domenica 30 dicembre 2018

Villa Crespi Cannavacciuolo, l'antico sigillo e la leggenda della Madonna del sasso


Villa Crespi Cannavacciuolo, un antico sigillo che porta la firma di una scrittura cifrata
 
E’ un sigillo, un segno indelebile che porta inciso parole di carta nell’aria sottile e racconta l’antica storia di Villa Crespi. Il mondo ne ha custodito la sua genitorialità, affidandola alla terra e ad un’anima. In ogni suo bulbo, la natura ha avuto cura di nutrire la nascita di un’idea di poesia che ha ritrovato il suo culmine raggiunto nel farsi cibo, bosco, sapori, natura e sogno. Un sogno che ha toccato lo Zenit e il Nadir della sua significazione in questo antico luogo dove la storia si congiunge fino a fondersi in un tripudio di emozioni. E’la nascita di un unico grande disegno che porta la firma di un’antica scrittura cifrata. Era forse già scritto nella corteccia messa a macerare nell’acqua e poi battuta nei mortai di pietra; negli antichi manoscritti di cellulosa di lino, nell’acqua che scorreva attraverso le fenditure del graticcio, nelle fibre di un semplice foglio messo ad essiccare all’aria. Antonino ha affidato alla natura semplice di questo antico e sacro luogo la sua gratitudine perché il tempo possa celebrarne la memoria.

La leggenda della Madonna del sasso risiede in questi luoghi




 




 


 

 
 
In alto di una scoscesa rupe a picco
sulla sponda occidentale del Lago d’Orta si erge il Santuario della Madonna del Sasso.
L’antica leggenda narra di Maria e di Aicardo e dell’antico feudo dell’episcopato di Novara
che cambiava sovente padrone nominale.

Fra i soldati nativi della Riviera vi era un giovane valorosissimo di nome Aicardo
salito a grande celebrità per le sue prodezze
negli assedi alla rocca d’Arona, a Novara, a Pavia.

Aicardo tornato al suo lago dopo il servizio militare
si innamorò di Maria, la figlia della taverniera, la bellissima ragazza di Pella
e presto l’ebbe in sposa.
Il bravo giovane era oltre ogni dire felice.

Quando ripartiva da casa gli toccava lasciar la giovane sposa sola con la vecchia madre
ma quando si assentava per molti giorni, nascondeva la sposa e la vecchia madre
sullo scoglio sporgente della montagna del Sasso, proprio ove ora sorge il Santuario.

In tutta la Riviera la bellezza di Maria in men che si dica diventò celebre
tanto ch’ella ebbe a essere il tema delle canzoni
che si cantavano la sera sulle allegre barche del lago.

Dopo qualche tempo si andò a mormore d’un soldato inglese di ventura
avanzo di qualche drappello sceso a combattere in Italia
che sovente compariva nei dintorni di Pella
e che si vedeva a guardare la bella Maria e a seguirla lungo la sponda del lago.

Il bel soldato divenuto grande amico di Aicardo
dopo che gli aveva salvato la vita sotto le mura di Pavia
un giorno si vide passeggiare con Aicardo sulla riva del lago 
e discorrere delle nuove taglie che Anchise Visconti aveva imposto agli abitanti della Riviera.















Giunti sulla piazza di Pella Aicardo, di botto, si avvicinò ad un gruppo di persone

chiese se nessuno voleva seguirlo alla rocca d’Angera per un’ambasciata presso il Visconti
onde vedere di essere dispensati dal pagamento delle nuove taglie.

La domanda parve ardita poiché tutti conoscevano il peso delle catene
e l’umido eterno dei sotterranei della rocca
ma alle insistenze di Aicardo due o tre fra i più coraggiosi accettarono di accompagnarlo.

L’inglese non credette di fare altrettanto
dicendo che la sua presenza avrebbe ostacolato l’ambasciata
poiché il nome della sua nazione era poco beneviso al duca
e meno ancora al governatore della rocca.

Il dì seguente Aicardo partì alla volta della rocca d’Angera accompagnato dai suoi compaesani
e non volle per quella volta che la sposa e la madre
si rifugiassero sulla montagna del Sasso
confidando nella sorveglianza promessa dall’inglese.

Anchise Visconti, governatore della rocca d’Angera
accolse con gentilezza gli ambasciatori
udì le loro rimostranze, lodando la bravura e l’intrepidezza degli abitanti della Riviera
e trovò anche giusto che non dovessero pagare le nuove taglie.

