiegato Gambacorti Gasperini Pietro: “Nella fatale sera del 29 Luglio mi trovavo nel campo ginnastico colla mia famiglia composta della mia Signora e tre bambini. Presi posto di fronte al lato della tribuna a pochi metri dal centro, dalla parte dalla quale era entrata e doveva uscire la carozza Reale. Poco dopo che avevo preso posto vidi vicino a me un giovinotto di statura più alta della media, vestito di scuro, con cappello molle color nocciola. Poco prima della distribuzione dei premi essendo stanco di stare in piedi sopra due seggiole scesi le gambe indolenzite e il giovane di cui sopra, accennando alla sedia mi disse: Mi permette? Risposi: faccia pure. Egli montò in piedi sullo scranno e dopo circa una diecina di minuti scese.”

Bresci si assunse ogni responsabilità, negando di avere avuto complici o aiuti di sorta. Confermò, durante il processo svoltosi a Milano il 29 agosto, la sua volontà di colpire il Re, ritenendolo responsabile dei massacri avvenuti negli anni precedenti. Non ebbe mai un momento di cedimento o di contraddizione.
La sua difesa fu assunta dall'avvocato anarchico Saverio Merlino, dopo la rinuncia di Filippo Turati che gli fece visita in carcere e gli suggerì il nome dello stesso Merlino, quale suo difensore. Gaetano Bresci fu condannato all’ergastolo, il massimo della pena. Morirà suicida in circostanze dubbie nel carcere di Santo Stefano. L'opinione pubblica si schierò in difesa compatta del Re e della dinastia, fatta eccezione di qualche centinaio di anarchici: «Pria di morir sul fango della via/ imiteremo Bresci e Ravachol»
Pochi mesi dopo l’attentato, Zanardelli e Giolitti vennero chiamati a sostituire il ministero Saracco. La tragedia di Monza sarà una svolta decisiva nella politica italiana.
 

mercoledì 20 marzo 2019

Monica Bellucci e Vincent Cassel


«È una donna che rispetto e a cui voglio molto bene, non le farei mai del male. Se avesse bisogno di me, la raggiungerei in capo al mondo» Vincent Cassel, a distanza di anni, ha ancora parole affettuose per la sua ex moglie. Monica Bellucci e Vincent Cassel, sono state una delle coppie più glamour del cinema mondiale; hanno vissuto un amore intenso. L’attrice era consapevole che: la magia tra Vincent e me è intatta, ma mi domando tutti i giorni: per quanto tempo ancora? Non credo che si possano stabilire delle regole affinché un rapporto duri". Insieme dal 1996 al 2013, con 14 anni di matrimonio e due figlie, Deva e Léonie. Le cronache raccontano che la Bellucci, quando vide per la prima volta nel 1996 sul set del film L’appartamento, il bel giovanotto di Montmartre lo giudicò piuttosto presuntuoso. Poi si ricredette perché capì che Vincent era l’uomo che preferiva: così sveglio e un po' selvaggio". Insieme hanno girato 8 film da "Come mi vuoi" (di Carmine Amoroso), nel 1997 il pulp movie francese "Dobermann", fino al patinato kolossal fantasy "Il patto dei lupi". A fare più discutere è stato il film "Irreversible" e la scena che destò scandalo al festival di Cannes dove l'attrice subiva uno stupro della durata di circa 12 minuti. Oggi Vincent sembra aver ritrovato la sua felicità tra le braccia della bellissima Tina Kunakey di 30 anni più giovane, sua attuale moglie. Sia Vincent, sia Monica si sono legati entrambi a persone molto più giovani. Più volte l’attrice ha dichiarato che mai si sarebbe fidanzata con un uomo più giovane di lei. Il motivo? L’avrebbe guardato come si guarda un figlio. “Mi vedreste accanto a un ventenne? Oggi trovo che un uomo con le rughe sia più interessante, i segni del tempo sul suo viso e sul suo corpo mi piacciono. Perché quello che lo rende sexy è il suo vissuto. Attraverso le pieghe del corpo si vede meglio l’anima. Gli impulsi vanno trattenuti, altrimenti saremmo come animali”.
Il suo nuovo amore, il suo Nicolas Lefebvre ha 36 anni. “È da diverso tempo che sto con la stessa persona e va tutto bene. Non fa il mio stesso lavoro ma ha uno stile di vita che gli consente di capirne tempi e modi. Vivo un momento magnifico, una ritrovata libertà.” AdChoicesParlando di se stessa aveva dichiarato più volte di essere pronta per un nuovo amore: «Oggi, ho voglia di dolcezza e di pace. Ma un’altra parte di me è ancora calda e passionale, se non fosse così, sarebbe la morte. Il fuoco c’è sempre, ma forse può bruciare altrove. Potrei infiammarmi per un film o per un uomo come quando avevo 20 anni. Ancora devo trovare una buona storia». Sembra che la Bellucci sia stata davvero stregata da Nicolas Lefebvre. L’artista e scenografo francese con un passato da modello e un’anima creativa, dai capelli lunghi, ex banditore d’asta, proprietario di una galleria d’arte a Parigi. Nato a Boulogne-Billancourt il 22 giugno 1982, di 18 anni più giovane di lei. «Non so se si tratta di un uomo normale» ha confessato l’attrice a Paris Match durante la presentazione di Dix pour cent, ma qualcuno parla già di matrimonio.

