domenica 19 maggio 2019

SPOSE BAMBINE


SPOSE BAMBINE

Ho molti nomi. Perché esisto da sempre. Per i Caldei ero Isthar, la stella che splendeva prima che fosse creata la luna, in Egitto ero Iside velata, la madre della notte. Per gli Ebrei ero Lilith, luna nera, la sposa segreta di Adam Kadmon....Prima degli dei dell'Olimpo ero la Potnia Theron, madre del mondo. Nelle foreste dei Celti ero Grainné, ma anche Morgain, dono del mare….nei Tarocchi sono la Papessa. Qui, nel mio luogo senza spazio, nel mio tempo senza giorni io dimoro, più vecchia del mondo, e custodisco la memoria delle donne. Vecchie donne sapienti, giovani donne ignoranti, sante e sgualdrine, vittime e assassine...In ognuno di questi flaconi c'è un ricordo. Questi pezzetti di carta? Questi mi sono cari: sono le storie delle spose bambine, quelle che non hanno conosciuto la gioia. Ma solo l'oltraggio e la morte. Mi arrivano quando soffia il vento australe: nell'aria, o sulle ali delle colombe, o legate alla coda di un aquilone, o galleggiano sull'acqua. Sono tante.  Senza andare troppo lontano, lasciamo stare gli assiri, i greci, i romani...cominciamo dall'ultimo millennio. Paesi lontani? Civiltà barbariche? Qualcuna.  Ma anche qui da voi, nel vecchio continente.

AELIS
Matrimonio combinato nell'800 borghese
Il nostro era un piccolo castello, ma il magro terreno portava al mare.
Il vicino, invece, aveva terre grasse, una foresta per la caccia, e un castello dai tetti aguzzi. Era vedovo, senza eredi. Io ero l'unica figlia, mio fratello non era tornato dalle crociate... e mio padre pensò che dandomi in moglie al vicino avrebbe unito le proprietà: lui voleva la bella foresta, e il vicino avrebbe guadagnato l'accesso al mare, e me, come regalo.: una piccola sposa pura come la neve appena caduta. Appena diventai donna, andai a nozze. Fino allora avevo giocato sulla riva del mare coi castelli di sabbia: Mi sarei trovata chiusa nel castello dai tetti aguzzi.  Mentre mi pettinavano le serve piangevano. Quell'uomo era due volte vedovo, e non si sapeva bene che fine avessero fatto le sue spose. Si diceva che in una torre avesse una stanza segreta in cui evocava il demonio. Era grosso, brutale. La sua barba era così nera da sembrare blu.Non ebbe nessuna pietà della mia età acerba, del mio terrore delle mie lacrime, e in una notte di orrore mi prese con la violenza. Sono morta di parto a tredici anni. Le donne l'avevano detto che ero troppo piccola per portare un figlio. Così ce ne siamo andate tutte e due, io e la mia bambina,soffocate nel sangue e nell'indifferenza. Càpita che le fattrici muoiano, è la natura, cosa c'è di strano?


Sposa venduta per un feudo (1000)

“Anche se ero una femmina, mia madre voleva che andassi a scuola. Puoi diventare una maestra, un dottore, diceva. Da noi non ce n'è abbastanza. C'è solo sabbia, vento, mucche magre, poca acqua. Alla missione un grosso uomo bianco, che chiamavamo padre, mi insegnò a leggere, a scrivere. Una donna gentile mi spiegò che con l'acqua del pozzo bisognava lavarsi le mani, ma per bere era meglio bollirla. E che avrei potuto spiegarlo a quelli del mio villaggio. Dalla lontana europa arrivavano scatole di latte dolce e vestiti colorati. Era un mondo nuovo finché… I guerrieri neri arrivarono di notte . A tutti gli adulti tagliarono la gola, anche al buon padre, anche alla donna gentile, perché non erano credenti, secondo loro. I bambini, via, sui camion. Ne avrebbero fatto degli assassini. Le bambine.... ci misero un velo nero, dissero che saremmo diventate spose. Anch'io, anche se avevo solo dieci anni. Spose di guerrieri benedetti, dicevano, sante, pronte al sacrificio, se serviva che entrassimo in un mercato con l'esplosivo alla cintura. Il mio sposo era un ragazzo ignorante, non parlava nemmeno la mia lingua. Provai a dirgli che non ero ancora una donna, ma non mi ascoltò, e mi fece tanto male. Con un filo sottile di sangue che non smetteva più se ne andarono le mie forze, poi la mia vita. Nemmeno la sabbia ricorda il mio nome.”