Ma quando l’udienza fu finita fece cenno ad un bravo
e nell’uscire Aicardo e i suoi compagni si trovarono accerchiati da una ventina di sgherri
che li legarono e li rinchiusero in una sala ampia ed oscura.

I compagni di Aicardo, che si videro perduti sfogarono contro di lui tutta la loro rabbia
addossandogli la responsabilità dell’avventura
e qualcuno osò anche fare cenno a sua moglie ed all’inglese.

Aicardo all’insulto ruggì una maledizione contro l’inglese
con uno sforzo supremo spezzò la corda che gli teneva legate le mani
staccò una delle scimitarre pendenti dalle pareti
e mentre stava per precipitarsi su colui che aveva ferito il suo cuore la porta della sala si aprì.

Si precipitò all’uscita e uccise gli sgherri sbalorditi dell’inaspettato assalto e fuggì.
Intanto Anchise Visconti edotto dell’insubordinazione dei rivieraschi, 
subito spedì al lago d’Orta numerosa soldatesca con l’ordine di saccheggiarne i paesi.

La sera stessa varie bande arrivarono per diverse vie alla Riviera
una masnada si pose a saccheggiare Orta e un’altra l’Isola 
mentre altri drappelli si riversarono sui paesi circonvicini. 
Pella si vide piombar addosso una masnada di brutti ceffi
che saccheggiarono ed incendiarono le case
uccidendo quei pochi che cercavano difendersi e violentando donne e fanciulle. 

Quattro di quei bruti assalirono l’osteria di Aicardo
dopo aver malmenato la madre di Maria ruppero tutto quanto capitò loro per le mani
Maria rifugiata nella sua camera che dava sulla montagna
fu raggiunta colla furia d’un fulmine dai bruti che fracassarono il fragile uscio.

La povera fanciulla era sotto il letto più morta che viva
e nel mentre credeva d’essere salva perché alcuni erano già usciti
si sentì tirare per un lembo della veste.
«C’è una donna qua sotto» gridò un soldato.  
Allora tutti le furono attorno, la tirarono per le gambe fuori del nascondiglio
e la spinsero ridendo sul letto. 
In quel mentre l’inglese, armato di tutto punto,
piombò come una saetta nella camera e in tre colpi stese al suolo quei birbanti.














 
 
Il saccheggio finì e i soldati partirono per far buon bottino in altro luogo.   
All’alba del giorno seguente Aicardo giunse trafelato all’osteria
che trovò deserta e chiese in giro di Maria.

Gli fecero cenno alla montagna
ma qualcuno sogghignando gli disse di avere visto la sua sposa in braccio all’ inglese.
 
Aicardo allora si slanciò come una belva fuori della casa
e s’arrampicò sulla montagna del Sasso
fino al nascondiglio che aveva cercato per Maria nei tempi procellosi.

Giunse presto alla casupola e trovò Maria sola, stesa sopra un po’ di paglia.
Non le parlò, le rivolse solo uno sguardo fiero.
«Mio Dio che viso! Aicardo! Aicardo!» gridò Maria
«Alzati e seguimi» le disse accigliato il guerriero.

Maria si lasciò trascinare pel braccio dal soldato
che la condusse fin sulla estrema punta dello scoglio
così stretto che a mala pena poteva starci una persona
ma altissimo che domina la Riviera e scendeva a precipizio fin quasi nel sottostante lago.

«Avanzati» disse Aicardo spingendola verso il lembo «ed in ginocchio».
Maria si abbassò e s’aggrappò alla nuda roccia
toccò l’estrema punta e chiuse gli occhi per le vertigini che l’abisso produceva.
«Raccomanda la tua anima a Dio» le urlò Aicardo

Maria si volse trasognata e al colmo dello spavento
«ma questo è un delitto, io non ho commesso alcun male.
Aicardo, Aicardo, io sono innocente!» singhiozzò la povera donna.

Ma Aicardo tacque. Si asciugò in fretta una lagrima, indi le diede un urto e fuggì. 
Maria precipitò col capo all’ingiù nel vuoto della rupe.
In quello stesso momento l’inglese entrava nella casupola
e vedendola vuota, si precipitava fuori. Ma eccogli Aicardo dinanzi! 