giovedì 14 marzo 2019

Maurizio Costanzo e Maria De Filippi


Nella mia vita ho provato a fare di tutto, ho provato persino a cercare di dimagrire.  Non avrei mai immaginato di poter arrivare a celebrare nel 2020 i mei 25 anni di matrimonio. Sono ancora innamorato di Maria. Per lei farei di tutto, anche scalare l’Everest.  Dopo quattro matrimoni quella giusta l’ho azzeccata. Per Maria De Filippi Maurizio Costanzo lasciò Marta Flavi, la sua terza moglie. Ha celebrato il suo ultimo matrimonio nel 1995. L’unione dei due conduttori è una lunga storia d’amore.  
Maurizio mi ha conquistata con la parola, con la sua presenza, con la costanza. E per me, ancora oggi, un punto di riferimento nella mia vita. Col tempo è diventato un incrocio di stima, di affetto e di amicizia. Il segreto della loro unione? Dormire in camere separate – ha detto Costanzo. Un’abitudine che il conduttore ha sperimentato anche nelle unioni precedenti. Non vuol dire libertinaggio. non è affatto vero che si diventa estranei, anzi succede proprio il contrario. Poi al mattino ci si ritrova: o sono io che vado da lei o è lei che viene a trovare me.
Ci diamo il buongiorno, chiacchieriamo, facciamo colazione ed è bello così. Si sono incontrati nel 1989 durante un convegno contro la pirateria musicale, a Venezia. Qualche mese dopo, lui le offrì la possibilità di collaborare per la Simco, la società di comunicazione e immagine e di diventare sua assistente. Da allora sono ancora insieme. Nel 2004 adottarono un bambino di 12 anni, Gabriele. Oggi quel bambino ha 26 anni e lavora, dietro le quinte dei format di successo condotti da sua madre Maria De Filippi, per la Fascino la società di produzioni di proprietà di sua madre. "Sono orgoglioso, è un ragazzo perbene” ha detto di lui Costanzo. Nel 1993 i due conduttori subirono un attentato dalla mafia.  Quell’episodio ha segnato per sempre la vita di Costanzo. E’ vivo per miracolo dopo quell’autobomba esplosa a Roma, in via Fauro. Se non avesse cambiato macchina, di certo non sarebbe sopravvissuto.  Erano talmente tanti i chili di tritolo che sarebbe saltato in aria con la macchina, l’autista, Maria e il cane. Fu un vero miracolo. Da allora Maria non è più salita in macchina con Costanzo. L’aveva giurato a suo padre. Dopo quel terribile attentato, i magistrati dichiararono che i mafiosi avevano inizialmente progettato di realizzarlo al Parioli, dove si presume fece un sopralluogo anche il super latitante Messina Denaro. In quel periodo l’hanno più volte pedinato, cercandolo spesso in Via Veneto. La vendetta mafiosa si scatenò dopo l’intervista che Costanzo fece in tv alla nuora di Bontade: aveva cercato di convincerla a lasciare la famiglia mafiosa.
Quella condanna a morte fu firmata da Totò Riina. Maurizio Costanzo è senza dubbio una persona dalla grande onestà intellettuale: quando Berlusconi scese in politica, radunò ad Arcore molti giornalisti fra cui Giuliano Ferrara ed Enrico Mentana. Costanzo gli disse che non l’avrebbe mai votato, essendo vicino alla linea politica di Dalema, ma che non l’avrebbe mai attaccato. E così è stato in tutti questi anni, ancora oggi. Su Salvini ha di recente affermato che: ha la grande dote di dire le cose che molta gente si vuol sentir dire. Il fatto di non essere credente rimane per il conduttore una contraddizione. Figlio unico, ha perso il padre quando aveva circa 20 anni e la mamma qualche anno dopo. La cosa più bella che mi possa accadere dopo è rincontrarli. Maria: quando mi arrabbio sul lavoro strillo, strillo per un minuto un minuto e mezzo così mi passa. Se non lo faccio mi resta l’arrabbiatura.  I miei cani comandano su tutto, poi comanda mio marito. A me non raccontano i segreti perché io poi parlo, chiacchiero. Non so come mantenerli. Se dico le bugie? Quando ero piccola le dicevo, ma i miei non volevano che le dicessi e così ho imparato a non dirle. E per non farlo ogni tanto faccio finta di non sapere le cose.
 


