giovedì 31 gennaio 2019

Recensione del libro SPADE di Giovanni Gastel Junior


Abbiamo incontrato Giovanni Gastel Junior, l’autore di “Spade”. Cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia milanese, lo scrittore racconta in rassegna, tramite una vivisezione, i momenti salienti della vita del protagonista, le sue trasgressioni a base di droga e alcool. La prima comunità ancora diciassettenne dopo aver fatto l’equilibrista tra la vita e la morte per i collassi causatigli dalle sostanze stupefacenti, fino alla comunità canadese e il lungo peregrinaggio verso la disintossicazione. Toccante la parte finale del libro dove viene descritto il suo distacco con una lettera di addio alla droga. La malinconia e la depressione, l’adrenalina porta il protagonista in una continua dimensione di solitudine estrema. Solo all’estero matura la passione per la lettura con i libri inviatigli dalla madre. Un continuo bisogno di annichilirsi per poi ripartire e risorgere, ogni volta, come una fenice. Interessante il confronto tra le comunità italiane e quelle canadesi, tra la disciplina ferrea e il bisogno di regole quasi militari. Credo che il miglior elogio che si possa fare a questa pubblicazione consista nel messaggio di speranza che l’autore manda a tutti i giovani per fare in modo che evitino percorsi così dolorosi e, nel tentativo di convincerli, oggi si sta impegnando personalmente ad incontrarli nelle scuole. Ascoltare la sua storia mi ha fatto rivivere situazioni trascorse con ragazzi e ragazze che purtroppo non ce l’hanno fatta ad uscire da questo vortice della tossicodipendenza. Oggi l’autore è sposato e, nonostante le sue drammatiche vicissitudini, ce l’ha fatta. Ci ha trasmesso la sua umanità e la fiducia recuperata in se stesso. I detenuti si sono sentiti trattati come essere umani e hanno fatto tutto il possibile per mettere a proprio agio lo scrittore che è apparso perfettamente a proprio agio.
 
 
Lettera alla droga di Giovanni Gastel Iunior da Spade
Droga, ometto il “cara” perché non lo meriti- ti voglio lasciare e, in un senso, è come se l’avessi già fatto. Ma credo sia essenziale, o quantomeno importante, metterlo in luce, evidenziare questa nostra separazione, dare un inizio alla fine. Si, ti ho amato e scelto molto tempo fa, ma da allora sono cambiato, così come sono cambiate le mie priorità e alcune dinamiche della mia vita. In tuo nome e sotto la tua volontà e dominio opprimenti ho conosciuto gli abissi insondabili della paura e della mortificazione. Sotto la tua ala falsamente protettiva, mi sono inconsolabilmente disperato. Io vi lascio, mademoiselle Coca e signora Roba, e anche voi, signori Hashish e Alcol, vecchi compagni di un’adolescenza tormentata di bisbocce senza gloria. Io vi saluto, camerati di un’epoca che non fu felice, rafforzato, nonostante tutto, dalle esperienze estreme che ho vissuto. Non con nostalgia mi separo da voi, ma con la rabbia di chi ha perso mesi e anni a inseguire chimere sempre più lontane. Si, ora scelgo le difficoltà delle relazioni personali, gli ostacoli dell’affetto, le responsabilità e i rischi dell’amore, le sfumature, i limiti dell’immaginazione e dell’esistenza stessa. Scelgo l’amicizia dei pari, il rispetto e l’onore della famiglia, l’esempio dei grandi, la giustizia del Bene e le regole del Male; scelgo la vita. E considero ancora possibile e non evitabile la meraviglia del mondo, l’imprevedibilità delle combinazioni e la scelta consapevole del destino, sempre arricchito dall’inatteso. Ora che non ho più 19 anni io, Johnny Boy, ti lascio, dannatissima puttana, pronta a chiedere e a guastare mille e ancora mille vite fragili, turpe corruttrice degli animi e compagna stretta della morte. Addio, signori della distruzione, diavoli illusori e incantatori, dannati esattori di prezzi mai adeguati alla speranza vana di chi sa e conosce l’attrazione e il fascino perverso della perdizione; di quella strada senza segnali, buia e pericolosa che conduce a un letto senza riposo, a un destino solitario che non voglio scegliere più. Che Dio e il mondo e gli uomini tutti abbiano pietà di me.

Dalla redazione OLTRE I CONFINI del carcere SANQUIRICO di MONZA.

GABRIELE DEL GRANDE incontra i detenuti di Sanquirico

 
Abbiamo incontrato Gabriel Del Grande che ci ha presentato Dawla (che significa Stato Islamico) il suo ultimo libro.  L’associazione Zeroconfini Onlus e, nello specifico, Antonetta Carrabs ha contattato su nostra richiesta lo scrittore. Avevamo avuto modo di leggere due dei suoi precedenti libri che si occupavano di migranti: “Mamadou va a morire” e “Il mare di mezzo”. Abbiamo incontrato Gabriele in biblioteca alla presenza di qualche volontario e del giornalista della rivista Vita Daniele Biella. L’incontro è durato all’incirca tre ore in cui Del Grande ha spiegato che Dawla nasce da un’esperienza sul campo durata 18 mesi e sostenuta attraverso un’azione di crowdfunding: 1342 i sostenitori. Alle domande sulla sua prigionia in Turchia dove ha potuto incontrare alcuni affiliati dell’Isis, lo scrittore non ha negato la paura della prigionia che è stata facilitata grazie alla sua conoscenza dell’arabo. Ha descritto i suoi terribili giorni in isolamento che lo hanno portato a fare lo sciopero della fame fino all’arrivo del suo avvocato e del console italiano. Gli abbiamo chiesto anche di descrivere lo storytelling e del perché la scelta di una narrazione così “asciutta” della narrazione geopolitica. “Solo per raccontare – ci ha risposto - non per umanizzare, né per giustificare.” Sulla copertina del libro si nasconde un significato metaforico dove si vuole porre l’attenzione sulla protesta che poi porta alla rivoluzione siriana del 2011 con l’esercito libero, i terroristi dell’Isis e l’esercito ufficiale di Al Asad. E’ difficile scrivere senza lasciarsi trasportare dagli eventi soprattutto quando si parla di persone che si sono resi responsabili di crimini efferati. Gabriele ci ha tratteggiato una realtà complessa, raccontandoci dei meccanismi di potere e di assoggettamento che spingono qualunque persona a commettere crudeltà di ogni genere: lo stato islamico ha attratto migliaia di persone da tutto il mondo. Il libro racconta la banalità del male e il viaggio del reporter tra Iraq, Turchia ed Europa durato 6 mesi con una raccolta di testimonianze della durata di 200 ore di registrazioni, 2 mila pagine di battitura. I personaggi del libro, dall’attivista politico siriano, all’hacker giordano e l’avventuriero iracheno entrano nelle gerarchie più alte dell’organizzazione. Abbiamo percepito in Gabriele una grande umanità e umiltà ma soprattutto abbiamo apprezzato la sua onestà intellettuale. Ha risposto alle nostre domande, anche a quelle più scomode come quelle sulla spartizione della Siria, sul ruolo delle potenze internazionali, degli Stati Uniti della Russia e dell’Iran dove sono emersi interessi economici dovuti al controllo di alcune zone sensibili. E’ triste il bilancio finale di questi conflitti che hanno provocato la morte di oltre  500.000 vittime civili, confinando e destabilizzando interi territori che vivono nell’odio e nel risentimento di chi ha perso tutto, dei tanti bambini indottrinati e condotti al fanatismo.
 
“Dawla” recensione di Andrea

In quest’ultimo libro lo scrittore narra la sua storia dal punto di vista dei carnefici. Nei suoi libri precedenti: Mamadou va a morire e Il mare di mezzo il racconto volge sulle storie dei migranti che trasmigrano dall’Africa in Italia. Il libro è di scorrevole lettura e racchiude le storie di 3/4 protagonisti che si intrecciano e poi convergono tutte nello stato Islamico. Si parla di religione, con le diverse interpretazioni coraniche, la divisione fra sunniti e sciiti, la rivoluzione siriana del 2011, gli ottomila combattenti stranieri arrivati da tutto il mondo, valichi di frontiera, le tecniche di addestramento dei terroristi, il trafugamento dei reperti archeologici, l’attenzione verso le minoranze curde ed ezide, il carcere. Il racconto delle battaglie, dei corpi speciali, degli attentati suicidi, dell’albero genealogico dell’Isis che risale molto più in alto di Al Baghdadi, scomodando gli ex generali iracheni di Saddam Hussein, la sicurezza segreta, interna ed esterna. Un viaggio estenuante ma appassionato che ha portato Gabriele ad intervistare ex affiliati dell’organizzazione fino ad essere recluso a Reyhanli in Turchia, lungo la frontiera siriana, nell’aprile del 2017. La storia del siriano che partecipa alla rivoluzione del 2011 e che, deluso dall’evolversi del conflitto per la corruzione dell’esercito libero contro Assad, approda nell’organizzazione e diventa importante sia all’interno della Hisba, la polizia religiosa, sia nella sicurezza interna. La sua diserzione alla fine è dovuta alla disillusione, poi il matrimonio con una sopravvissuta alla prigionia lager di Saydnaya, la moglie che non lo riconosce più.
 