Alla vista del suo traditore Aicardo gli si avventò contro
e prima che questi avesse potuto profferir parola lo ferì con un lungo pugnale.
L’inglese cadde. Aicardo allora, contento della vendetta, prese a ritornare in paese
ma non aveva fatto che poca strada
quando si abbatté nella madre di Maria che insieme ad altri paesani si dirigeva al Sasso. 

Vedendolo tutto scarmigliato e macchiato di sangue
compresero che qualcosa di grave era successo
ma non ebbero nemmeno tempo di muovergli domanda ch’egli già raccontava l’accaduto.

«Ah! miserabile, tu hai commesso due delitti - gridò piangendo la madre di Maria -
 l’inglese ha salvato Maria dalle mani dei saccheggiatori
l’ha poi condotta al rifugio ed è tornato in paese per aiutar me».
«Maledizione!» ruggì Aicardo e corse verso il precipizio. 

La leggenda dice che Maria nel cadere
si era aggrappata ad una debole pianticella che usciva dalla roccia
ma quando vide la testa di Aicardo sporgere dalla punta del precipizio
fu tale il suo spavento che abbandonò il ramo e precipitò nell’abisso.

La triste fine della bella Maria fu compianta in tutta la regione.
In principio sul luogo fatale si piantò una croce indi poco discosto
si innalzò una piccola chiesa che, ampliata a poco a poco, divenne l’attuale grande santuario.
 
Antonetta Carrabs
 

sabato 29 dicembre 2018

La vertigine dell’eternità

La vertigine dell'eternità, la mia ultima poesia del 2018 vuole essere speranza affinché io possa non abbandonare mai quel sentiero che da sempre mi porta ad inseguire l’esile traccia di poesia, indispensabile armonia e senso.

 
Quante false immagini ho incontrato
quanti spiriti inquieti indecisi fra natura e morale!
 
Nel vagito del nuovo giorno vorrei per me né gioia, né angoscia
ma zone di luce dove risiede il principio
dove lo spirito e il senso si levano per tutta la boscaglia in un fuoco indefinibile
e inseguono la percezione forte della vita e l’alta legge naturale
di quella strana armonia fatta di segni e simboli.

 
Ora che il tempo si è ripreso per incuria
nelle altitudini degli astri vorrei ritrovare ogni mio abbandono
la storia dei risvegli e delle mie tante ricadute perché non siano orfanità ma ali
per continuare il cammino lungo i sensi del viatore
e inseguire quell’esile traccia di poesia generata dalla vertigine dell’eternità.
 
Dicembre 2018 inedito

giovedì 27 dicembre 2018

Dove il cuore tollera


 


















Nel silenzio della neve il transito del mio tempo
fin dentro l’ultima goccia dischiusa nella fresca penombra di questo giorno a salire
che si staglia dalle cime ancora più imbrunite dalla notte

il ritmo del respiro mi accompagna verso la luce del primo raggio di sole
si sfilaccia e si arruffa, poi si aggomitola e dipana
alla frescura del mattino appena mordicchiato dal vento.

E’ il mio mezzogiorno sulle fronde degli alberi
protesi nell’aria tra il viola e il rosso dei fiori
e il batter d’ali del piccione che si stampa nell’aria col suo verso

un fremito caldo scava nel mio sangue la tua anima
riprende nel canto della tua genitura all’obbedienza del nuovo transito
verso più alti e luminosi varchi, nella febbricitante danza delle acque

il canto dei ruscelli stormisce nell’aria tremita a fil d’acqua
oscilla nella brezza di linfa fervida, in quel soffio di armonia senza limite
anelito profuso di elisir di liuti e poi di lire

nel furore policromo dei suoni, là dove è più fitto il vento
tendo il viso tra le case fin dentro il velo di pioggia
e seguo la luce che s’aggira dove il cuore tollera

l’aria sbatte le imposte, strapazza le fioriture
screpola le argille fa fremere i vetri e agita gli orti
mentre io attendo.
 