mercoledì 6 marzo 2019

ROSA GENONI


Una figura complessa quella di Rosa Angela Caterina Genoni. Donna audace, capace e decisa a non sottostare a un destino di povertà. Primogenita di diciotto tra fratelli e sorelle. Nasce il 16 giugno 1867 a Tirano, in provincia di Sondrio, da Luigi che fa il calzolaio e da Margherita Pini. A dieci anni viene mandata a lavorare a Milano come piscinina, apprendista tuttofare dei laboratori di sartoria. Diventò maestra e dirigente della sezione di sartoria. Scrittrice e attivista socialista, si impegnò per l’emancipazione femminile e in difesa dei valori della pace, partecipando ai più importanti Congressi dell’epoca che riguardavamo soprattutto la questione femminile e tutti gli aspetti legati ad una politica di neutralità e non belligeranza. Con l’entrata in guerra dell’Italia, inviare “pane per i prigionieri Italiani” diventò per la Genoni una vera e propria missione: raccolse donazioni e fondi, stampò migliaia di cartoline, cercò madrine per i soldati rinchiusi nei campi di prigionia. Il ritorno al passato costituiva per lei il presupposto per la costruzione di un’identità nazionale che l’unificazione politica non era riuscita del tutto a formare negli italiani. Il suo impegno sociale si consolidò in attività filantropiche, come ad esempio l’istituzione di un laboratorio di sartoria nelle carceri San Vittore, un nido per i bimbi delle carcerate e un ambulatorio ginecologico. Notevole fu il suo interesse per gli insegnamenti di Rudolf Steiner e per l’Agricoltura Biodinamica.
 
Si occupò, fin da giovanissima di politica, frequentando i primi circoli socialisti. Si batté per la formazione di un’associazione di lavoratrici nel campo della moda e a favore della produzione di abbigliamento su scala industriale che considerava uno strumento di democratizzazione della società. Nel 1895 iniziò la collaborazione con la prestigiosa Ditta H. Haardt e Figli. Nominata première sarà, in seguito, a capo di 200 dipendenti. Alle clienti propose i suoi “modelli speciali” e non solo copie degli stereotipati modelli parigini. Nel 1905 le viene affidato il corso di sartoria e modisteria alle scuole professionali femminili della Società Umanitaria di Milano, che durerà fino al 1933 quando si dimetterà per essere in netto contrasto con la presidenza fascista.  All’apice del successo, mentre la celebre attrice Lyda Borelli indossa i suoi modelli e anche la stampa internazionale parla di lei, grazie al suo impegno, nasce in Lombardia il primo Comitato Promotore per una Moda di Pura Arte Italiana.
 
Rosa non smetterà di farsi portavoce di una moda che possa essere anche forma di comunicazione capace di veicolare valori artistici e morali. Una moda che possa essere bellezza, eticità, ricerca, identità e sentimento. Due, fra i suoi abiti più belli, entrambi creati nel 1906, furono quello da sera, in raso color avorio, ricamo in argento e oro filati, sete policrome, ciniglia, cannucce, paillettes e perle, ispirato alla Primavera del Botticelli; l’altro, da corte, con il mantello in velluto di seta verde, inserti in raso giallo e merletto ricamato, con ricamo in filati metallici d’oro e d’argento, cannucce e conterie in vetro, ispirato al noto disegno di Pisanello. Per queste sue creazioni la Genoni scelse, come fonte di ispirazione, il Rinascimento, periodo in cui la moda italiana si diffuse per la prima volta in tutte le più importanti corti europee.