ANGELICA
Monaca per forza (1600)
 
Anch'io sono una sposa bambina. Solo che il mio sposo non è di questa terra.Dalla nascita, la mia famiglia aveva deciso che mi sarei fatta monaca. Alla mia sorella maggiore erano toccate le nozze con un nobile, a me il convento. Così si usava nel seicento. Avevo sette anni quando quelle mura si sono chiuse dietro di me. Non avrei più visto i miei fratelli, né mia madre; mio padre lo odiavo già. Non più giochi con gli altri bambini, corse in carrozza col vento nei capelli, non più d'estate la villa col parco immenso e il laghetto delle anatre. Muri grigi, un dormitorio dove non si poteva parlare, un chiostro senza fiori. E preghiere dalla mattina alla sera, in ginocchio sulla pietra fredda. La mia infelicità cresceva con gli anni, e il confessore mi sgridava sempre, perchè non ero contenta di essere fidanzata con Gesù. Pensavo agli anni tutti uguali che mi aspettavano, e credevo di impazzire. Mia sorella aveva i baci del suo promesso, io solo le lacrime sul mio cuscino. Si parlava molto di una novizia, che aveva un amante di nascosto, e perchè lo scandalo non si sapesse era stata murata viva...era una nobile di Spagna, ricordo. Il confessore mi raccomandava di non indugiare in quei pensieri sporchi. Così a dodici anni, al digiuno della quaresima  scoprii che a non mangiare mi sentivo pulita, leggera...libera, padrona della mia vita.   Dalla Pasqua in poi riuscii a non toccare cibo. Mi sembrava di stare benissimo. Dissi che lo facevo per mortificarmi, per amore di Gesù. Il digiuno purifica, approvavano le suore. “una piccola santa” dicevano di me. Così in pochi mesi sono riuscita a morire.

BARBARINA
Bambina a corte (Barbarina, Mozart, 1700)
 
Se era bello vivere nel palazzo del Conte Almaviva? Era bello se eri la padrona, come la Contessa, o se eri furba, come mia cugina Susanna, che aveva trovato un fidanzato furbo come lei.Per loro feste di nozze, con canti e balli. Per me, figlia di un giardiniere sempre ubriaco, da quando avevo otto anni frasi sboccate e mani indiscrete. E il conte che mi prendeva in braccio.. “mi vuoi bene, Barbarina?”  e mi accarezzava dappertutto. Solo il piccolo Cherubino mi voleva davvero un po' di bene. Difatti volevo fidanzarmi con lui, anche se eravamo bambini. Anche lui era un giocattolo per i signori. Tanto che il conte, geloso della moglie, lo mandò lontano, a fare il soldato. Chissà se sarebbe tornato.Rimasi da sola, anche Susanna si era sposata, e non mi badava più.Sola di fronte alle voglie che gli uomini si cavano con le serve, e poi si dimenticano di te, o dicono che sei una bugiarda....Io non ero sveglia come mia cugina...quando gli stallieri dopo aver ubriacato mio padre si approfittarono di me, che avevo dodici anni, mi sono gettata nel pozzo per la vergogna. Ma nessuno l'ha mai raccontato.
 
CLAIRE
Soldi. In casa non si parlava d'altro. Era la fine del'800,la mia famiglia viveva di rendita, come tutta 'alta borghesia di Parigi. Storditi dall'odore dei soldi. Una gara per la carrozza più bella, la toilette più costosa, l'amante più alla moda. Noi ragazzine di buona famiglia eravamo spedite in collegio, allevate come agnellini in attesa del macello che ci aspettava. Gli uomini, in genere, riservavano le galanterie alle cocottes: per noi, quelle che sposavano, un breve gesto brutale ogni tanto, giusto per farci figliare:  che la cosa ci piacesse o no, non era da signore  parlarne..Ai balli eravamo in mostra agghindate  come bestiole alla fiera, in attesa del miglior offerente Qualche volta si aveva fortuna, qualche volta no. I genitori esaminavano la posizione dei pretendenti con la precisione di agenti delle tasse, e decidevano per noi. Io non ho avuto fortuna. A quattordici anni ne dimostravo sedici, ero bella e ben fatta, ma giocavo ancora con le bambole. E mio padre mi chiamò nel suo studio: “Claire” mi disse “un uomo importante ti ha chiesta in moglie, e ho accettato” Non importava che avesse cinquant'anni che fosse grasso,pelato e vizioso: era un banchiere, e aveva castello e vigneti in Borgogna. Gli fui data in pasto, e si comportò come un lupo con un agnellino:Sono vissuta, e gli ho dato cinque figli. Ma ero solo un guscio, un'apparenza. Claire era morta a quattordici anni, la notte delle sue nozze.