Antonetta Carrabs
Dicembre 2018 inedito

mercoledì 26 dicembre 2018

Teresa Casati e Federico Confalonieri, carteggi d'amore


Teresa mia ci abbracceremo ancora

 

Teresa Confalonieri nasce a Milano il 7 settembre 1787 dalla Contessa Maria Origoni e dal Conte Gaspare Casati. Aveva un carattere mite, sensibile e impressionabile. A sei anni perse la madre e si chiuse in un ostinato mutismo insormontabile sia per il padre sia per l’amorevole matrigna, la Contessa Luigia Settala. Teresa fu affidata alle suore del convento di S.Agostino, istituto preferito dall’alta aristocrazia milanese. A quindici anni fu chiesta in sposa da un ufficiale francese, il duca Pasquier che voleva allontanarla dai libri di letteratura e di storia, ma soprattutto dalla tristezza del convento ma ella rifiutò. Conobbe Federico Confalonieri in una sera di novembre del 1806 a  Milano nel Reale Orfanotrofio Femminile, durante una festa di beneficenza. Nella sala del teatrino le ragazze delle migliori famiglie meneghine recitavano testimoniando la loro sensibilità per la povera gente. Tra queste ragazze Teresa appariva timida e riservata; aveva i capelli neri e ricciuti, gli occhi castani e il naso sottile. Fu notata dal conte Federico Confalonieri che aveva attraversato anni di profonda malinconia fino a sfiorare l’idea del suicidio. Amava consolarsi con belle donne e affermava che non avrebbe mai preso moglie, perché la sua anima apparteneva ad una donna di nome Italia; ma la sua idea cambiò dopo aver conosciuto Teresa che sposò il 15 OTTOBRE 1807. Quella felicità molto accesa, dovuta anche dalla nascita di un bambino, durò poco, perchè un gravissimo lutto dovuto da una grande sbadatezza colpì la famiglia che perse il bambino solo dopo pochi mesi: accadde un giorno mentre i coniugi giocavano a lanciarselo nel vuoto finché il bimbo scivolò dalle mani di Teresa e morì. Più tardi a Teresa fu dato il titolo di dama di corte, dove Eugenio Beauharnais coglieva l’occasione per corteggiarla, tentando di baciarla invano e facendosi odiare maggiormente dal Confalonieri. Federico riallaccia i rapporti con la Carboneria e la Massoneria Nordica, diventando così un capo indiscusso seguito segretamente dalla moglie, sua seguace e sostenitrice. Teresa entra nella loggia carbonara e il suo salotto diventa un ritrovo segreto. Il 21 DICEMBRE 1822  Federico Confalonieri finisce in carcere, L’Austria lo accusò di lesa maestà. Il 7 GENNAIO 1823 dopo un anno che i coniugi non si vedevano Teresa invia al marito una lettera disperata:

E’ un anno oggi che non mi è concesso vederti! Non so spiegarti come abbia potuto sopportare una così lunga privazione! L’attribuisco al non aver conosciuto in prevenienza la sua durata. E’ forza conoscere in tutto la mano della Provvidenza che ci è altrettanto benefica quanto più non siamo sventurati. Ora la lusinga di presto riabbracciarti mi dà nuova vita: ed aspetto quel sospirato istante con impazienza che non saprei descriverti.

Poco dopo le autorità concessero ai coniugi di vedersi, la corrispondenza tra loro si fece più fitta. Incominciarono così a mandarsi lettere d’amore intrise di tanta tragedia e passione. Nel natale del 1823 Teresa ottenne il permesso di poter parlare con l’imperatore che le disse:

“Contessa, quanto io tenga della virtù di lei e dell’affetto che mostra per suo marito, ho voluto attestaglielo coll’annunziarle io di mia propria bocca che ho confermato la sentenza di sua morte, perché l’impero ha bisogno di esempi.”

Ma Teresa non si diede per vinta. Nella notte del 29 dicembre raccolse trecento firme di personaggi famosi, tra cui Manzoni, il vescovo Nava e l’arcivescovo Gaisruk, contro la sentenza; a Milano si rischiava l’insurrezione. Il 6 GENNAIO 1824 il fratello di Teresa consegna la petizione, ma l’imperatore aveva già commutato la condanna a morte in dura carcerazione. Federico fu portato allo Spielberg dove scrisse alla moglie: “Così, all’età di trentanove anni, si chiude per me la vivente scena del mondo.” Dopo sei anni, il 12 febbraio del 1830 Teresa, sempre più all’estremo, scrisse una lettera commovente a Federico in cui gli dichiarava tutto il suo amore.  Dall’annesso attestato vedrà V.M. come io sia colpita da una malattia sempre incurabile e sovente precipitosa. Non temo di frammischiare all’impressione dei giocondi e fervidi voti che ispira la ricorrenza del Suo giorno natalizio queste immagini di dolore. Ma alla misericordia pura di V.M. io porgo una preghiera, che mi sia concesso di terminare i miei giorni accanto a quello che la Provvidenza mi ha dato per compagno. La morte mi sarà meno dolorosa quando, veggendo il mio sposo presso il mio letto, potrò riguardare come compiuta la mia missione, che era d’impetrarne da Dio e da V.M. la liberazione.” Ma l’imperatore come al solito fu impassibile.