L’incontro tra l’esoterismo, la collusione tra la fine del mondo  con alcune interpretazioni islamiche e la carcerazione nello stadio nero, l’elité degli Inghimasiydin, gli incursori, i martiri e poi nuovamente la diserzione. L’avventuriero iracheno spinto da un ex colonnello dell’Isis fino ai viaggi in Italia, le cellule dormienti e gli attentati in Europa. L’eroismo dei curdi a Kobane e d Afrin, prima sostenuti e poi abbandonati dall’occidente, amore e morte, rabbia e sentimenti e concezioni opposte sulla visione del mondo. Comunicazioni criptate, la resa in schiavitù degli Ezidi, l’inquietante analogia tra la ritirata strategica nel deserto iracheno nella guerra in Iraq e a distanza di anni prima Al Qaeda e poi l’Isis in attesa di riorganizzarsi forti della consistente disponibilità economica e di armi. E ancora killer professionisti, la squadra omicidi, il punto 7, le indagini interne, il capo dei falsari, la missione a Dusseldorf ci si lascia piacevolmente trasportare dagli avvenimenti, nonostante le digressioni, la sete di sapere che sospinge alla lettura. La domanda che ricorre è quella sulla banalità del male, sul binomio inscindibile fra giustizia/ingiustizia e anche quello sulla devastazione identitaria religiosa e nazionale.

IL MUSEO DELL'INNOCENZA di ORHAN PAMUK

Dalla redazione del giornale OLTRE I CONFINI dei detenuti di Sanquirico, la recensione di Andrea al libro di Orhan Pamuk

L'ALTRO PUNTO DI VISTA
Prima di riassumere il libro vorrei inaugurare un nuovo scaffale letterario all'interno della biblioteca (lo chiameremo "L'altro punto di vista" dall'omonimo libro dei Eric -Emmanuel Schmidt di cui seguirà a breve la recensione) che potrebbe essere un'occasione di confronto, o almeno un tentativo. Il consiglio di quest'opera di Pamuk arriva direttamente dal Capoposto delle aule, Davide, e dal momento che è piaciuto non solo a me, celebro questa sua apertura verso il detenuto che potrebbe allargarsi.

CITAZIONE "Era l'istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l'avessi capito, se allora l'avessi capito, avrei forse potuto preservare quell'attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Si, se avessi intuito che quello era l'istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo".
 
 
"In realtà nessuno si rende conto di vivere l'istante più felice della propria vita nell'attimo in cui lo sta vivendo". Orhan Pamuk, scrittore turco narra la storia del protagonista Kemal negli anni Settanta, in una Istanbul divisa tra la voglia di aprirsi al lusso dell'occidente e quella di rinchiudersi nelle tradizioni più conservatrici. Kemal si piega alle leggi turche e rinuncia alla storia d'amore con la cugina Füsun. La sua vita si sgretola e, per rimetterne insieme i pezzi, decide di collezionare gli oggetti appartenuti all'amata ormai perduta. Solo per poterli guardare, annusare, toccare. Quando la sua esistenza subirà una nuova e dolorosa svolta, quegli oggetti diventeranno il "Museo dell'innocenza", testimonianza eterna del suo amore per l'uomo. La storia è raccontata due volte: dapprima attraverso il resoconto di un giovane cristallizzato nel ricordo e, in seguito, mediante la verifica di un presente che permette il ritorno ai luoghi, alle situazioni, perfino ai volti del passato.
 
 
In questo contesto si sviluppa l'amore tra Kemal e la cugina Fusun; una sua lontana parente di condizioni modeste. Contestualmente il fidanzamento e il mancato matrimonio con Sibel, di famiglia benestante. Kemal e Sibel si erano illusi; l'illusione nasce dal finto concetto di libertà e modernità, accentuata dall'aver fatto l'amore prima del matrimonio. Nella loro relazione si manifesta la condizione della gioventù confusa e senza riferimenti. La salvezza per Kemal consisterà nel possedere un oggetto, retaggio di quell'attimo prezioso con la sua amata in una sorta di panteismo cosmico partendo dagli oggetti della quotidianità e allargandone la prospettiva. La storia è sempre sospesa sul crinale tra peccato e innocenza. Gli oggetti di vissuto quotidiano sopravvivono a quei momenti felici e conservano i ricordi, i valori, i profumi di quegli attimi con maggior fedeltà di quanto faccia la persona che gli procura quella felicità. Kemal diventa dipendente da quegli oggetti. Da una parte ne aveva bisogno per alleviare la sua sofferenza, dall'altra voleva liberarsene perchè gli ricordavano la sua malattia. Un oggetto banale apre nuovi orizzonti, diventa l'autentica dimora aggiungendo poesia e note musicali. Consente di emanciparsi dal senso del tempo. Il tema è la definizione della felicità. Come trasformarla da emanazione temporanea che proviamo quando stiamo bene, a serenità duratura che deriva dalla realizzazione personale. Il rapporto con l'altro sesso è una conseguenza e una crescita dovuta alla consapevolezza di dover attraversare fasi negative: sono queste che fanno intervenire la nostra parte volitiva, vitale. Per essere duratura la felicità deve superare le avversità delle circostanze.
 

 Non ho contato quante volte compaia, ma ho il sospetto che la parola felicità sia quella che ricorra più spesso nel libro. Eppure Kemal ha una vita tutt'altro che felice. Non che non gli si sia mai presentata un'occasione di felicità, ma non ha saputo coglierla quando gli si è presentata. O forse si è adagiato in quella vita che credeva perfetta con un fidanzamento ufficiale alle porte, nell'ambito della ricca società di Istanbul da un lato e dall'altro la travolgente passione erotica, clandestina non da alta società, vissuta in parallelo. Lo scrittore è capace di far affiorare tutte le contraddizioni della società turca combattuta tra tradizione ed innovazione, che ama definirsi moderna ed europea, ma dove la verginità di una ragazza continua ad avere un suo peso specifico. Questo vale sia negli anni Settanta che adesso, con il Partito Islamico in auge da oltre un decennio. Pamuk ci offre un'occasione di riflessione sul senso della tanto ricercata felicità tra inflazione e retorica dell'abuso. Una vicenda passionale sul tema dell'amore, assunto a ragione di vita. La morale, la convenienza, il quieto vivere e i valori di una famiglia agiata travolti e cancellati da una passione più forte del tempo. L'amore visto anche come rottura degli schemi precostituiti, devastazione, schiavitù, passione senza confini. Visibile il contrappasso tra un eros prima raffinato e intenso poi ideale, perchè è solo Kemal a provare i tormenti di un sentimento che inizialmente è estatico e finisce col diventare estetico. L'amore vero ha una forza superiore alla razionalità e all'opportunità. Dopo la tragica fine di Füsun, Kemal continuerà ad amarla oltre il tempo e lo spazio attraverso il Museo dell'innocenza, che consiste in ogni singolo oggetto sottratto alla casa dell'amata, una cartolina, una sigaretta, un'effige, un oggetto che consente di travalicare le regole. Kemal nella sua ostinazione ricorda il Florentino Ariza dell'"Amore ai tempi del colera", ma senza lieto fine, nonostante persiste la sua venerazione anche dopo la perdita dell'amata.
 
Per ogni lettore che, nonostante l'età del consumismo sfrenato e del capitalismo, voglia ancora attribuire la giusta importanza alle passioni vere, tenace, indomite. Da un punto di vista femminista l'autore si interroga sui nuovi simboli dello scontro e dell'interrelazione delle culture. Tra pregiudizio e libertà, la visione tradizionale della donna e dei rapporti di coppia entra in conflitto con i desideri delle nuove generazioni, con la loro volontà di una maggiore elasticità, non legata solo alla questione della verginità prima del matrimonio. Vuole migrare dalla mentalità corrente per suscitare, condizionare, ridimensionare la possibilità di costruire una famiglia in futuro indipendentemente se l'amore sia proibito dalle convenzioni e dalla morale. Tuttavia per contraltare ogni pagina non è impermeabile al dolore del protagonista. Il lettore diventa visitatore di questo museo, e si culla tra il presente e il futuro, sfoglia il catalogo degli oggetti. Commuove e ci si lascia trasportare dall'empatia, anche se la scrittura è fluente, ma alcuni passaggi rischiano di finire in digressioni noiose e scolastiche. Il finale a sorpresa mette in scena l'aridità, imposta dalla società del benessere. La Turchia, un impero sfasciato dalla modernizzazione e laicizzazione, che hanno innescato un processo di frazionamento.

STORIA
La curiosità sorge spontanea come la domanda che si riferisce al protagonista del libro. Quali aspetti del protagonista Kemal sono derivati od estrapolati dal fondatore della Turchia Kemal Ataturk nel 1923? Quale la connessione con il suo amore storico nascosto per la curda Fusun? A margine della storia si intravede la presa di posizione netta dell'autore da un lato per il mantenimento della cultura orientale del suo paese da non far combaciare obbligatoriamente con l'aspetto arcaico mistico religioso islamico, dall'altra la spinta verso l'occidentalizzazione intesa come la continuazione della laicità statale e non il progresso occidentale nel rifiuto di una visione manichea del mondo.