 
FIOR DI PERO
Cina, bambina sposa con i piedi legati (Primi 900)
 
Era già incredibile che avessero permesso a mia madre di tenermi, anche se ero femmina Ma una bambina che già alla nascita è bella come un fiore, può essere un affare. Fior di Pero, mi chiamarono, perchè ero pallida e delicata. Mia zia ha insistito perchè mi legassero i piedi “se deve diventare una signora non può avere i piedi grossi come le contadine”.Per molte notti finsero di non sentirmi urlare di dolore.Potevo camminare solo a piccoli passi, come una bambola. Ero dolce, remissiva: il mio carattere era stato spezzato assieme ai miei ossicini.Un vecchio mercante, mi comprò come terza moglie. Sperava che una bambina come  me gli avrebbe restituito il vigore, ma non fu così. E lui mi picchiava, furioso, dicendo che era colpa mia.Le altre mogli mi odiavano. Da tempo non accendeva davanti alla loro porta la lanterna rossa che invitava al suo letto. Un giorno misero un fungo velenoso nella mia zuppa.Nessuno capì come ero morta, o forse chi l'aveva capito taceva. Mio marito era un uomo potente, tutti avevano paura di lui. E io...io non so in fondo se mi sarebbe piaciuto vivere così.

 
AMINA
Africa, bambina  rapita da Boko Haram
 
Non avevo ancora otto anni, e mio padre mi ha detto . “domani sposi Kabir”. Io non l'avevo mai visto, ma una brava figlia non può disubbidire a suo padre: Il giorno delle nozze mi dipinsero le mani e i piedi con l'henné, e avevo un abito rosso e un velo d'oro. E braccialetti e anelli, e una collana di fiori profumati. C'era la musica e si mangiavano i dolci, e tutti mi dicevano che ero fortunata. Ma subito, a casa di mio marito, sua madre cominciò  picchiarmi tutti i giorni.Loro due parlavano di com'ero stupida e inutile: avevo rovesciato l'acqua, avevo bruciato il pollo, non sapevo tessere...e quante cose avrebbero potuto fare con la dote che avevo portato, se non avessero dovuto sprecarla per sfamarmi.Così mi hanno strangolata di notte, e gettata nelle braccia del fiume.Quante bambine come me ho ritrovato nella corrente.....Anche se ero una femmina, mia madre voleva che andassi a scuola. Puoi diventare una maestra, un dottore, diceva. Da noi non ce n'è abbastanza. C'è solo sabbia, vento, mucche magre, poca acqua.Alla missione  un grosso uomo bianco, che chiamavamo padre, mi insegnò a leggere, a scrivere. Una donna gentile mi spiegò che con l'acqua del pozzo bisognava lavarsi le mani, ma per bere era meglio bollirla. E che avrei potuto spiegarlo a quelli del mio  villaggio. Dalla lontana europa  arrivavano scatole di latte dolce e vestiti colorati. Era un mondo nuovo...finchè...I guerrieri neri arrivarono di notte . A tutti  gli adulti tagliarono la gola, anche al buon padre, anche alla donna gentile, perchè non erano credenti, secondo loro. I bambini, via, sui camion. Ne avrebbero fatto degli assassini. Le bambine.... ci misero un velo nero, dissero che saremmo diventate spose.Anch'io, anche se avevo solo dieci anni. Spose di guerrieri benedetti, dicevano, sante, pronte al sacrificio, se serviva che entrassimo in un mercato con l'esplosivo alla cintura.Il mio sposo era un ragazzo ignorante, non parlava nemmeno la mia lingua. Provai a dirgli che non ero ancora una donna, ma non mi ascoltò, e mi fece tanto male.Con un filo sottile di sangue che non smetteva più se ne andarono le mie forze, poi la mia vita.Nemmeno la sabbia ricorda il mio nome.
 

venerdì 10 maggio 2019

COCO CHANEL, la regina di Parigi

La forza si costruisce sui fallimenti, non sui propri successi. Ciò che mi ha resa forte è stato nuotare sempre controcorrente. (Coco Chanel).

Coco Chanel, pseudonimo di Gabrielle Bonheur, nasce il 19 agosto del 1883 a Saumur, in Francia, da una famiglia di venditori ambulanti. A 12 anni è orfana e viene allevata severamente in un convento di Corrèze, circondata dalle suore, dove imparò a cucire con i pezzi di stoffa avanzati dalle vesti, e poco altro. Gabrielle dopo l’orfanatrofio iniziò a lavorare come sarta di giorno e cantante di notte per i soldati, che le diedero il soprannome Coco e che lei continuerà ad usare per tutto il resto della sua vita. Il suo sogno di aprire a Parigi un negozio di moda si realizzò grazie all’ incontro fortunato, in un caffè di Moulins, con Étienne de Balsan, figlio di imprenditori tessili, che la invitò a trasferirsi nel suo castello a Royallieu. Una relazione lunga durata sei anni, che si rivelerà un incontro più che fortunato per la stilista: Étienne non sarà solo un amante, ma soprattutto il suo primo finanziatore. 
 