 
 
GIUGNO 1806
Carissima Sposa Ricevo in questo punto la carissima vostra, e se credete d'avermi prevenuto nell'inviarmi vostri caratteri, vi lusingate invano; in genere di premura, e d'affetto, sappiate che non mi lascerò mai da voi né prevenire, né superare; il fatto ve n'avrà fatto fede, mentre appena forse chiuso il foglio che m'inviate vi sarà sopraggiunto il mio. Che nei momenti che non so che fare dia qualche pensiero a voi, amabile Teresina, questa è una frase che m'offende. Amatemi, cara, ch'io v'amo con tutto l'affetto che voi meritate, e di cui è il mio cuore capace. Sono di Voi carissima Sposa


Novembre 1806

Carissima Consorte adesso è già la mezzanotte, e sapendo che domani vi è occasione, troppo mi è caro il scriverti per lasciarmi fuggire l'opportunità Fammi piacere a portarmi quando vieni fuori le satire d'Alfieri, le troverai in qualche tavolo della mia camera. Il libro devi conoscerlo non è molto grande ed è coperto di carta rossa. Basta, arrivederci mercoledì. T'abbraccio caramente, amami e credimi tutto tuo. Aff.mo marito Robecco
3 Novembre 1806. Federico.


Malmaison Giovedì 24 maggio 1810.

Carissimo Federico, dalla posta e che fossero andate smarrite le tue lettere, ti assicuro che in tal caso non ho mai declamato tanto contro il disordine delle poste quanto in questa occasione, defraudandomi del maggior di tutti i piaceri, qual è quello di vedere che ti ricordi di me. Ricevo in questo punto una lettera della Sirtori, nella quale mi dà parte essere il suo ragazzino vicino a morte, e tutte le sue parole dipingono la desolazione, pensa quanto questo mi affligga, poiché conoscendo l'estrema sensibilità di Carolina temo che soffra anche lei nella salute; ancora una ragione di più che mi fa riescire insopportabile la mia assenza, poiché potrei trovandomi colà sollevarla qualche poco. Nessunissima nuova.
M.r Méjan pretende che l'Imperatore sarà a Parigi prima del trenta del mese, ma non se ne sa niente di positivo, ti posso dire niente di quel che si dica per Parigi poiché essendo qui non si parla con anima di questo mondo, e non si sa nemmeno quando ci restituiremo a Parigi a motivo che l'Imperatrice fa replicate istanze perchè si fermino qui.Ieri ho avuto il male di testa e febbre, però feci la vita della comunità, e mi contentai di partire un pò prima degli altri dal circolo ; oggi però sto meglio. Oggi ho ricevuto una lettera di tuo fratello del quattordici per te, nella quale mi dice d'aver parlato all'avvocato Majoni  per i vostri affari, che gli disse che entro la settimana sarebbero ultimati, ma che teme che sarà piccolo il taglio che si farà, scrive parimenti che si è presentato un certo signor Noli che fa gli affari di Frapolli  per la possessione di Caravaggio persona cautissima...

aff.ma Moglie

 


Monza, il 15 Settembre 1812 4 ore dopo mezzo giorno.

Carissimo Federico, Eccomi giunta da pochi momenti in questa Real Villa ; la prima occupazione che prescelgo è quella di scriverti, essendo questa sicuramente la più aggradevole per me. Annoni, mi porta un biglietto dicendomi che era di premura; non ti so esprimere l'atterrimento in cui fui, immaginandomi sicuramente una disgrazia, dall'altra parte il non osare aprire un biglietto nel circolo, e osare nemmeno partire per non dar nell'occhio, ti assicuro cha non aveva più una goccia di sangue nelle vene. Annoni che si accorse del mio sommo turbamento mi propose di leggere il biglietto. Ma oh quanto fui indennizzata delle mie angustie e delle nere congetture che andavo facendo mentre Annoni leggeva il biglietto, quando venne dicendomi che tu eri arrivato felicemente a Vienna venerdì sera Nessuna nuova del Principe dal 23 Agosto in poi 
Addio. aff.ma Moglie