Karl Otto Lagerfeld


«Con il cuore spezzato sono in lutto. Prego che le vostre parole gentili e di conforto mi aiutino ad andare avanti senza papà. Grazie per le condoglianze» firmato Choupette. Il post ha ricevuto 72mila like. Non è la compagna di Karl OttoLagerfeld a scriverlo, ma la sua «ragazza ricca» come l’ha definita il Kaiser, la sua adorabile gatta birmana di sette anni, la star del web, adottata nel 2011. Il messaggio è apparso, dopo la morte dello stilista e fotografo tedesco, venuto a mancare a Parigi  il 19 febbraio all'età di 85 anni, sull’account Instagram di Choupette, creato dalla influencer Ashley Tschudin, che vanta ben più di 240mila follower. Le foto ritraggono la diva del web a quattro zampe con la veletta nera sugli occhi. Adottata dallo stilista nel 2011, forse erediterà una parte della sua vasta fortuna che ammonta a diversi milioni di dollari. Un amore incontrastato per lei: "Io non potrei mai lavorare, soprattutto leggere, se non fossi completamente solo. Detesto la vita di tipo coniugale e ho un solo grande amore, la mia gattina Choupette: è una presenza meravigliosa, morbida, sfuggente, soprattutto silenziosa
Le sue collezioni sono indimenticabili e resteranno nei libri di costume: le Maison Fendi e Chanel, con cui Karl Lagerfeld ha collaborato come direttore creativo e come direttore artistico (da 53 e da 35 anni) possiedono quasi 70mila suoi schizzi. E’ un’eredità cartacea dal valore inestimabile. La sua genialità è racchiusa nei disegni multicolore su carta che tratteggiava con matite, carboncini e ombretti per gli occhi con cui amava sfumare i suoi bozzetti: disegno come respiro. Non chiedi di respirare, accade e basta. E se non riuscissi a respirare, sarei nei guai, Io sono una specie di ninfomane della moda che non raggiunge mai l’orgasmo. Comprate vestiti della taglia che avete voglia di portare. Sbarazzatevi di tutto il resto, regalatelo, e quando non avrete più niente da mettervi, vi posso assicurare che se avete un chilo di troppo farete ogni sforzo per perderlo. Perché non c’è niente di più spiacevole di un pantalone stretto in vita”.
 
Leggendario, vanitoso, visionario, uomo di straordinaria cultura, innamorato dei libri e dell’arte, con il suo codino bianco, gli occhiali scuri e quella spietata propensione a dire sempre quello che pensava. Aveva avuto parole anche per Papa Francesco: l’altro Papa (Ratzinger) mi era antipatico, questo mi pare meglio, lo chiamerei il papa dei poveri. Ma io sono completamente agnostico, anche se adoro la religione, e penso che il cattolicesimo sia stato una buona invenzione, soprattutto perché in passato ha portato la cultura negli angoli più lontani e abbandonati del mondo. Mi piace leggerne i testi famosi, per esempio le opere di Bossuet". (a La Repubblica). La sua uscita di scena lascia un vuoto incolmabile nel panorama fashion. L’ultima sua collezione, alla quale ha lavorato dal suo letto fino al giorno della sua morte, è stata presentata alla Settima della Moda di Milano e vissuta con grande commozione in passerella anche da alcune delle sue muse Gigi e Bella Hadid, Kaia Gerber. L’altra sua ultima collezione per Chanel sfilerà invece martedì 5 marzo durante la Settimana della Moda di Parigi.
Karl Lagerfeld era anche un vero appassionato di libri dai quali non si separò mai. Un lettore instancabile e onnivoro, come più volte si è definito il terribile tedesco di Amburgo cresciuto nella Parigi di Dior, Chanel e Balenciaga. “nonostante gli impegni di lavoro leggo sempre, spinto da un senso di colpa permanente che rende la lettura ancora più piacevole. Vivo circondato dai libri. Se veniste da me capireste che la situazione è seria”. Fra i suoi libri preferiti quelli di Virginia Woolf. “I libri sono una droga pesante con la quale non si rischia l’overdose”. La sua libreria contiene più di 300mila volumi da Botticelli all’Art Nuveau, da Thomas Mann fino a Djagilev, collocati su pile che dal pavimento raggiungono il soffitto con una passerella.  Tanti sono invece i libri scritti da lui o dedicati al suo estro creativo. La lettura era una delle sue più grandi passioni infatti, quando si spegnevano i riflettori, ritrovava la pace e la tranquillità soltanto nella lettura. Tra gli innumerevoli libri su e di Karl Lagerfeld ricordiamo The World According to Karl, un volume con le sue citazioni più celebri, accompagnato dalle illustrazioni di Charles Ameline. La sua misteriosa e instancabile figura ha ispirato e stimolato scrittori, editori e registi nel tentativo di raccontarla. “Non mi affeziono per sempre agli oggetti, e neppure alle persone. Agli amici chiedo reciprocità, se l'altro non è all'altezza, è finita; ritengo superfluo perdonare, preferisco dimenticare". E’ stato il creatore di icone, ma soprattutto  è stato icona di se stesso.  Ha avuto la capacità che solo i grandi artisti hanno: mutare col mutare del tempo senza mai perdere sè stesso. Poi il tempo lo ha atteso alla fine del suo viaggio e se l’è portato via. L’aveva immaginato così il suo addio alla vita: mi fa ribrezzo l’idea di ingombrare con i miei resti. Che orrore! Quando è finita, è finita! Sono contrario alla memoria. A un certo momento bisogna sloggiare. Amo gli animali della foresta vergine. Non si trovano più quando muoiono. Karl Lagerfeld se n’è andato via ma non è riuscito a portare con sé la memoria del suo passaggio. Avrebbe voluto farlo come fanno gli animali della foresta vergine, ma non sarà così, perché noi lo ritroveremo sempre ogni qualvolta cercheremo di narrare la Bellezza.
 