E fu così che Coco realizza il sogno di apre, a Parigi, il suo primo negozio in Rue de Cambon, al numero 31. Sembrava destinata a una modesta vita di provincia ma la sua genialità, il suo carattere, il suo coraggio la resero celebre perché capace di rivoluzionare il concetto di femminilità. Regale e generosa, impetuosa e collerica, rivoluzionaria, con i suoi tormenti e le malinconie. Per rendere le donne più belle, libere e moderne, disegna cappellini e inventa il tailleur: il modello più famoso fu il classico tubino nero, estremamente elegante e portabile, perfetto per uscire la sera. Accorcia gli abiti, svela le caviglie, libera il punto vita, elimina i corsetti, riporta in voga il jersey, i capelli corti e la pelle abbronzata. Chanel chiude un'era e proietta la moda in un nuovo secolo. La ragazzina arrivata dalle campagne dell'Alvernia, l'orfana di Aubazine, diventa la regina di Parigi. Lo stile dei suoi abiti ha rappresentato nel ‘900 un nuovo modello di donna. Ha dedicato la sua vita a disegnare abiti perfetti per queste nuove donne moderne, rimpiazzando i capi poco comodi tipici della belle èpoque. “Prima di uscire, guardati allo specchio e togliti qualcosa” è la citazione che meglio esprime la sua regola di stile basata sulla sottrazione. Amica e mecenate di Picasso, Djagilev, Cocteau, Colette, Stravinskij.  Si impose come figura fondamentale del fashion design e della cultura popolare del XX secolo, fondando la casa di moda che porta il suo nome. Amava leggere Sofocle, Proust, Virgilio, Rilke, Apollinaire e Mallarmé, e poi Rabelais, Shakespeare, Baudelaire, Verlaine e Claudel. 
 
Prediligeva la forma poetica nella sua espressione onesta e sensuale del mondo, della modernità e dei sentimenti. Il suo grande amore fu l’inglese Boy Capel, ricco e colto, colui che la iniziò alla letteratura, all'Oriente e all'esoterismo. La loro storia finì bruscamente con la morte improvvisa di Boy. Si racconta che fu la prima e unica volta che videro Chanel piangere. "'O muoio anche io' -  dirà-  'oppure finisco quel che abbiamo iniziato insieme'". Scelse di continuare ad occuparsi di Bellezza. Il trucco, come il profumo, giocarono un ruolo importante per le donne alle quali si rivolgeva con la sua arte:se siete tristi, truccatevi, mettetevi un po’ di rossetto e attaccate” - una donna senza profumo è una donna senza avvenire”: il suo Chanel N°5 che lanciò nel 1921, rivoluzionerà totalmente il concetto di profumo. Il 10 gennaio 1971, nella sua suite all'Hôtel Ritz di Parigi, Gabrielle Coco Chanel si spegnerà all'età di 87 anni. Il suo ricordo resterà indelebile nel tempo perché è riuscita a cambiare per sempre la moda internazionale e la concezione del corpo femminile. ( articolo pubblicato su LEI STYLE)
 
 



 

martedì 16 aprile 2019

NOTRE DAME, quando cade il die.




 
L’età superba, nostro consiglio
come fiore si colse
e quando cade il die nelle paure della veglia bruna
ricorre il navigante.
A Lei ognor volgiamo il Salve Regina
perch’ella ci salvi dagli scampi
a lei Beata, che dagli affanni il mondo ogni die tutela
oltre i mar, oltre le lande selvagge
noi testimoni della sua parola
noi che l’alta promessa da Lei s’udia
questa nostra età scortese
non ode ognor le benedette soglie.
Oh Maria!
Tremanti a te i preghi noi ploriam in mille parti
in cima ai pensier dei nostri antiqui vati
a te Beata noi periglianti invochiam scampo.

Antonia Pozzi, per lei i miei versi in uno scrigno



Restano nelle rughe della pelle come in uno scrigno
le nostre sofferenze di tutta un'esistenza

il cielo del tramonto oggi è terso
laggiù un fitto reticolato di rami
si allunga nell'immensità sconfinata del mio sguardo

il lago di canne sussulta silenzioso
dai miei occhi si scorge un sentimento strano
la mia anima palpita e io soffro
di tutta questa esistenza presente.

Note!
Afferro le note di un preludio wagneriano.
La musica! Dio quanto è bella la musica!

I rintocchi di un campanile mi martellano il cuore
mentre io mendico la mia anima lungo il lago.

Ogni cosa per me è una ferita
un pianto, lo sconfinare illecito dove il dolore è solo mio.

Appendo alla parete i mei versi
per il piacere di leggerli ora che mi sento rotta.