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI:
Ogni luogo è Taksim di Denis Yurcel (Amnesty International Turchia)

RADICI NEL CEMENTO dal carcere Sanquirico di Monza




E' imminente l'uscita del terzo numero di OLTRE I CONFINI. Un inserto di otto pagine che IL CITTADINO di Monza ha deciso di pubblicare per dare voce ai detenuti del carcere Sanquirico di Monza. Seguo da quasi un anno un piccolo gruppo di persone che hanno dato vita, insieme a me, al giornale. Ho chiesto loro il motivo per cui hanno scelto di scrivere, senza risparmiarsi mai


Perchè scriviamo? Scriviamo per movimentare il dolore, per fare riaffiorare in noi la lotteria delle emozioni attraverso l'estrazione di minerale verbale. Scriviamo per far sì che il ricordo delle nostre sensazioni non duri solo un battito d'ali. Scriviamo perchè i nostri pensieri non siano abbandonati in uno scaffale vuoto di oggetti smarriti e non muoiano di proprietà privata, ma siano corredo di pubblica utilità.

La Redazione



 Il carcere ha ripristinato la copertura destinata alle serre che il tempo aveva deteriorato, rivalorizzando lo spazio destinato alla coltivazione. L'inserimento del personale addetto alla lavorazione dell'orto è iniziato fin da subito. In principio con l'iscrizione di otto detenuti che hanno frequentato e superato un corso di giardiniere e manutentore del verde; in seguito con l'assunzione di cinque addetti che, grazie agli sforzi dell'Amministrazione carceraria e dell'Associazione "Una Monza per tutti", con intervento diretto della presidente Anna Martinetti, hanno potuto lavorare per 20 ore settimanali. Oggi il monte ore è di 120 euro mensili che garantiscono uno stipendio ai detenuti. Il lavoro è importante per noi reclusi perché ci restituisce la dignità. Il lavoro, si dice, nobiliti l’uomo. Il ritornare a sentirsi utile ha favorito un percorso di reinserimento e di risocializzazione. Le ore di lavoro trascorse all'aria aperta ha favorito la collaborazione ed ha anche allentato quel senso di oppressione che la costrizione impone. Abbiamo intervistato Emiliano, un addetto al verde che fin dall'inizio ha partecipato attivamente al progetto. "E' stato stimolante poter partire da zero e costruire qualcosa di concreto con pazienza e costanza- ci dice- ma soprattutto con duro lavoro. La partenza non è stata facile, perchè dovevamo ripristinare spazi in stato di abbandono, recuperando più materiale utile possibile dal vecchio progetto. Siamo riusciti ad ottenere i primi raccolti nell'estate 2017 dopo aver dissodato e preparato i terreni alla coltivazione. Siamo riusciti ad ottenere due raccolti per la stagione 2017/2018 e speriamo di arrivare a tre raccolti l'anno diversificando la produzione fra colture estive autunnali e invernali. Tutti nostri prodotti sono biologici al 100%,. Produciamo varie qualità di ortaggi, tra cui zucchine, peperoni, insalate, pomodori ecc."

Emiliano cosa provi quando lavori all'aria aperta?
"Lavorare all’'aria aperta mi dà la sensazione di libertà. Prendersi cura delle coltivazioni e vedere crescere i frutti del mio lavoro mi ha responsabilizzato e mi ha gratificato. Il lavoro ha assorbito la gran parte dei miei pensieri, lasciando poco spazio a quelli negativi,. Sono felice di lavorare a questo progetto, spero possa continuare ad espandersi e a migliorare per poter dare occasione ad altri detenuti come me di sentirsi di nuovo utile"

Ci auguriamo, noi della redazione, che i frutti dei raccolti possano essere destinati alla vendita, in futuro, ricordando che i primi raccolti sono stati donati gratuitamente al Banco Alimentare.Visto l'intervento delle Istituzioni, in particolare del Sindaco di Monza, che ha avuto modo di visitare le serre, speriamo che si riescano a superare le difficoltà burocratiche che ad oggi non consentono la vendita al dettaglio della produzione. Nella Casa Circondariale di Monza è terminato il corso di floricultura durato ben 50 ore, con tanto di attestato per le otto persone partecipanti. Abbiamo chiesto a Santino che ha partecipato al progetto cosa avesse imparato da questa esperienza e quali erano state le gratificazioni ricevute.

“Ho imparato come si trapianta l'albero del melo e del pero. So riconoscere, adesso, le piante e tutti i tipi di fiori, dalle loro colorazioni. So come potarli. La cosa molto interessante è come preparare il terreno alla inseminazione, cioè come si coltiva il terreno prima della piantagione. Si fanno dei solchi in ambedue i lati del terreno, si puliscono per bene e si stende sopra un tappeto nero fatto di materiale gommoso (chiamato pelletatu) molto utile perchè tiene le piante, in estate umide, mentre in inverno crea un’azione termica per non far passare l'umidità. Dopo questa pratica, nel mezzo del tappeto, si praticano delle incisioni con il cutter e con una palettina da giardinaggio, poi si fanno sopra dei buchi dentro i quali ci si può seminare sia fiori che frutti. Preciso che, una volta finita la semina, vanno bagnati con molta acqua: due volte al giorno in estate, in inverno invece al fabbisogno. La pianta del melo (chiamata malus communis) si può coltivare fino ad 800 mt. di altezza. La regione dove si producono più mele e pere è l'Emilia Romagna con le sue deliziose colline.
 
Le piante da fiore vanno  piantate in autunno perché possano fiorire in primavera, per la fioritura estiva si piantano in autunno; quelle annuali da fiore come il geranio, l’impatens, il guines fioriscono tutto l’anno. Poter stare a contatto con la natura è stato per noi una grande occasione: cosa bella in posti come questi. Sai, questo lavoro mi potrà giovare in un futuro prossimo perchè ho imparato un mestiere. Una volta che sarò in libertà potrò reinserirmi nella vita sociale come una persona nuova e onesta. Un grazie al Professor Andrea Colombo che ci ha dato questa opportunità, accompagnandoci per tutto il programma. Ci ha insegnato l'arte del giardinaggio, avendo molta pazienza e comprensione nei nostri riguardi. Questo progetto proseguirà in futuro perché ha avuto successo, riscontrando nei detenuti entusiasmo e dedizione totale. Ce l’abbiamo messa tutta anche per ringraziare il direttore Maria Pitaniello e tutto lo staff dell'area trattamentale che hanno permesso e sostenuto questa iniziativa verde. Mi auguro che i corsi possano essere più numerosi, con la prospettiva di dare continuità e la possibilità di agevolare il reinserimento e l’inclusione dei detenuti, una volta che hanno scontato la propria pena.

giovedì 24 gennaio 2019

Elvis Presley e Priscilla


"Non penso che troverò mai un altro uomo che amerò come ho amato Elvis. E' senza senso cercare di paragonarlo a chiunque altro. Certo, alcuni uomini con i quali sono stata sono stati importanti, ma Elvis fu il mio primo amore e sarà il mio ultimo. La gente si chiede perché nessuno ha fatto niente? Bene, non è vero. La gente nel gruppo lo faceva, ma non potevi dire a Elvis Presley cosa fare. Non potevi. Voglio dire, saresti stato fuori di lì in men che non si dica. Ci provavano ma non c’era modo di riuscirci". Elvis era il Re del Rock, il genio della musica pop, capace di trascinare, in un’isteria collettiva, migliaia di ragazzi di tutto il mondo. Viveva nel suo regno di Graceland, a Memphis. Le sue giornate erano scandite dai soliti ritmi: si svegliava con fatica, intorno alle quattro del pomeriggio, a causa dell’uso che faceva di sonniferi e droghe. Per colazione le sue omelette e la pancetta affumicata fritta, le patate al burro e il succo d’arancia. A 42 anni pesava 115 chili su un metro e ottanta e sei centimetri di tacco.  Mangiava a tutte le ore e sempre lo stesso piatto del Sud e di sua madre: mezzo chilo di pancetta affumicata fritta, purè di patate con sugo di carne, crauti, piselli e pomodori a fette. Il frigo nella sua camera da letto era sempre pieno di spuntini. E’ capitato più volte che, nel cuore della notte abbia mandato il suo cameriere a comprare grandi quantità di dolci. Preferiva mangiare sempre con le mani. Non era mai da solo, c’era sempre qualcuno che vegliasse su di lui. L’alimento preferito era un sandwich lungo 30 centimetri con bacon, burro di arachidi e marmellata di fragole.
 
 

Lo ricordiamo quasi sempre vestito di bianco, con le camicie dal colletto rialzato e una corta cappa, la cintura con una grande fibbia e sul petto un’aquila azzurra, rossa e dorata. La sua massima cura erano i capelli che impomatava con la Royal Crown Pomade che usava fin da ragazzino. Durante le ultime ore che anticiperanno la sua morte, Elvis intorno alle dieci di sera va a trovare il suo dentista. Fa ritorno a casa a mezzanotte e mezza; alle due del mattino si sveglia, è nervoso. Gli è passato l’effetto dell’anestesia e ha un forte dolore ai denti. Chiede delle pillole di Dilaudid, un analgesico potentissimo: ne ingerisce ben sei. Alle 5 assume un’altra dose di pillole e un paio di ore dopo ingoia altre pasticche. Alle 8.30 Delta Mae Biggs gli porta l’ennesima dose di medicinali.
 