sabato 2 marzo 2019

DJENNE' E LE MINIERE DI SALE DI TAOUDENNI

Dalla redazione OLTRE i CONFINI del carcere di Monza. Il racconto di Paolo.

 

La città di Djennè, una delle più antiche dell'Africa occidentale, con le tipiche case in mattoni di fango e con il tetto di paglia sorge sull'onda del fiume Niger. Io ed Anna ci troviamo al mercato ad assoporare una specie di birra a base di miglio. Nel mercato sulle rive i pescatori scambiano il loro pesce con le verdure dei contadini e con la carne e le pelli dei pastori. A Djennè arriva il sale scavato nel cuore del Sahara, prossima tappa del nostro entusiasmante viaggio nel Mali. Il mercato pittoresco e coloratissimo fa da contraltare ad una città oramai spenta e sonnolenta per la maggior parte della settimana. La splendida moschea non è visitabile perchè oltraggiata dai comportamenti non consoni ad un luogo di culto islamico, è fatta di terra battuta. Ogni anno viene sottoposta a restauro, trattandosi di una struttura di fango, ha una scarsa resistenza alle piogge. E' considerata il più grande edificio d'argilla del mondo; è il più classico e monumentale esempio di architettura sahariana. La moschea svetta sulla piazza del mercato. La nostra delusione è grande nell'apprendere che c’è un divieto per la visita alla cattedrale, dopo stemperato dalla prospettiva del viaggio alle miniere di sale di Taoudenni.
 
 
Il deserto è un luogo dove si prova la sensazione di essere soli nell'immensità di una natura affascinante quanto ostile. Un mare immenso, dove non si vedono sponde. Una città da cui spuntano cupole e minareti. Il Sahara africano, nel suo oceano di sabbia, nasconde una sorprendente varietà di paesaggi e i segreti degli ultimi nomadi del nostro tempo. Gente capace di orientarsi, di tracciare la propria rotta in un labirinto di valli e di dune, capaci di seguire la rotta al di fuori delle piste tradizionali. Con i nostri amici "TUAREG" incomincia il viaggio verso le cittadelle di Sanga e Gao. La strada non è proprio una strada. Sono piuttosto piste di vecchi traffici delle carovane di cammelli che trasportavano avorio oro e sale verso l'Europa e il Medio Oriente. Questo è il Sahel, una monotona distesa di ghiaia e qualche stelo d'erba secca. Al tramonto il cielo si tinge d'arancio. Il villaggio di Sanga risuona degli strilli gioiosi dei bambini che giocano. Mentre sorge una candida luna, si vedono i nomadi pastori che guidano le loro mandrie. La volta del cielo notturno delinea, sopra di noi, nuove stelle che compaiono da oriente.  Noi seduti intorno al fuoco. L'aria fredda entra nei polmoni e tutt'intorno si sentono cantare le cicale.
 
Al mattino si susseguono apparizioni e miraggi nel colore del mezzogiorno oscillando e vibrando come le corde di un violino, nell’alba che sorge nell'erba secca e le vaste distese d'acqua lunghe strisce di terra con i cespugli. L'aria è viva e bruciante. Fa troppo caldo per parlare. Ad un tratto, all'orizzonte qualcosa si muove. Non è un miraggio, ma una carovana di cammelli che sta venendo verso di noi. Questa terra non c'è mai apparsa così bella: pare che il solo contemplarla basti a renderci felici. Lontani, ma in prossimità della cittadella di Gao, possiamo osservare gli ippopotami e gli aironi che vivono sulle sponde e nelle acque del fiume Niger. Bellissimo il museo della scienza che custodisce la cultura dei popoli del Sahara, nel corso dei secoli. Lungo le rive del fiume Niger fa impressione vedere le case che giacciono sepolte in bare di sabbia. Nei pressi di Gao vediamo ed ammiriamo le barriere naturali che impediscono alla sabbia di invadere colture e pascoli. Come è bella la sera quando, dopo il tramonto, si giunge in prossimità del fiume o di uno stagno per farvi sosta! "Sabab el-Kheir". Dopo questo buongiorno di Anna mi metto seduto restando nel sacco a pelo senza muovermi, nè pronunciando parola.
 