Nel rimpianto di un prato io libera sotto le stelle
ma nel momento in cui il rimpianto padroneggia le mie tempeste
mi levo a commozione e ho pietà di me.

Adesso torna a scrivere poesie - mi dico-
per essere più vicina alla mia tiepida carne e sentire il mio fiato in pace.

Dai veli di pioggia guardo il profilo immobile della montagna
e stringo i pugni
nel dolore altissimo di questa mia vita.

Dicono che il dolore nasca da uno sbaglio
ma quando si rincorre il diritto di esistere
è già troppo tardi.


Ho messo le scarpe più vecchie
chiudo le imposte e afferro le foglie di pizzo
delle tendine rosa della mia stanza.
Per tutte le sere della mia vita
tenterò di radunare le grida di me stessa
quando il cuore batterà all’unisono.

Sono muta davanti a lui
per poterlo riavere per me al di là dell’amore
così che io possa padroneggiare
nel canto la mia tempesta.

Forse non mi ritroverò
perduta in questa notte bianca che mi schiaccia
bacio la terra premendo le labbra
poi mi rialzo come da un sonno, leggera.

Io non so come sia
ma ad un certo punto ho incominciato a sentire gli angeli.

 
Comincia l’affanno verso sera
mi avvicino alla finestra aperta
guardo il cortile con i suoi porticati e le colonne.
 
le parole dei passanti rimbombano nella viuzza, sempre le stesse
nell’angolo della via resta seduta la vecchia fioraia che guarda inquieta
il suo sguardo è duro come il marmo
 
c’è un uomo che cammina rasente il muro
ha le punte scolorite dei baffi, il viso scialbo e sudato
porta un basco azzurro, sembra trasandato.
 
scorgo la striscia dei prati ma penso ai boschi e al loro silenzio sicuro.
Sento come non mai che laggiù c’è la pace.




Ogni cosa per me è una ferita, il grido del mio domani ucciso.
Oh quella piccola finestra bassa!
Se potessi dormire per non perdere un solo attimo del silenzio!
 
Nel sonno buio non so e non capisco l’affanno di questi miei anni di vita.
Mi è caro vegliare tranquilla
il papà suona il grammofono, è un vero piacere poter ascoltare.
 
Ho vagato con la mente nello spazio costellato di pianeti
il mio sguardo al limite dell’orizzonte
dove rivedo la Madonnina del Duomo.
 
Dietro un sottile e fitto dolore, forse i rami dei faggi
dei boschi di Pasturo possono ascoltare
questo doloroso e violento passaggio della mia vita.
 
Benvenuta anima bianca.
Oggi è stata una giornata indimenticabile
pare impossibile che questo avvenga.
 
Tutto era sole, incanto e primavera
nelle nubi e nelle gocce d’acqua
di una vita che si insinua ad insaputa del mondo.
 
E’ l’ora in cui si accendono le lampade.
Sono intimamente conchiusa in me
non sento più le mani e per la prima volta capisco che non mi avrebbe mai amata.
 
Resto sul mio cuore esiliato
e mi separo dal mio fermaglio appuntato fra i capelli
stringo i pugni sul petto che incominciano a dolermi le ossa.
 
Non sono degna di essere più guardata dalle stelle
la mia lieve follia
è avvolta nelle brume misteriose della notte.
 
La mente e il mio cuore, tremuli, nel mio disordine mentale.
Sono ai piedi del mio corpo tanto inutile e perduto
in questa notte piena di echi e di ombre nere sul muro.



Finchè alla tua debolezza
lascerai lo strazio illecito e inutile del tuo smarrimento dalle cose e dal mondo
l’attesa sarà ammenda e nota confusa fra gli astri

ti sporgi al margine della terra dalle ultime staccionate
sei sopra uno schermo bianco esiliata dalla tua ombra
che mette un vuoto in questa ultima notte

un’altra valle fra i monti malgrado il tempestoso tumulto di questa tua tensione
sei in un destino, leggera d’esser poeta
e scivoli come divinità, lasciando traccia breve del tuo passato.





La voce e la poesia, viandanti erranti.