E sarà in quei minuti che Elvis verrà ritrovato in bagno riverso a terra, cianotico. Si pensa subito ad una overdose. Lo portano immediatamente al Baptist Memorial Hospital, ma il Re del rock'n'roll,  al suo arrivo, viene dichiarato morto. L’autopsia rivelerà che nel suo corpo c’erano quattordici sostanze chimiche diverse. E’ il 16 agosto 1977. E’ la fine del Re, ma non della sua leggenda. Priscilla ha poi dichiarato che Elvis cominciò ad essere dipendente dalle pillole quando era nell'esercito americano, in Germania. Le davano ai soldati per tenerli svegli. Lui era di guardia, a quel tempo. C'erano manovre che doveva eseguire a tarda notte, così ai ragazzi venivano date delle pillole, e fu così che cominciò a prenderle. E se prendi un sonnifero, devi fare qualcosa per riuscire a svegliarti... Lui si trovava in un terreno inesplorato, davvero, e fece questo e tentò di farlo da solo.
 

 

martedì 22 gennaio 2019

Johnny Depp e Kate Moss


 
Erano gli anni Novanta a New York. Lo stile grunge era ovunque: jeans strappati a vita alta, crop top o maglie corte e larghe, chiodo, anfibi, camicie sbottonate e colorate.  Un look trasgressivo per manifestare un certo malessere. Fu in quel periodo di grandi contestazioni che Johnny Depp conobbe Kate. Era appena uscito da una lunga relazione con l’attrice Winona Ryder, conosciuta sul set di “Edward mani di forbice”. Kate viaggiava in lungo e largo tra una settimana della moda e l’altra. “Appena ci siamo rivolti la parola, ho capito che saremmo finiti insieme.” dichiarerà la modella. Inutile dire quanto la loro storia fece parlare i giornali. Il loro amore fu intenso e passionale, mai monotono. Un amore giovane, immaturo e acerbo, di una giovinezza alcolica e alterata dagli stupefacenti. Un amore fatto di cocktail, di sesso, droga, rock’n’roll e mondanità. Si erano incontrati nel mese di gennaio del ’94  al Cafe Tabac di Manhattan. Si innamorarono in maniera dirompente. 
 
Kate era bella e selvaggia, spesso ingestibile; lui un uomo affascinante, talentuoso, ma enigmatico. Anche se la loro storia d’amore è durata soltanto quattro anni, è diventata di certo leggendaria anche per la trasgressione con cui fu vissuta, fra party meravigliosi e vacanze esotiche, fiumi di champagne e uso di droghe più estreme. Kate e Johnny passavano dalle effusioni amorose più dolci ai litigi furibondi vissuti nelle tante stanze d’albergo che puntualmente devastavano. Si sono amati molto: lui la guardava come se fosse la donna più bella e affascinante dell’universo e lei, immancabilmente si perdeva nei suoi occhi. Kate aveva un carattere difficile e con tante insicurezze: dalla gelosia alla dipendenza da alcol e droga. Johnny la lasciò durante il Festival di Cannes del 1997 perché stanco di una vita così estrema.
Avvertì il bisogno di trovare un po’ di pace e stabilità nella sua vita. Kate non la prese affatto bene e cadde in un oscuro vortice di depressione e sregolatezza. A differenza dell’attore, la Moss ha sempre confermato di aver sentito la mancanza di Depp per molti anni a venire.  «Nessuno si era mai davvero preso cura di me - aveva dichiarato alla stampa - ma Johnny per un po’ ci è riuscito. Io gli credevo. Quando è finita la nostra storia mi è mancato il confronto con qualcuno di cui mi fidassi. Un incubo, anni e anni di lacrime. Oh, quante lacrime ho versato!». La rivista inglese Look scrisse di Johnny «La sua vita a quel tempo era votata ai party e alle serate alcoliche e così superò quel momento senza nemmeno rendersi conto del dolore che aveva lasciato dietro di sè». La vita della Moss, per il grande dolore, divenne senza controllo. Non c’era party a cui non andava. Beveva in continuazione tanto da accreditarsi il soprannome “Tank” (cisterna). Come tante altre celebrità la modella è scivolata nel vortice di una vita sbandata. Dopo anni è riuscita ad uscirne,  salvaguardando la sua immagine nel mondo della moda.


Mia madre, che faceva la barista, quando ho iniziato a 15 anni a fare la modella  mi diceva: “Non puoi essere normale? A Croydon, dove sono cresciuta, c’era una mentalità perbenista anti-fumo, anti-alcol, anti-stravaganze. Io invece facevo tutto, perché erano le cose che facevano le ragazze fighe. Quando tornavo dai viaggi alla nostra auto senza aria condizionata, alla casa senza piscina mi dicevo: io qui non ci resto». Johnny, dopo un periodo di depressione che lo porta a contatto con l'alcol e la droga, dovrà fare i conti con i disturbi mentali a seguito della morte dell'amico e collega River Phoenix, deceduto per overdose. In un'intervista del 1993 a "Talk" dichiarò: "Il mio corpo è un diario in un certo senso. È come usano fare i marinai per i quali ogni tatuaggio significava qualcosa. Un determinato periodo della vita, un evento bello o brutto, viene inciso sulla propria carne. Se lo si fa da soli con un coltello o ci si fa fare un tatuaggio da un artista professionista è la stessa cosa".

martedì 15 gennaio 2019

Il deodara di Aurelia Josz, nel Giorno della Memoria.


Il 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell'Olocausto. Voglio ricordare Aurelia Josz, una delle tante vittime della shoah.

La Josz aiutò tante altre donne, creando un'opportunità di studio vicina alla realtà contadina e inaugurando la prima scuola di pratica femminile in Italia l'8 dicembre del 1902 a Milano per una trentina di orfane fra i 13 e 15 anni, ospiti al Palazzo delle Stelline di Corso Magenta. Il racconto di Aurelia è pubblicato nel mio libro Ribellioni edito da Nemapress. Diverse sono le rappresentazioni teatrali che ho promosso in questi anni per non dimenticarla. La Scuola di Agraria del Parco di Monza dovrebbe custodirne la memoria: una lapide che la ricorda è ancora visibile presso la scuola. Spero che siano le istituzioni monzesi a ricordarla come davvero merita.

 
Di qualche cosa oltre il pane/ per qualche cosa che sembri degna/ bisogna pur vivere.
                                                                                                                               Aurelia Josz
Aurelia Josz   Firenze 1869 - Auschwitz 1944
«La Signorina è piccola, magra e pallida, vestita molto semplicemente» - così scriveva Alice Hallgarten Franchetti di Aurelia Josz, da lei particolarmente amata. Si erano conosciute a Milano nel gennaio 1904, tutte e due appassionate promotrici della cultura e dell'emancipazione femminile. Aurelia era figlia dell'ungherese Lodovico Josz, triestino di origini ungheresi  e di Emilia Finzi, di colta famiglia ebraica. Diplomatasi a Firenze in lettere italiane presso il Regio Istituto superiore di Magistero femminile, Aurelia fu molto influenzata dal clima cosmopolita della sua città che favoriva una mentalità progressista e aperta ai problemi della condizione femminile. A ventun anni si trasferì a Milano, per insegnare nella scuola Normale “Gaetana Agnesi” dove, nel 1906 divenne titolare della cattedra di storia e geografia che mantenne fino al 1920. Ideò nuove metodologie didattiche per catturare l'attenzione delle allieve, utilizzando il teatro e realizzando con materiali cartacei, insieme a loro, un “museo” geografico e antropogeografico: sul suo innovativo metodo e la sua pratica educativa scrisse due manuali scolastici che riscossero un notevole successo: La storia di Roma ad uso delle scuole secondarie secondo i vigenti programmi (1894) e “ la storia d’Italia nel medioevo conforme ai programmi governativi delle scuole complementari e tecniche” (1899). Nel 1902 fondò la prima Scuola pratica femminile di agricoltura nell'orfanotrofio della Stella a Milano che verrà trasferita in una sede autonoma a Niguarda nel 1905 e che nel maggio 1909 Ada Negri presenterà con un memorabile discorso in occasione della «inaugurazione dei nuovi locali della scuola ingrandita e abbellita» come scrisse la stessa Josz che ne fu organizzatrice e direttrice a titolo gratuito fino al 1931, in parte sostenuta finanziariamente dalla “Società Umanitaria associazione milanese di ispirazione socialista fondata nel 1893. Particolare attenzione rivolse alle orfane interne al convitto ma la scuola ebbe anche allieve esterne, tra cui le figlie dei piccoli proprietari terrieri, spesso destinate a rimanere chiuse tra le mura di casa o a esercitare l'insegnamento, magari senza una vera vocazione. Convinta della necessità di una visione moderna dell'agricoltura, la Josz chiamò a insegnare i più importanti agronomi italiani e istituì molti corsi, tra cui bachicoltura e apicoltura, di particolare successo; nel 1921 fu la volta del primo Corso magistrale agrario per maestre rurali. Nel 1905 compì un viaggio in Svizzera, Inghilterra, Francia e Belgio per verificare lo stato dell'educazione agraria femminile, su cui tenne al III congresso dell'Educazione femminile di Milano nel settembre 1906 una relazione in cui, tra l'altro, Aurelia apprezza particolarmente «le scuole pratiche agricole del Belgio» che si propone «di imitare nella prima scuola pratica agricola femminile italiana, la scuola milanese di Niguarda [...] ove con un biennio di vita collegiale spesa tra lo studio e il lavoro pratico nel campo sperimentale, nel giardino, nel caseificio, nella bigatteria, nel pollaio, lavoro fortificatore dei muscoli e dei nervi, le fanciulle si preparano al disimpegno di tutti gli uffici di massaia».
 