Tutta la nostra attenzione è rivolta al grande spettacolo che si dischiude davanti a noi. A piedi nudi sulla sabbia fredda scrutiamo l'orizzonte senza nuvole dove una striscia di colore blu separa la terra dal cielo. L'aria è limpida, tutto tace, l'ambiente interno è calmo. Si ode soltanto il vento. All'improvviso la luce del sole spunta all'orizzonte. I caldi raggi luminosi cominciano a disegnare i profili delle rocce e delle colline. Il tutto fa risplendere il deserto. Per me un'alba nel deserto con Anna ne vale di infiniti rispetto al resto del mondo. In prossimità del confine con l'Algeria ci imbattiamo in un accampamento Tuareg. Si resta sorpresi. Entrando nelle loro tende scopriamo che sono  pulite e linde, profumate, piene di bellissimi tappeti, di vasi di ottone, di spade e coltelli con impugnature d'avorio. Le donne sono riservate, ma gentili ed ospitali. Tra i Tuareg sono solo gli uomini e non le donne a nascondere il volto. Gli strati di tessuto non li proteggono solo dal sole e dal vento, ma servono anche a celare le emozioni. Attendono il buio per togliersi il turbante.  Come mummie tornate dal mondo dei morti, i volti animati emergono alla luce del fuoco. Alcuni hanno le guance macchiate dell‘indaco dei turbanti, un segno distintivo dei Tuareg, soprannominati "uomini blu". Gli uomini scherzano e accendono sigarette aspettando che sia pronta la cena. Molti hanno l'aria così giovane, ciuffi di barba spuntano sui loro volti scoperti. L'aria è fresca e dolce e le dune brillano sotto l'ovale della luna.
 
Cantano, si versa altro tè e si raccontano storie. Il cielo, nel silenzio, è sereno e pieno di stelle. Ogni stella deve avere un proprio nome: da secoli hanno fatto da guida a questo popolo, mostrando la strada alle lunghe carovane. Ho provato find al principio un grande amore per questo popolo. E‘ un sentimento che abbraccia tutti, anziani e giovani, uomini e donne. Qui il protagonista è il deserto, perennemente uguale a sè stesso nonostante il passare del tempo e la sensualità vitale e primitiva degli uomini blu. Si conclude il nostro viaggio a Taoudenni, un remoto angolo del Sahara vicino al confine con l'Algeria e la Mauritania, dove un tempo si stendeva un vasto lago salato e ora si scava la crosta del deserto per ricavarne sale. Il Sahara racchiude belle zze sorprendenti e di grande fascino. Il silenzio del luminoso cielo stellato offre profonde emozioni. La bellezza di un'alba o di un tramonto negli ampi spazi aperti ti regala una gioiosa sensazione di libertà. Il silenzio di fronte alla meraviglia dell’universo è più consono della parola e il volto della persona amata lo si può guardare a oltranza, senza dover dire nulla. Ammutoliti.

Paolo

IL VIAGGIO DI JOELE per l’Italia

Nel carcere Sanquirico di Monza è nata  la redazione del giornale OLTRE I CONFINI coordinata da Antonetta Carrabs. Il Cittadino di Monza ha deciso di pubblicare periodicamente un inserto di otto pagine con gli articoli scritti dai detenuti. Luigi, uno dei componenti della redazione,  ha raccolto la storia di Zohayr, di Joele. E' una storia d'immigrazione che somiglia a tante altre storie di ragazzi che fuggono dall'Africa per venire in Occidente alla ricerca di un futuro migliore per se stessi e per la propria famiglia. Joele è attualmente detenuto a Monza.