  

Monza il 18 settembre 1812.
Carissimo Federico, 11 nostro caro Ciechino è da due giorni, che cammina con maggior facilità, ha un bellissimo colorito e mi accorgo ch'egli va mettendosi in carne. Dio volesse, che proseguisse il miglioramento, e che potesse camminare solo, al tuo ritorno! ora egli vuole camminare con una sol mano, ma in questa maniera non cammina così sicuro come con due, egli non può fare ancora che dei piccoli tratti di strada. Stupisci! Tutti i giorni sono andata alla Santa, vi sono andata a piedi e ritornata in carrozza, per non far fare doppia strada ai cavalli. Ora sono chiamata per il Déjeuné, non chiudo la lettera per vedere se ci son nuove, per scrivertele. Addio mio caro credimi innalterabilmente tutta tua

aff.ma Moglie Teresa.

 
Monza il 30 Settembre 1812.
Carissimo Federico, Lode al Cielo, che finalmente hai ricevuto le mie lettere; ti assicuro che ero inquieta, su questo punto, disperando quasi, di potere fartene avere. Tu stai bene, e ti diverti, e la tua povera Teresina è nella tristezza e in una solitudine perfetta; oggi partono assieme per la campagna la Sirtori e la Durini, onde io non potrò andare nemmeno al teatro la sera, non amando di trovarmi sola. Il mese e mezzo è portato ai due mesi e più! chi sa che non prolunghi ancora la tua assenza, già adesso non posso crederti più, e mi bisogna per credere, come a S. Tomaso, vedere e toccare. Il nostro Ciechino continua a stare come questi giorni passati, puoi esser sicuro sulla cura che ho di lui. In questi giorni, attese le passeggiate della Principessa, non ho potuto andare alla Santa, ed ho fatto venire qui invece il Ciechino alla mattina per medicarlo e vederlo. Nessun dettaglio ancora della battaglia di Borodino. Nessuna nuova della città giacché i miei corrispondenti hanno l'arte di scrivere molto, senza dir niente.
Cicchino sta bene d'umore, mangia bene, dorme a meraviglia e con una respirazione naturale, egli fa la lunghezza d'una stanza senza appoggio, ma si vede però che non é sicuro sulle gambe. I dottori Monteggia e Gianella^ trovano ch'egli ha guadagnato in forze, e il primo assicura che la malattia alla spina é niente aumentata, ma non ha però punto diminuito.
Addio vogliami bene aff.ma Moglie

Monza, il 31 luglio 1813

Carissimo Federico, Oh quanto ti ringrazio della sollecitudine colla quale mi hai dato le tue nuove. Il principe e la Principessa mi trattano con gentilezza, essi mi hanno detto ieri sera che, giacchè non  avevo mio marito a Milano, mi poteva fermare con loro ancora per alcuni giorni, anche non essendo di servizio, che non mi dicevano questo per dibvincolarmi, ma che devo fare puramente quello che mi piace, tu vedi che non mi potevo rifiutare a questo grazioso invito, altronde ho niente che mi richiami a Milano, ed anzi in questo momento è per me il soggiorno il più penoso. Non ci sei tu a renderlo aggradevole. Nuove non ve ne sono a nostra notizia che quelle dei giornali, onde non occorre che te ne parli.Abbiti cura, per carità, non te lo so raccomandare abbastanza ; è un'aria pestifera quella nella quale ti trovi, è quasi una cosa generale il riportarne una terzana qualora non si abbia un'estrema cura. Ho sentito a parlare all’orecchio che il Principe parta al principio dell’entrante settimana ma però non si vede e non si sa  che si facciano preparativi, io poi non ti saprei dir altro giacchè essendo qui non so nemmeno le notizie che corrono in città. Altre nuove non ve ne sono a nostra cognizione ti assicuro che non si parla mai di niente, ed avrei molta pena se ti dovessi dire di che cosa si parla. La mia salute è discreta, la mia testa però si fa sentire tutte le volte che cangia il tempo. Non ti parlerò del mio umore, ti puoi facilmente immaginare come può essere : il sonno è bandito da me, bisogna che per poter dormire qualche ora di seguito abbia la pazienza di coricarmi tardi, Gran fatalità la mia, che non abbia nemmeno questo tempo per riposare la mia immaginazione, la quale non vede, purtroppo, che delle cose assai tristi; non starebbe che a te a rendermi felice, ne sai il mezzo, ma purtroppo credo che non vuoi adottarlo. Addio, mio caro, ti abbraccio e credimi a fronte di tutte le prove
aff.ma Moglie
T. C. C