Alcuni anni fa è venuto a mancare mio padre. Oggi vivo con il ricordo della sua perdita e ancora peggio con la sofferenza di non poterne sentire la voce. La voce è un elemento impalpabile, è una delle cose che perdiamo quando una persona scompare e, poterla preservare, è un patrimonio di ricordi e sentimenti
Maria Luisa Spaziani a proposito della voce ha scritto: “Avevo una grande paura che mia madre “ancora giovane, in quanto aveva settant'anni, morisse. Lei venne a stare a Roma e ci sentivamo, per cui ho registrato la sua voce, pensando di ascoltarla per quando lei non ci sarebbe stata più. L'ho fatto a tradimento, ed era il famoso mese di aprile. T.S. Eliot dice: “Aprile è il più crudele tra i mesi”. Era l'otto di aprile e mia madre è morta all'improvviso in due giorni: ha avuto un ictus ed è scomparsa. E allora il ricordo di quella telefonata ha dato origine a questa poesia. La poesia è una grande metafora della morte, come la morte lo è della poesia, però di quella morte che ci fa riprendere tutto dall'inizio immettendoci in un nuovo ciclo di nascita e trasformazione. “
"Mia madre"
Le dicevo buonanotte al telefono./Rispondeva un sussurro, buonanotte. /La sua voce staccata dal suo volto. /E a tradimento io la registravo. /Sapeva, la gentile, a cosa pensavo' /che un certo aprile era all'agguato, /che presto l'aspettava un chissà dove, /oltre la terra e il tempo. /Un aprile? In che anno? /Avevo letto che aprile è il più crudele dei mesi. /E venne la sua voce, un buonanotte/ultimo il giorno cinque. /Mi resta quella voce registrata. /Viene da altre ere, altri pianeti. /Pura essenza in cui lei si trasfigura, /profumo vivo di fiore sprofondato.

C’è una dialettica relazionale in questo bellissimo progetto di Giovanna Iorio che ha dato vita ad una mappa sonora in cui è la poesia che si spinge verso colui che ascolta, gli parla delle cose del mondo attraverso un grumo di parole. E così si ha la sensazione di non essere più isolati. La poesia diventa corpo e respiro, in un crescendo emotivo; diventa disponibilità verso il mondo, viene percepita confessionale, meditativa e molto altro. Si ascoltano versi e voci che indicano una rediviva concretezza dell’umano e dell’umanità della poesia che si compone lungo un filo di Arianna immaginifico e verbale. Una poesia che ci parla delle nostre esistenze, del loro senso, della memoria. Elementi che si intrecciano, si fondono, a volte si sovrappongono, fino all’esito quieto di una poesia che diventa viandante. La strada è messa a fuoco dagli stati d’animo dove le vite dei poeti si intrecciano lungo un pentagramma la cui partitura è segnata dall’altissimo sentimento di un lessico “universalizzante” fatto di persone e della loro voce. Ogni storia diventa presente, nel qui ed ora dell’esperienza poetica. Per fare questo la Iorio è ricorsa ad una forma di custodia fluida, estremamente musicale, accogliendo i respiri lunghi e brevi dei poeti e i loro versi che si aprono al mondo come fa un fiore nell’attimo in cui si schiude per incontrare il sole.


E’ un’esperienza nuova e universalmente valida che accoglie il vivere intenso dei poeti lungo un viaggio continuo come quello intrapreso nell’Ulisse di James Joyce in cui si fa poi ritorno a casa. In questa pluralità centrifuga di persone e di versi, in questo “arcipelago sparpagliato” di voci, si ha l’impressione di muoversi come Don Chisciotte nella Manica; ma il grande significato è attribuito alle parole che si plasmano in versi in ogni piccola sosta e risuonano di profondità, nella pienezza della loro significazione. Abitare sulla cartina di Poetry Sound Library con la poesia dell’attimo breve, vuol dire essere nel qui e nell’altrove, vuol dire sostare in una terra gravida, dove i versi sono messi di buon raccolto, pronti ad alimentare quel mondo gravido di appartenenza a valori condivisi di bellezza e verità, in cui la poesia diventa scrittura della residenza. Ed è in questo luogo non luogo dove la parola vive nella sua centralità, legandosi alla poesia e al sentimento che la rendono ancor più carica di significati altri.  La voce diventa memoria e senso. E tutto mi riporta agli affetti più cari, alla necessità di custodirne l’essenza attraverso le parole che poi diventano versi.  E così il pensiero va ancora a mio padre. - Entro nei tuoi occhi come in un bosco pieno di sole per dirti ciò che di più bello non ti ho ancora detto. Starei davanti a te che mi guardi ancora coi tuoi frutti carichi di miele e farei echeggiare il mondo del tuo amore. Saresti inaccessibile nel momento stesso in cui ti afferro, ma dammi un po’ della tua infinità affinché io possa piantarla con gli ulivi, fra le montagne, verso la piana. Fa che la tua assenza non corra nelle mie notti ma possa posarsi in una cesta colma di frutti illuminata da noi due-