IL VIAGGIO DI JOELE per l’Italia

La storia che sto per raccontarvi, è stata vissuta dal protagonista come un'avventura, con tutti i suoi contorni, rischio – paura – suspense, ma è anche piena di tenerezza e amore, insomma c'è di tutto, come le sfumature dei colori. Questo è il viaggio di Joele, ovvero di Zohayr. Una storia vera. Mentre lo intervistavo, vedevo in lui quella voglia di aprirsi, di sfogarsi e confrontarsi. Il suo solo desiderio era emergere da una vita piatta e senza futuro. Come tutti i lunedì, mi ritrovo in biblioteca, nostra vera sede logistica e fortezza da dove nascono tutti i nostri articoli che voi cari lettori leggete, con Andrea, Paolo, Erminio e Antonetta, la nostra redattrice, vero faro e guru di questo favoloso gruppo "oltre i confini". Abbiamo avuto l’idea di raccogliere storie, farci raccontare, da ragazzi di diverse etnie, le loro usanze, il loro mondo. Ho incontrato un ragazzo educato, senza dubbio di origini maghrebine, che parlava un linguaggio in italiano corretto con un marcato accento bresciano. Occhi vispi e attenti, insomma un ragazzo sveglio. Incomincia timidamente a raccontarsi, per diventare poi un fiume in piena, con momenti di commozione interrotta da attimi di tristezza e sofferenza.
 
Joele è un ragazzo del Marocco di 24 anni, originario di Beni Mellal, una cittadina distante un centinaio di km da Casablanca, ai piedi della valle più alta del Marocco. Un posto dove si coltiva la terra, si allevano e si commerciano animali.  Le case sono dipinte quasi tutte di rosso, sullo stile caraibico, perchè il monte dell'Atlante, con le sue ombre, suscita molte e potenti suggestioni con tanti colori. Sull'alto Atlante c'è la vera curvatura spazio temporale e il colore diventa rosso come quello   della roccia e delle cose. Joele abita in campagna e la sua è una famiglia umile di contadini. Fin da bambino si alza al mattino alle cinque insieme al padre per andare a lavorare in campagna. Una vita casa e campagna, divertimenti pochi.  A11 anni gli capita di frequentare degli amici, tutti con il sogno di scappare via da quella terra che tanto amavano, ma che li teneva prigionieri insieme ai loro sogni. Ammiravano quelli che tornavano dall'Europa in visita ai loro familiari e fantasticavano. Quei ragazzi avevano vestiti firmari, belle macchine e soldi, tanti soldi in tasca.  Iniziò così a parlare in famiglia del suo sogno, ma ricevette come risposta solo rimproveri.  Incominciano gli screzi con suo padre e aumentano le sue lunghe giornate di fatica e sudore nei campi. A 12 anni decide di scappare. La sua meta è l'Italia, dove pensa di poter contare sui contatti e appoggi dei suoi compaesani. Joele si macchia di una vergogna che ancora oggi lo ferisce. Per poter fuggire, ruba tutti i risparmi di famiglia: 6.000 euro. Mette il cuore un pò in pace pensando che un giorno avrebbe potuto restituirli.  Con i soldi che avrebbe guadagnato in Italia avrebbe potuto aiutare la sua famiglia e i suoi fratelli, restituendo loro una vita più dignitosa.
 
Insieme ad altri ragazzi, intraprende il lungo viaggio. Raggiungono a Casablanca la coppia di coniugi marocchini con doppio passaporto belga. Erano trafficanti di merce umana, gente senza scrupoli, veri mercenari! Parte di notte, in poullman, nell'oscurità dei cieli del Marocco, per Tangeri dove rimarrà per 3 giorni chiuso in un piccolo appartamento assieme ad altri ragazzi, nell’attesa che i coniugi diabolici si procurassero i biglietti per farli traghettare. Al mattino del quarto giorno Joele parte, insieme ad altri ragazzi, destinazione Spagna porto di Valencia. Vengono accreditati come figli della coppia. A Valencia le strade si dividono. Ogni ragazzo prende la sua strada: c’è chi si dirige in Francia, chi in Belgio, chi in Germania. Il nostro Joele sceglie l'Italia. Tappa d'arrivo aereoporto di Malpensa. Una volta sbarcato, va a Brescia dove poteva contare sull‘appoggio dei suoi compaesani, come lui sperava. Affamato e senza un euro in tasca, non trovando nessuno, si presenta davanti alla caserma della Guardia di Finanza, punto di partenza per una comunità di casa famiglia. Rimane in questa comunità per ben tre anni. Nel frattempo studia, impara a fare l'elettricista, il cuoco e il fornaio. Un giorno aprirò bottega e lavorerò per me stesso. Farò il panettiere e coronerò il mio sogno, pensava. A18 anni il denaro che guadagnava gli bastava giusto per l'indispensabile. I ragazzi che tornavano al suo paese ben vestiti e con tanti soldi in tasca erano gli stessi che ogni tanto vedeva nelle piazze del centro di Brescia. Ci volle ben poco per salire su quel treno. Il passo fu breve. E così anche Joele incominciò a girare coi bei vestiti firmato e le tasche piene di soldi.
 