Il valore del lavoro agricolo e di un ritorno alla terra era un tema d'attualità nella cultura assediata dalla rivoluzione industriale, ma anche un tema dell'ebraismo sionista. Aurelia aderì al Gruppo sionistico milanese di Bettino Levi, in qualche modo sincretizzando la sua fede sionista con quella nella cultura, nell'impegno e nel progresso, così come fecero tante altre ebree italiane dell'epoca, indipendentemente dalla loro osservanza religiosa, che ebbero caro anche un altro tema sostenuto dalla Josz: quello della pace. La scuola, che inizialmente il fascismo aveva sostenuto, perché compatibile con il suo progetto di formazione per le “massaie rurali”, venne dal regime progressivamente emarginata e chiusa nel 1930-1931, sia per ostilità nei confronti della Josz, sia per evitare una possibile concorrente delle scuole rurali istituite dal regime. Verrà riaperta nel 1933, affidata però ad una nuova direttrice vicina al regime. Dopo alterne vicende, la scuola venne trasferita nel 1957 nella Cascina Frutteto nel Parco di Monza, dove tuttora risiede. Nella prima metà degli anni Trenta impiantò, in soli sei mesi, un'altra scuola agraria a Sant'Alessio in provincia di Roma Il governo fascista, che le aveva dato l'incarico, inaugurò la scuola come fosse la prima del genere, escludendo la Josz e affidando il nuovo istituto ad un'altra direttrice più gradita; inoltre tolse i finanziamenti statali alla scuola di Niguarda e l'incarico di direttrice ad Aurelia che aveva rifiutato la tessera del partito fascista. Nel 1931 la Josz si chiuse in un progressivo isolamento, lasciando infine nel 1936 l’insegnamento alla scuola normale per non dovere fare il giuramento al fascismo  e dedicandosi alla scrittura di due saggi: sul poeta Boiardo  e sul filosofo Boezio, interpretati alla luce della sua vicenda personale, mentre sull’opera cui aveva dedicato la sua vita scrisse: “ La donna e lo spirito rurale: storia di un’idea e di un’opera”. Dopo l’approvazione delle leggi razziali da parte del fascismo nel 1938, Aurelia Jos rifiuta di espatriare e resta sola alla morte del fratello Italo, importante pittore, avvenuta il 1 dicembre 1942. Dopo l’8  settembre 1943 dapprima raggiunge la sorella Valeria ad Alassio, loro usuale luogo di villeggiatura. Non essendo in grado, per l’età avanzata e per una recente frattura ad un braccio, di seguire la famiglia che affrontava l’espatrio clandestino in Svizzera, trovò rifugio in un convento, ad Alassio, ma venne comunque arrestata il 15 aprile 1944 e condotta nelle carceri di Marassi(Genova) e da l’ deportata, prima al campo di concentramento di Fossoli, poi al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dove giunse, dopo un viaggio nei vagoni piombati, il 30 giugno 1944.Venne uccisa, durante le selezioni iniziali, il giorno dopo il suo arrivo. La Signorina è piccola, magra e pallida, vestita molto semplicemente così scriveva il 1° marzo 1906 Alice Hallgarten Franchetti di Aurelia Josz. Aurelia: Mi chiamo Aurelia Josz. Sono nata a Firenze il 3 agosto del 1869 da Lodovico Josz ed Emila Finzi. Mio padre era triestino e proveniva da una famiglia ebraica, con origini ungheresi. Il nonno paterno era Bernardo Josz. Veniva dalla città di Groscanisza. Si era trasferito a Trieste dove aveva sposato Rosa Romanin Jaccur. La nonna era un’insegnante di italiano nella scuola ebraica di Trieste, nipote del poeta Salomone Fiorentino, di origini senesi.
 
Mio padre Lodovico ha sempre coltivato un forte sentimento di italianità. Aveva deciso, da ragazzo, di eludere gli obblighi militari per non dover combattere contro gli italiani, e si era trasferito insieme alla nonna Lorena a Firenze, dove riuscì a vivere grazie all’arte dell’incisione del bulino, vincendo anche l’appalto per la realizzazione dei timbri postali. Poi il matrimonio con mia madre Emilia, maestra, ebrea, di origini ferraresi, proveniente da una solida famiglia borghese. Dalla loro unione nacquero quattro figli: io, Aurelia la primogenita, i miei fratelli Livio e Italo e Valeria, la più piccola. A soli trentasei anni mia madre morì di parto nel mettere alla luce Valeria. Avevo soltanto quattordici anni. La mamma, morendo, mi aveva lasciato fra le braccia una bambina di cinque giorni. Da allora mi occupai di lei. Fra di noi si stabilì un legame molto forte che durò nel tempo. Mio padre Lodovico è stato il mio grande punto di riferimento. Oh, quanto l’adoravo! L’ho reso partecipe e giudice di ogni mia opera. La sua approvazione era per me il mio scudo. Nei suoi riguardi ho sempre nutrito profonda stima e venerazione. Compii i miei studi a Firenze presso l’Istituto Superiore di Magistero femminile. Mi  diplomai in lettere italiane, nel 1890. Avevo ricevuto validi insegnamenti da Antonio Zardo ed Enrico Nencioni, i miei maestri. La possibilità di ricevere un’istruzione di livello superiore rappresentava, all’epoca, una vera condizione di privilegio e di eccezionalità. Gli studi rafforzarono la mia propensione verso l’aggiornamento e il confronto sui modelli europei. Gli anni trascorsi a Firenze furono un’occasione di riflessione  sulla condizione femminile. Ero convinta che il femminismo buono e vero non fosse quello che tendeva a snaturare le tendenze femminili, ma ad evolverle e ad applicarle adeguatamente: snaturarle sarebbe stata violenza e indubbia cagione di infelicità. Avevo soltanto ventun anni quando mi trasferii a Milano. Ero stata incaricata, con D.M. del 3 ottobre del 1890, nelle classi aggiunte preparatorie della R. Scuola Normale Gaetana Agnesi, dove vi rimasi fino al 1920. Il mio stipendio era di milleduecento lire annue.
 
Milano  si era accreditata il ruolo di capitale morale. Viveva  una realtà dinamica e metropolitana. Le era stata riconosciuta un’egemonia economica sul resto d’Italia. Aurelia si sentii subito in sintonia con il clima di operosità che si respirava. La città era un cantiere in perenne evoluzione. Una fucina di idee, di esperimenti. Un centro di richiamo internazionale sempre in anticipo sul futuro. Milano dimostrava una capacità di rinnovamento, con la costruzione di numerose opere pubbliche che ne facevano una città moderna e ben collegata. Il centro storico, con la sua piazza del Duomo, aveva cambiato l’aspetto dopo l’abbattimento dell’isolato quattrocentesco del Coperto dei Figini; la costruzione della Galleria Vittorio Emanuele che, con il suo passaggio coperto in vetro, tanto richiamava il modello parigino. E poi la Piazza della Scala, il Castello Sforzesco, restaurato da Beltrami, la piazza Cordusio che proseguiva lungo corso Sempione e il nuovo parco progettato da E. Alemagna. E ancora la via Dante con la sfilata dei suoi eleganti negozi, tanto cari alla borghesia milanese, il Naviglio, con la sua copertura realizzata nel 1931; l’Università Bocconi, la nuova Stazione Centrale, costruita tra dall’architetto Stacchini. La città si proiettava verso una dimensione europea e moderna a cui si aggiungevano la costruzione degli ospedali e la moltiplicazione degli edifici scolastici. Una città in gran fermento anche per le sue attività culturali, per i progressi dell’editoria che, nel 1886, vide la nascita del Corriere della Sera, sovvenzionato dall’industriale cotoniero B. Crespi,  e del Secolo. Milano viveva anche del mito di essere una città felice per i facili guadagni, tanto che i lavoratori dei campi, colpiti dalla crisi agraria, incominciavano ad abbandonare le proprie terre per venire in città a cercare fortuna.

Aurelia: Ero già abbastanza avanti con gli anni quando ritornai come supplente presso l’Istituto Magistrale C.Tenca. Affrontavo ogni esperienza con entusiasmo e convinzione. La mia determinazione non si è mai spenta. Ricordo le parole del prof. De Angeli, il preside  della scuola C. Tenca: << Ho ammirato l’umiltà e l’abnegazione di un’eremita insegnante che per solo amore della gioventù si adatta ad un sacrificio pur di aiutare la scuola già da tanti anni beneficiata e onorata dell’opera sua di educatrice>>. Durante quegli anni ebbi modo di verificare i punti deboli della didattica tradizionale, spesso troppo teorica, lontana dalla realtà e poco capace di coinvolgere gli alunni. Ero fermamente convinta che, la centralità dell’esperienza diretta, fosse un irrinunciabile momento formativo in grado di rendere l’apprendimento concreto, graduale e piacevole. Divulgai le mie proposte di riforma con interventi pubblici e mi dedicai anche alla stesura e pubblicazione di manuali scolastici innovativi. Ero sempre più consapevole che l’insegnamento fosse una missione perché contribuiva a formare le nuove generazioni a cui trasmettere un patrimonio di sapere, ma soprattutto un’eredità di valori spirituali. La passione ha, quindi, caratterizzato tutta la mia vita. La ricerca mi ha reso instancabile e combattiva. Sempre. Ma il mio grande amore è stato quello per la Scuola Pratica Agricola Femminile per la quale lavorai gratuitamente come organizzatrice e direttrice dal 1901 al 1931. Fu la mia impresa più grande. Non aveva precedenti, in Italia. Nasceva ispirandosi a modelli europei. Fu la mia creatura. Lavorai senza tregua e con orgoglio. Feci molti viaggi all’estero per documentarmi. Scomodai uomini di potere e coinvolsi nella mia causa personalità di rilievo dell’ambiente milanese e lombardo ed esponenti del mondo femminista ed intellettuale. Volevo trasmettere un pensiero nuovo negli ambienti rurali, nelle professioni legate alla terra. Volevo conquistare il pubblico femminile soprattutto per agevolare le donne nella possibilità di intraprendere carriere nuove e più remunerative.