Padre/nell’essere, sei stato ramo luminoso da cui pende il frutto/nell’essere, sei stato al pari del respiro degli alberi /di ogni erba, di ogni risorgiva fonte./Prendo tempo nel brulichio di questo tuo silenzio/che occupa il sole, l’acqua, la terra./Un grumo di amaritudine/la trafittura che brucia e cuoce/e il crepuscolo di questo gorgo che si attarda./Una porta bianca/dietro i vetri il tuo fiato nelle membra sgonfie/e poi il culmine raggiunto./Si apre l’infinito spazio/ma quiete ci sarebbe stata?/Va, Padre/non turbinare in altra necessità/segui il movimento delle sfere/le crociere degli stormi/In alto/ancora un poco/per trasmissione del cuore/nel limbo del sole di maggio.

domenica 7 aprile 2019

Premio Internazionale di Poesia Isabella Morra IX edizione


COMUNICATO STAMPA
La Casa della Poesia di Monza annuncia la IX edizione del Premio Internazionale di Poesia Isabella Morra, il mio mal superbo. Il premio, fondato da Antonetta Carrabs, presidente de La Casa della Poesia di Monza, nasce per celebrare Isabella Morra, una delle voci più autentiche della poesia italiana del XVIsecolo, pioniera della poesia romantica. Il Premio Isabella Morra viene dedicato, ogni anno, ad una poetessa italiana non contemporanea. La scorsa edizione è stato dedicato ad AMELIA ROSSELLI, quest’anno a SIBILLA ALERAMO (1876 – 1960).Poetessa e scrittrice, bella, intelligente, libera da schemi e pregiudizi.
 
La giuria della IX edizione
GUIDO OLDANI presidente di giuria
DONATELLA BISUTTI poeta, scrittrice, critico letterario
MASSIMO MORASSO poeta, scrittore, critico letterario
ANDREA GALGANO poeta, scrittore, critico letterario
ANTONETTA CARRABS poeta, scrittrice, drammaturga
ELISABETTA MOTTA critica letteraria, scrittrice
IRIDE ENZA FUNARI poeta, scrittrice


Inviare i testi all’indirizzo email premiomorra@gmail.com. Termine ultimo di consegna 30 aprile 2019. Su www.lacasadelapoesiadimonza.it tutte le info

REGOLAMENTO
Il Premio per poesia inedita, a tema libero, si articola in tre sezioni:
Sezione 1 Adulti (dai 20 anni di età)
Sezione 2 Detenuti (senza limite di età)
Sezione 3 Studenti (dai 13 ai 19 anni)
Si concorre inviando un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Ciascun testo non dovrà avere una lunghezza superiore a 50 versi. Nell’invio dei testi occorre specificare il titolo della silloge, in assenza di esso occorre specificare i titoli dei singoli componimenti. Termine ultimo di consegna 30 aprile 2019. La partecipazione al premio implica la totale accettazione del regolamento. Gli elaborati non verranno restituiti. La partecipazione al premio non dà diritto ad alcun rimborso spese, né a compensi per diritti d’autore relativi a qualsiasi pubblicazione. Il non rispetto di una qualsiasi delle indicazioni contenute nel regolamento comporta l’esclusione degli elaborati inviati.  Per la privacy i dati personali dei concorrenti saranno tutelati a norma della legge 196/2003

QUOTA DI PARTECIPAZIONE
Per la sola sezione 1-Adulti la partecipazione è subordinata al pagamento di una quota di 15.00 euro.
Il versamento va effettuato tramite bonifico bancario, specificando il nome dell’autore e intestando a La Casa della Poesia di Monza- Premio Morra 2019 – Banca Prossima piazza Paolo Ferrari 10-Milano IBAN IT63 G033 5901 6001 0000 0139 920 oppure accedendo a Paypal trasferimento denaro a luigi@lacasadellapoesiadimonza.it. Per la sezione 2-Detenuti e la sezione 3- Studenti la partecipazione è senza alcun onere.

MODALITA’ DI INVIO
I testi vanno inviati in un unico documento formato word a: premiomorra@gmail.com Nella mail di accompagnamento va specificato il seguente oggetto: Premio Letterario Isabella Morra 2019 e va allegata la scheda di partecipazione debitamente compilata. Per la sezione 1 Adulti occorre allegare anche la fotocopia del versamento effettuato.

FAX SIMILE SCHEDA DI PARTECIPAZIONE
Con la presente, il/la sottoscritto/a nome cognome – nato/a in data – residente a CAP Via/Piazza n.tel e-mail, intende partecipare alla /alle seguenti sezioni del Premio: Poesia inedita sez.1 Adulti o Poesia inedita sez. 3 Studenti.  Il sottoscritto dichiara, sotto la propria responsabilità, di aver preso visione del regolamento e di accettarne ogni sua regola; che gli eventuali inediti presentati al premio non sono mai stati precedentemente pubblicati in forma cartacea o in e-book e sono frutto esclusivo della propria creatività; di aver provveduto al pagamento della quota di partecipazione se prevista dal regolamento.  Data   Firma