Inizia a mandare soldi al paese: il padre compra un terreno, costruisce una casa. Diventa, per i suoi, orgoglio. Dopo tanti anni ritorna a Beni Mellal. Quel giorno all'aereoporto lo attendono il padre e il fratello e uno zio militare. Sia lui che lo zio si sfiorano continuamente ma non si riconoscono. Joele in sei anni di lontananza, era molto cambato. Lo riconoscono suo padre e suo fratello. La commozione è tanta. Si abbracciano forte. L’incontro con la mamma è travolgente. Joele ci dice che le mamme non hanno mai tempo per i futili motivi, ma quando si tratta di stringere al cuore i propri figli tutto diventa secondario. Fu festa nei giorni a venire. Una sera ebbe una lite accesa con suo padre che aveva saputo della sua vita trasgressiva. Joele fa rirorno a Brescia e per sei mesi non chiama più i suoi genitori.  Ricomincia a spacciare e divertirsi, ritagliandosi un posto ambizioso nel giro della droga. Un giorno, disteso sul letto, appagato e sfinito da una delle tante notti brave trascorse nei locali, non riusce a prendere sonno per il rimorso e per le lacrime della madre, per il volto triste di suo padre. Il rimorso gli prende lo stomaco. Conscio delle pene e delle sofferenze che stava procurando loro con il suo silenzio, riconosce la sua arroganza, frutto di quel mondo oscuro in cui viveva e lefona a casa. Viene a sapere che suo padre stava male, era grave. Ritorna in Marocco. Un tumore lo stava consumando a causa del fumo. Morì dopo poco tempo.  << Da noi, in Marocco, quando muore qualcuno, oltre a piangere il prorio caro, si festeggia con i parenti, come per voi a Natale, e lo si fa per 3 giorni.  Gli invitati portano 1 kg di zucchero e si mangia il nostro tipico cous cous. Tornai in Italia con più rabbia di prima per aver procurato dolore a mio padre. Decisi che dovevo smettere di fare quella vita. Non era quella che volevo. Avevo lasciato in Marocco mia madre con un fratello e una sorella disabile, entrambi più piccoli di me. Avevo a causa dello spaccio tante di quelle indagini aperte, pedinamenti che decisi di smettere. Purtroppo mi servivano un bel po' di soldi per ritirarmi definitivamente e ritornare in Marocco e poter accudire la mia famiglia.  Ero abbastanza adulto e i miei avevano bisogno di me.
Ero il capofamiglia, dopo la morte di mio padre. Mi misi a trafficare iphone. Incominciare a girare con la mia ragazza in macchina per non insospettire, ma ormai ero braccato per i vecchi trascorsi.  Arrivò l'arresto. Mi trovo in carcere da mesi. Sono rimasto solo. Ho rotto i contatti con la mia ragazza, pur amandola ancora. Non voglio fare più soffrire nessuno. Non ho fatto altro che seminare dispiaceri e ferire le persone a me più care. Questo è il giusto prezzo che io debba pagare per tutti gli errori commessi. Amo l'Italia e gli italiani, nonostante sia musulmano non praticante. Ho imparato da voi i valori esistenziali, il reciproco rispetto che va al di là delle culture e delle opposte religioni. Ho trovato in questo Paese tanta solidarietà. Ho potuto studiare, ho lavorato, ho pianto e gioito. Sono queste le cose più belle che porterò sempre con me, dentro il mio cuore. Penso alla mia famiglia di continuo. Cerco di farmi forza per affrontare e sconfiggere tutti gli errori e i mali che mi affliggono. Sto pagando giustamente le conseguenze die mei errori. Un giorno tornerò libero. Mi toglierò questo guscio ruvido e pesante che mi sono trascinato fin qua. Tornerò ad essere quel che io sono veramente, un ragazzo umile di campagna. >> Abbiamo voluto raccontarvi la storia di Joele che è la storia di tanti ragazzi che emigrano con la speranza di un futuro migliore. Quello che che noi tutti della redazione auguriamo a Joele è tanta buona fortuna, che possa ricostruirsi quando sarà in libertà, una nuova vita e riabbracciare il suo mondo. Tornare ad essere felice, come quando si  accarezza un fiore nel deserto.

Luigi