In quel periodo nel resto dell’Italia pesava una forte discriminazione che escludeva la donna dal voto e dalle professioni liberali, penalizzandola anche nella retribuzione salariale. Fu in quel clima che nel 1882 nacque il Partito Operaio Italiano.  E, dieci anni dopo, nel 1892 venne fondato il Partito Socialista Italiano in cui si distinsero emancipazioniste milanesi come Mozzoni, Sarfatti, Clerici che si impegnarono personalmente nel partito, spingendo la lotta a favore della donna.
Aurelia: Io simpatizzai per quelle idee e,  se indulgevo in teoria, allo spirito del socialismo, di cui riconoscevo l’influenza rinnovatrice, mi rendevo anche conto dei lati pericolosi delle sue estrinsecazioni e me ne era ingrata la troppo frequente volgarità formale. Intendevo il socialismo nei suoi risvolti umanitari e morali. Volevo contribuire a costruire un mondo nuovo e verosimilmente migliore. E fu in quegli anni che incominciai a maturare l’idea di creare una scuola di agraria per la donna. Volevo, attraverso l’istruzione, fare in modo che le donne meno abbienti, logorate dalla vita malsana e insalubre della città, potessero ristabilirsi sia fisicamente, sia moralmente.

La città di Milano aveva un’importante tradizione femminile, sia dal punto di vista culturale, con i tanti salotti letterari promossi dalle donne, sia dal punto di vista politico attraverso la partecipazione attiva di milanesi e lombarde al Risorgimento.Bianca Milesi Mojon, la contessa Clara Maffei, la principessa Cristina di Belgioioso, Laura Solera Mantegazza furono donne impegnate a rinnovare la società. Milano, sempre sensibile verso il bene comune, la rendevano un ottimo scenario per occasioni di intervento femminile. Nell’associazione generale delle operaie, fondata nel 1862 da L. Solera Mantegazzi, si formarono le più note emancipazioniste: da Ersilia Majno a Costanza Rignano Sullan, ad Alessandrina Ravizza. Aurelia seppe costruire una rete di relazioni aggregando le persone più diverse per estrazione sociale, per cultura, per nazionalità che assicurarono alla scuola la capacità di sopravvivenza, grazie ai loro finanziamenti e a quelli dei privati. Nel maggio del 1900 Aurelia Josz fu invitata a relazionare sul progetto della S.P.A.F. nel Circolo di Coltura femminile M.G.Agnesi fondato nella primavera di quello stesso anno da Adele Nulli in Mejani Leinati, attiva nel movimento anticipazionista e promotrice  della Lega per la tutela degli interessi femminili. L’argomento riguardava il ruolo e le modalità di intervento della donna nell’agricoltura ed era di particolare interesse. Il testo della sua conferenza fu dato alle stampe. Eccone un piccolo stralcio: Il quesito è ormai di quelli che sono nell’aria, nel tempo, nelle attualità: non è particolare o ristretto al nostro paese, il mondo civile se ne occupa, esso formerà uno dei soggetti di discussione più importanti del futuro congresso femminista che si terrà a Parigi nel prossimo giugno….Io mi compiaccio, Signore, di aver potuto parlare con Voi di un argomento così essenzialmente legato all’avvenire della donna, e per riflesso al quesito economico e sociale dei tempi nostri, sono lieta dell’onore che mi è toccato di avervi per ascoltatrici nell’ambiente geniale di questo circolo così giovane e già così fiorente, ed ormai divenuto palestra di attività femminili e di nobili gare…presso questa Milano.. che è sempre larga di favore e di appoggio alle idee intese al pubblico bene.
 
 
Aurelia Josz devolse il ricavato della commercializzazione alla Cucina degli ammalati poveri nata per volontà di Alessandrina Ravizza con cui coltivò lungamente rapporti di amicizia e di stima. Paolo Mantegazza, per lodare la S.P.A.F. in una lettera scrisse: Questa nuova scuola che avete fondato è un gran passo sulla via del progresso delle nostre donne…voi avete continuato la tradizione della mia santa mamma che in Milano fondava le prime scuole Professionali femminili e il primo ricovero per bambini lattanti. Vi bacio la mano benefica come italiano e come figliuolo di Laura Solera Mantegazza. Aurelia: Nel 1906 ricevetti la medaglia d’oro nell’ambito dell’Esposizione Internazionale  di Milano per la mia guida metodologicamente moderna della S.P.A.F., per il mio modo di intendere l’istruzione come strumento di emancipazione, commisurato alle esigenze del lavoro. Con E. Majno condividevo comuni frequentazioni fra cui quella con Ada Negri, la poetessa lodigiana di umili origini che si diplomò maestra nel 1887 e divenne in seguito mia collega alla Scuola Normale G. Agnesi di Milano. Ada Negri lodò sulle pagine del Corriere della Sera le modalità e i metodi di insegnamento  della S.P.A.F. e le sue finalità di recupero della cultura della terra. La nostra amicizia si prolungò per molto tempo. In quel periodo, fervido di suggestioni culturali e di relazioni personali,  aveva preso forma la realizzazione e la crescita della mia prima Scuola pratica agricola femminile. Fui definita dal mio amico Panzini <<una femminista di nuovo genere.>>
 
Aurelia:  ero fermamente convinta che la donna era un elemento attivo della società e sarebbe stata di sicuro un indice di progresso. Le allieve della S.P.A.F. avrebbero potuto apprendere i metodi scientifici legati anche all’apprendimento pratico e il tirocinio. Le diplomate del ceto medio agrario, una volta tornate a casa nelle piccole proprietà terriere di famiglia, avrebbero potuto svolgere un’importante opera di propaganda a favore di una tecnologia più progredita con metodi moderni, incrementando così la redditività. Avevo a cuore di frenare l’esodo dalle campagne che causava l’abbandono delle terre. Avevo cercato di scoraggiare le donne a scegliere mestieri ormai in crisi e scarsamente retribuiti. Fra questi la professione di maestra che attirava le fanciulle: “a migliaia a migliaia le ragazze provenienti dal contado studiavano per finire maestre in un villaggio con 30 lire di stipendio mensile, dopo molti concorsi, dopo accanite lotte, o scrivane in un banco di città dove lavoravano, mal pagate, da mane a sera, o nelle case dei ricchi come governanti, sottoposte ai capricci della padrona, dei bambini e del servidorame per sopramercato. Esse sono le vere spostate e si trovano in condizioni peggiori di qualsiasi altra donna lavoratrice per lo squilibrio costante dei loro sentimenti, delle loro aspirazioni, con la realtà gretta e tirannica della vita. Il mio dovere lo compivo intero. Fu tutta la mia vita. Fu la mia gioia d’educare, insegnando, fu amore delle cose belle sentite e vissute, fu il desiderio di giovare agli altri. La mia idea di fondare una scuola femminile che riportasse verso la terra le scolarette venute dalla campagna per ritornarvi con un diploma di maestra da conquistarsi a prezzo di qualsiasi sacrificio, per elevarsi.”
 
Rendere accessibili alle donne gli studi agrari avrebbe aperto loro nuovi sbocchi professionali nelle industrie agrarie considerate minori come la bachicoltura, l’apicoltura, la floricoltura, le attività casearie. L’apprendimento di un mestiere sarebbe stata una reale opportunità di riscatto sociale. La S.P.A.F. rappresentò un unicum in Italia. La struttura di riferimento era quella delle école ménageres del Belgio e in particolare del collegio di Heverlè che furono prese a modello dalla Josz perché si caratterizzavano per essere rivolte ad un’utenza femminile e perchè garantivano una formazione professionale moderna, grazie alle strumentazioni tecnologiche e scientifiche e all’ampio sviluppo dato alla sperimentazione. Le diplomate della S.P.A.F. si fecero, quindi, promotrici di un’agricoltura più aggiornata. Furono preparate anche le massaie che, secondo gli obiettivi della nuova scuola, avrebbero formato “ una donna assetata, svelta e gioviale che ti prende un buon libro moderno, studia il risultato della scienza e lo applica, che riceve giornali e cataloghi d’agricoltura, pollicoltura, di apicoltura, e di tutto quanto concerne l’opera sua, che intende l’importanza dell’igiene e della nettezza, che tiene i conti dell’azienda, che dirige le subalterne nei vari lavori della fattoria.
 