PREMI
Sezione 1 – Adulti
Primo classificato: premio in denaro di 200,00 euro, medaglia luna rossa, antico simbolo della città di Monza e attestato di merito. Secondo e terzo classificato: medaglia luna rossa, antico simbolo della città di Monza e attestato di merito.
Sezione 2 – detenuti
Ai primi tre classificati targa e attestato di merito. Sezione 3 – Studenti
Primo classificato: viaggio per due persone in una capitale europea, targa e attestato di merito. Secondo e terzo classificato: targa e attestato di merito e pubblicazione sulla Villa Reale di Monza
I risultati saranno pubblicati sul sito www.lacasadellapoesiadimonza.it.  La cerimonia di premiazione si svolgerà venerdì 31 maggio 2019 ore 17,00 Reggia di Monza viale Brianza 2.

SIBILLA ALERAMO (1876 – 1960)
Figlia di Ambrogio Faccio, professore di scienze, e di Ernesta Cottino, casalinga. Era la maggiore di quattro fratelli. Trascorse l’infanzia a Milano fino all’età di dodici anni, quando interruppe gli studi per il trasferimento della famiglia a Civitanova Marche, dove il marchese Sesto Ciccolini aveva offerto al padre la direzione della propria azienda industriale. Nel 1891, a quindici anni, fu violentata da un impiegato della fabbrica, Ulderico Pierangeli: rimase incinta ma perse il bambino. Nel 1893 fu costretta dalla famiglia a un matrimonio riparatore. Trasferitasi nel 1899 a Milano le fu affidata la direzione del settimanale socialista «L’Italia femminile» fondato da Emilia Mariani. Dal 1901 al 1905 collaborò con la rivista Unione femminile di cui diventò socia nel 1906. I difficili rapporti familiari la convinsero ad abbandonare marito e figlio trasferendosi a Roma nel febbraio del 1902. Si legò a Giovanni Cena, direttore della rivista «Nuova Antologia», alla quale collaborò e iniziò a scrivere il romanzo Una donna, edito nel 1906. Pubblicato sotto lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, è la vicenda della sua stessa vita. Il libro ottenne subito un grande successo e fu presto tradotto in quasi tutti i paesi europei e negli Stati Uniti. Fece parte del comitato promotore della sezione romana dell’Unione femminile nazionale. Terminata la relazione con Cena, condusse una vita piuttosto errabonda. Nel 1913, a Milano, si avvicinò ai Futuristi. A Parigi (1913-1914) conobbe Guillaume Apollinaire e Verhaeren, a Roma Grazia Deledda. Durante la prima guerra mondiale conobbe Dino Campana: lei estremamente mondana e frequentatrice di salotti, lui schivo e appartato. Il rapporto fu quindi estremamente tormentato. Nel 1919 pubblicò Il passaggio e nel 1921 la sua prima raccolta di poesie, Momenti. Nel 1920 è a Napoli, dove scrive Endimione, dedicato a D’Annunzio. Femminista, pacifista, fascista, dopo il 1945 convinta comunista. La scrittura diventa esplicitamente il luogo in cui versare gran parte di sé: il “flusso irrefrenabile di vita” attraverso cui passa la ricerca di identità come costruzione dell’autonomia dell’essere femminile e come “sforzo incessante autocreativo”. Vera profetessa della riscoperta che il femminismo farà del suo singolare percorso di vita e di scrittura, Sibilla così annota nelle ultime pagine del suo Diario: «Io non so se i nomi di cui mi servo per tutte le cose di cui parlo sono i veri. Sono stati creati da altri, tutti i nomi, per sempre. Ma quel che importa non è nominare, è mostrare le cose.»

ISABELLA MORRA (15201546)

ISABELLA MORRA  nacque a Favale, l’odierna Valsinni nel 1520. Lontana da corti e salotti letterari, visse sotto la prepotenza dei fratelli e segregata nel proprio castello, dove si occupò della sua produzione letteraria. La sua breve vita, contrassegnata da isolamento e tristezza, si concluse nel 1546 con il suo assassinio da parte degli stessi fratelli a causa di una presunta relazione clandestina con il barone Diego Sandoval de Castro,che subì la medesima sorte. Sconosciuta in vita, Isabella Morra acquistò una certa fama dopo la morte, grazie agli studi di Benedetto Croce, e divenne nota per la sua tragica biografia ma anche per la sua poetica, tanto da essere considerata una delle voci più autentiche della poesia italiana del XVI secolo, nonché una pioniera della poesia romantica. Non si conoscevano notizie documentate inerenti alla sua vita fino a quando Marcantonio, figlio del fratello minore Camillo, non pubblicò una biografia della famiglia Morradal titolo Familiae nobilissimae de Morra historia, nel 1629.