Aurelia: Il seme era gettato ma come al solito ero sola, troppo sola. Molte erano le opinioni disfattiste ma io ero sempre più convinta che le cose sarebbero cambiate.  Anche Panzini non ci credeva . Sulla Vita Internazionale scrisse: “E’ un’idea che pare una bizzarria e che dopo avervi pensato si trasforma in un’idealità e dopo averci ancora pensato, l’idea diventa una cosa pratica, buona, socialmente santa.” C’era chi ammoniva che le donne di campagna avrebbero risposto con un sorriso di compassione perché fra madri e figlie, altro non sognavano che un marito e una città. Ma io ero fermamente convinta che l’opinione pubblica si sarebbe a poco, a poco svegliata. L’occasione si presentò molto presto. Seppi che al Consiglio dell’orfanatrofio della Stella si era ventilato il proposito di attivare un ramo di istruzione agraria. Mi concessero un’aula e un appezzamento rustico per le esercitazioni pratiche. L’accordo era quello di formare una sezione per esterne e maestre elementari. E così iniziò il primo esperimento inaugurato l’8 dicembre del 1902 nell’Orfanatrofio. Più tardi ebbi l’appoggio della signora Camperio, presidente del Comitato, della prof. Cleofe Pellegrini, direttrice della scuola Gaetana Agnesi. Arrivarono i primi sussidi della Cassa di risparmio e della Camera di commercio. In quel primo anno di esperimento tutto andò per il meglio. In seguito la Direzione provinciale mi mandò un sussidio di 150 lire. Ero sempre più convinta che avrei dovuto trovare locali più adatti, e terra. Li trovai a Niguarda, nella settecentesca Villa Clerici-Melzi.  Il 13 novembre 1904 ci fu la conferenza d’apertura. Nel 1905 il Ministero dell’Agricoltura mi incaricò di andare all’estero per raccogliere esperienze relative al progetto. Visitai le scuole congeneri della Svizzera, del Belgio, dell’Inghilterra e tornai in Italia entusiasta di quello che avevo visto.Maturai l’idea di aprire il convitto e di lì a poco, ci riuscii. Fu  inaugurato dal ministro Pantano. La scuola assunse, così, la formula di una vera azienda agricola in cui le allieve, obbligate a risiedervi pagando una retta modesta, svolgevano tutte le mansioni, anche domestiche, e vivevano a stretto contatto con la natura. Ero così determinata e convinta delle mie idee che nessuno avrebbe potuto incutermi timore.  Ottenni un sussidio dell’Umanitaria con l’appoggio della baronessa Alice Franchetti, la fiammella francescana, così era chiamata.Riprendemmo con un corso di Economia domestica. Il Ministero ci donò una mucca. Incominciammo a realizzare il nostro caseificio. Le difficoltà erano tante. La sera ero stanca sia moralmente, sia  fisicamente. Il babbo mi incoraggiava ad andare avanti.Qualche tempo dopo cambiammo casa, ma restammo sempre a Niguarda. Il locale della Casa Clerici era diventato insufficiente. Ci trasferimmo al di là del Seveso da dove non ci muoveremmo più. La casa era un’antica villa padronale, in stato d’abbandono, frazionata e divisa in umili alloggi. Bisognò provvedere a tutte le disposizioni del caso e ne risultò una dimora modesta e semplice, ma non priva di linea. Era quanto mi piaceva e mi bastava, essendo stata sempre aliena da eleganze pretenziose che generassero aspirazioni eccedenti il tono della vita di chi lavora in campagna, convinta, dagli antichi saggi, che il desiderio è sorgente di dolore. Non so come si facesse, quell’anno a sbarcare il lunario, utilizzammo ogni cosa allo scrupolo e con industria. Il Ministero ci inviò una raccolta di libri. La signora Camperio oggetti e suppellettili varie, la baronessa Franchetti ci donò una cucina senza fuoco, i professori Alpe e Cioia tavole murali, gli Ingegnoli alberi da trapianto, gli insegnanti il concorso disinteressato.”
Nel 1908 il terremoto di Messina fu disastroso. L’anno dopo Aurelia Josz riuscì ad ospitare delle orfanelle scampate al sisma. Intanto a Niguarda tutto procedeva al meglio con le lezioni di coltura generale. Le lezioni teoriche di specialisti si svolgevano all’aperto, all’ombra del solenne deodara. Le lezioni pratiche nell’orto, nella stalla, nella bacheria, nel pollaio e in cucina. I problemi economici erano tanti. Nel 1911, su invito del Ministero, la Scuola partecipò all’esposizione internazionale di Torino e ottenne un diploma d’onore. Nel 1914  ricevette una medaglia d’oro da parte del Ministero dell’istruzione. La Scuola promosse  la Lega delle massaie nuove con lo scopo di far propaganda e divulgare l’istruzione agraria in tutte le scuole italiane. Ma intanto era scoppiata la guerra. In quel periodo la scuola accolse le orfane di guerra, improvvisò un laboratorio per confezionare pezze da piedi ingrassate che furono inviate in grande quantità al fronte.

Aurelia: avevamo ricevuto dal Ministero dell’Agricoltura la medaglia al Merito agricolo. Un alto riconoscimento mai concesso alle donne. Ero molto preoccupata della situazione degli orfani di guerra e pensai che sarebbe stato importante che in ogni provincia sarebbe potuta sorgere una sorella alla scuola di Niguarda. Mi recai a Roma, al Ministero accompagnata dalla lettera di Luigi Luzzati che così scriveva: “Caro ed egregio Ministro, vuol usarmi la cortesia di ricevere ed ascoltare la signorina Josz? E’ una santa che pensa all’educazione agraria come ad un ideale di saviezza, di bontà, di produzione sana.”Nel 1920 tornai a Roma con decreto reale del 30 dicembre: la S.P.A.F. divenne Istituto consorziale autonomo e fu riconosciuta come Ente morale sotto la vigilanza del Ministero dell’Agricoltura. Nel giugno 1922 il prof. Giovanni Vidari, incaricato dal Ministero di fare un’ispezione, la prima al novello corso Agrario, sulla rivista Levana così scriveva: “ L’aura di pace, di serenità di purezza che si respira alla scuola di Niguarda, il culto quasi tolstoniano del lavoro come fonte di energia morale, il rispetto pressoché francescano della natura e degli animali, l’applicazione quasi immediata e consapevole del pensiero scientifico alla pratica, si compongono nell’animo del visitatore, in una espressione sola di simpatia e di plauso. In modo particolare mi sembra che la scuola di Niguarda sia adatta a preparare la vera e buona maestra della scuola rurale.

Nel 1923 il governo riconobbe il titolo rilasciato dal corso magistrale della S.P.A.F. ai fini della partecipazione a concorsi, provvedimento che doveva procurare un più alto numero di iscrizioni  e che giungeva dopo il positivo giudizio dell’ispettore ministeriale: “ Ho assistito alle operazioni di sbozzolatura e di selezione di bozzoli, di innesto a tutte le varie operazioni della lavorazione del latte…ho avuto dalle allieve le spiegazioni scientifiche degli ordigni adoperati, dei processi chimici e meccanici provocati, così che ne ebbi l’impressione di un addestramento tecnico consapevole dei suoi fondamenti razionali, però capace di svolgersi, e non destinato a chiudersi in un arido meccanicismo. La Scuola pratica agricola femminile di Niguarda è, dunque, in complesso un esperimento ben riuscito…L’impianto è buono, la struttura è solida, i principi direttivi sono sanissimi.”
Aurelia: Gli anni a venire furono intensi , una vera e appassionata lotta per salvare il patrimonio morale. Ho pensato di cedere tante volte, ma prevaleva sempre il mio animo guerriero. Decisi di andare dal duce. Ottenni udienza e mi recai a Roma accompagnata da una lettera di Ada Negri.
Il duce mi disse: “La sua visita mi ha interessato moltissimo.”Dopo qualche tempo la scuola si rianimò con una scuola di tirocinio che fu realizzata nel padiglione come modello rurale mista. Il numero delle allieve era cresciuto. Fui poi chiamata a Roma per avviare la scuola di Agraria fascista di S. Alessio che riuscimmo ad inaugurare dopo sei mesi. Un comunicato affermava: “I partecipanti al 4° congresso di Economia domestica hanno visitato con grande interesse la Scuola fascista femminile di Agricoltura a S. Alessio iniziata dalla professoressa Aurelia Josz sul modello della Scuola pratica femminile di Niguarda…”

Ma il regime ebbe un duplice atteggiamento nei riguardi di Aurelia e delle sue iniziative che dapprima apprezzò e sostenne anche con pubblici riconoscimenti e aiuti economici, ma di cui, presto, volle avocare a sé ogni merito, condannando all’oblio finanche il nome della Josz.La mia storia continua nel dolore. Mi è troppo duro il ricordo. Ma la storia è storia. Mi avevano proposto di restare a Roma alla guida della nuova scuola ma io avevo rifiutato. Dichiarai che non avrei lasciato definitivamente Milano per accettare la direzione della scuola romana offertami con cortese insistenza. Al gerarca si era fatto credere in una mia diserzione. E così gli scrissi: No, Eccellenza, io sono un buon milite e il mio posto di guardia non l’ho abbandonato mai.La storia che seguì fu ricca di fraintendimenti, di strumentalizzazioni da parte del regime che causò la chiusura della S.P.A.F. nel 1931. Negli ultimi anni cercai di resistere, di lottare, di sperare. Ma poi l’amara e dolorosa sorpresa alla fine del 1929. Il Comune di Milano, per economia, sospese il versamento della quota consorziale. Il gruppo d’azione chiuse la scuola e mise in vendita il padiglione. Nel mese di dicembre di quell’anno avemmo ben due ispezioni ministeriali, andate a buon fine. L’anno seguente non avevamo che le tre borse di studio fondate dal Consiglio dell’Economia nazionale in onore della principessa Maria di Piemonte. A gennaio la scuola riaprì con 6 allieve in tutto. E fu la fine. La scuola chiuse nel 1931. A nulla valsero le mie suppliche, la mia tenacia. Il ministro dell’educazione nazionale ebbe per me parole gravi e denigratorie: “La professoressa Josz, di carattere particolarmente difficile e del tutto incompetente in materia agricola…evidentemente non ha più il pieno controllo di sé.”

Calava il sipario su una vita di dedizione, di grandi entusiasmi, di tante innumerevoli fatiche. L’avventura di Aurelia termina qui.
Aurelia: “Tutto è concluso: le scolare sono partite. Resto io sola, nel silenzio, presso il deodara. Io vengo alla tua ombra tempio vivente che volgi in alto le verdi braccia come un atto di mistica supplicazione: qui la preghiera benché inarticolata, sgorga e si eleva: qui scriverò l’ultima pagina di questa storia di amore e di dolore. Sei sempre bello ma i tuoi rami non scendono più come un tempo fino a terra. Nella tua chioma aghifoglie fine e ariosa come una piuma, sono alcune radure, ché ti colpì a morte un’ondata di gaz mefitici, sfuggiti una notte dalla fabbrica troppo vicina e fu grazia poterti salvare a forza di cure. Eri nato in villa cento anni fa e ti radicasti nel profondo in questo luogo di pace ove io ti trovai, vigoroso e sovrano or sono quattro lustri, ma le case che erano allora lontane hanno come camminato e ti stringono dappresso, e le fabbriche rumorose coi loro camini ed antenna, ti guardano alla pari e ti alitano contro il loro fiato che intorbida l’aria e ti mozza il respiro. Io ti capisco: tu soffri in silenzio, ma soffri. Deodara mia ci vuol pazienza: i tempi son cambiati, tutto si evolve e chi non sa adattarsi deve morire. Del resto, perché non adattarsi a morire? Questa è saggezza. Tu hai vissuto, si, solo ché ti fu dato portar frutto, ma godesti della purezza delle albe al cospetto della cerchia delle Alpi scintillanti lontane e ti indorasti degli ultimi raggi dei tramonti trionfali: tu accogliesti tanti nidi pigolanti, tu desti ombra alle mie figliuole e serenità mentre studiavano, lietezza mentre giocando si arrampicavano sui tuoi rami come scoiattoli. Infine chiunque venisse, ti ha ammirato come una magnifica creatura di Dio, ed io ti ho voluto sempre bene: puoi morire contento. Così fosse di me, che forse in qualche cosa ti assomiglio: io fui sola e invano attesi l’attimo di grazia che sublima e infutura la vita; pure adempiendo da mane a sera i doveri incombenti, aprii il cuore a miti affetti e profondi, anch’io come tu il polline al vento, sparsi il germe di un’idea e mirai a splendori lontani nelle nebbie dorate. La sorte ci ha avvicinati: ora dovremo separarci.Vedi io ti parlo come a un amico di tanto lavoro non resta che la memoria e qualche briciola di bene qua e là, la nostra cara scuola non può durare: io sono proprio stanca della lotta vana: mancano le linfe, spirano venti contrari, ed è ancor lontano il giorno in cui ciò che essa fu, ciò che volle essere sarà inteso compiutamente e diverrà spirito di azione rinnovatrice. Anch’io oggi a ben riguardare comprendo che così com’era concepita in semplicità e povertà, da piacere a S. Francesco, bella solo di lindura e di opere, non può più esser gradita, ché la gente oggi vuole la meraviglia degli occhi in ogni oggetto.Noi non vivemmo così: di poco fummo contenti e, per l’ideale, l’ora che declina, ci trova in poveri panni. Indi non resta ormai che comprimere l’affanno, forti di una coscienza tranquilla, ed accettare l’inevitabile, senza troppa amarezza, perdonando e sperando ancora senza rimpiangere la propria follia se tale fu, perché di qualche cosa, oltre il pane, per qualche cosa che sembri degna, bisogna pur vivere.”

Finisce la storia di un’idea e di un’opera. Il 15 aprile del 1944 Aurelia fu arrestata ad Alassio e imprigionata a Marassi, a Genova. Poco dopo fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dove il 1° luglio trovò la morte nella selezione iniziale.Nel 1933 il regime decise di riavviare la scuola: la nuova direttrice fu Maria Nicolini. Nel 1937 la scuola venne trasferita a Cimiano, nella periferia di Milano;  nel 1939  assunse la denominazione di Scuola Agraria Femminile Augusta Mussolini; dal 1945 in poi, venne distrutto l’intero patrimonio dell’ente. Ci vollero ben dodici anni per ottenere la ripresa dell’attività, grazie alla determinazione di Maria Nicolini. La nuova sede aprì nel parco di Monza, presso la Cascina Frutteto, che venne appositamente ristrutturata nel 1956 e inaugurata il 14 gennaio del 1957.Valeria Vita Josz : “Mia sorella Aurelia Josz di me scrisse: “Io l’ebbi da allora quasi per figlia ma non per questo io ne tesso il panegirico: altri più degni, che la conobbero e la compresero, lo fecero.” Sono centinaia le antiche allieve ormai grigie o canute che le hanno votato un ricordo imperituro. Una mi scrisse alla sua morte: “E’ la creatura più alta che io abbia mia conosciuto.” Alta sì, ma umana serena e forte. Capace di sdegni danteschi e di giudizi severi, aperta a ogni forma d’arte, musicista sensibile, e un po’ romantica, come si intuisce dalle sue opere di scrittrice. Di queste non parlerò né di quelle didattiche: parlano i libri e gli opuscoli che ancora rimangono, se bene in gran parte trovabili solo nelle biblioteche, e i quarant’anni di insegnamento e il ruolo d’onore. L’aver rifiutato la tessera fascista le tolse la medaglia d’oro.Parlerò solo della figlia spirituale, alla quale dedicò per venticinque anni, senza alcun compenso materiale, le sue migliori energie: la Scuola Agricola Femminile Era una di quelle anime che non possono perdere la fiducia negli uomini e nel trionfo del bene. Chiusa la sua più feconda parte della sua vita Aurelia si dedicò alle cure di mio fratello Italo colpito da una grave malattia di cuore. E non conobbe stanchezza o riposo fin ch’egli visse. Incombeva su di noi più grave delle incursioni aeree l’incubo della persecuzione razziale. Il primo dicembre del 1942 si spense nostro fratello Italo e Aurelia mi raggiunse ad Alassio. Tre volte volli sistemarla in sicuro asilo, tre volte ella tornò a me, anteponendo gli affetti familiari alla sua sicurezza personale e l’ora della fuga la trovò sofferente di una rottura al braccio, occorsole cadendo. Impossibile condurla attraverso le reti del confine svizzero.

Ma ella non temeva: “Non possono farmi alcun male” mi disse al nostro ultimo colloquio, perché come disse Severino Boezio prima del martirio, il male ricade su chi lo fa. Era una profezia ma ella fu travolta. Imprigionata a Genova il 15 aprile 1944, poi trasportata a Fossoli. Fu costretta nei tremendi vagoni piombati, all’ultimo viaggio. Ad Auchwitz, in Polonia: gaz, fuoco e ceneri. Ma tu non sei morta: il tuo spirito vive ancora nel ricordo di una legione di donne alle quali infondesti la forza di vivere ben operando vive nella scuola che tu creasti.Un‘altra donna ha raccolto la fiaccola e fra lotte, difficoltà e dissensi, l’ha tenuta alta. Che importa il resto, nel tempo, quando i miei occhi avranno cessato di piangere il tuo martirio?La scuola Agraria rimase chiusa e deserta per un anno intero, poi giunse a dirigerla la dott.ssa Maria Nicolini che volle conoscerti e serba di te grata memoria. La scuola, messa di nuovo in efficienza, fu riaperta il 7 gennaio 1933. Nel 1937, abbandonata la vecchia sede e il tuo amico deodara, fu trasferita a Cimiano di Crescenzago, per ragioni di ingrandimento.Qui,  nel 1943, per contingenze belliche, i locali furono requisiti e occupati dai profughi. Solo quest’anno, vinti i molteplici ostacoli e le avverse correnti per l’opera indefessa della dott.ssa Nicolini, dell’ingegner Conte Dal Verme e di altri volenterosi, la scuola s’è riaperta bella, semplice, dignitosa e completa come tu, colla sorte comune ai pionieri, non riuscisti ad avere. Sono andata ultimamente a visitare la scuola con l’animo un po’ trepidante pel timore di scorgervi cosa che avrebbe potuto dispiacerti.Ma nulla ho visto che non fosse consone all’ideale che perseguisti. Mi pareva che tu fossi al mio fianco mentre la dott.ssa Nicolini mi guidava attraverso le ampie aule e i dormitori arredati con elegante semplicità, illustrandomi il molto fatto e il parecchio da fare e percepii chiaramente che se tu fossi stata al mio posto, le avresti detto, nel cordiale commiato: “Bene, sorella coraggio e avanti!”Sfoglio una margherita al vento perché qualche petalo idealmente raggiunga il campo di sterminio di Auchwitz dove furono gettate le sue ceneri, dopo il martirio.”