 
Monza il 9 Agosto 1813 alla mattina.
Carissimo Federico, Non ho ulteriori nuove da darti, dopo quelle che ti scrissi nella mia 5^ lettera, il Principe va a Udine; alcuni pretendono che sia solamente una corsa per vedere le truppe e mettere il tutto in pronto nel caso che si faccia nuovamente la guerra, la pluralità però crede che questa guerra La povera Principessa è assai triste, e trovo ben naturale che lo deva essere, non c'è nessuno meglio di me che la possa compatire; essa si trova nuovamente incinta, ma ciò è un mistero, onde non ne parlare. Immaginati l'allegria che deve regnare qui. lo finisco la mia dimora in questa Real Villa il 22 corrente, spero che a quest'epoca sarà imminente il tuo ritorno, e Dio volesse che fosse già seguito. Sono le undic'ore, bisogna adunque che mi porti alla messa, non chiudo la lettera per vedere di rintracciare qualche nuova. Addio, frattanto, ti abbraccio di vero cuore. Addio, ama una volta esclusivamente quella che è sempre stata, e sarà eternamente tutta tua. Chi mai oserà dirti, che non potrai trovare le dolcezze dell'amore che con lei? se la vedessi, se il Cielo me la facessse owioscere, la scongiurerei di togliermi la vita colle sue mani, lasciarmi l'uomo da cui questa dipende. L'infame è ben mascherata ai miei occhi, la disprezzo più che il più vile verme della terra, e perchè non si ecciteranno anche in te questi sentimenti ? nessuno meglio di te può sapere quanto li meriti. Ma a che parlo, a qualfine! non ne parlerò più, no non fo che esacerbare il mio dolore, e il sangue fa in me una rivoluzione, tutte le volte che mi vengono questi pensieri, che non saprei rendere, e tu sarai indiff^ffite a tutto questo!
Addio mio caro ricordati il più possibile di una persona che non respira che per te, e che ti sarà eternamente
aff.ma Moglie
T. C. C.

Milano il 13 Aprile 1814.
La nostra Principessa partorì felicemente: questa nuova mi ha fatto gran piacere desiderando vivamente di vederla sbarazzata in un momento tanto fatale per le puerpere. ' Eccoci una quarta Principessa ; certo che avrei desiderato un Principe e perchè tale era il desiderio della nostra amata Principessa e singolarmente poi conoscendo quale sia maggiore l'imbarazzo ch'esse recano quando sono in età maritabile, ma in queste cose ci vuol pazienza; così fossero questi i soli guai della vita, ch'essa sarebbe molto più dolce e rincrescerebbe infinitamente più il doverla lasciare. Ricevetti ieri la sua lettera dell' undici la quale mi ha fatto piacere, dandomi essa le nuove della nostra Principessa, e di tutta l'Augusta Famiglia, le quali bramerei avere il più frequente possibile, lei sa quanto m'interessino. Quanto poi alle notizie politiche, caro Frangipane, non me ne dia di quella specie, non già ch'esse non possino interessarmi sommamente se vere, ma nel caso contrario esse non possono che rattristare maggiormente ; faccia adunque una scelta di nuove, che possano essere credute e me le faccia pervenire il più presto possibile ed avrò cosi due piaceri nel medesimo tempo, quello di avere di lei nuove e quest'altro che sicuramente stuzzica la curiosità anche nelle persone le meno ansiose di sapere ciò che succede a questo mondo. M'ero proposta di non parlarle di quella famosa lettera del trenta, ma siccome le donne hanno già la taccia di non sapere tacere ed altronde essendo persuasa che ancorché io derogassi dalle altre non potrei togliere la taccia che ci è data, voglio per conseguenza ancor io niente tacere. La sappia adunque, mio sig. Conte, ch'io mandai molte volte alla Posta, e che questa famosa lettera che si vuol scritta il trenta non arrivò qui che il dieci corrente ; mi dica lei ora dove e cosa posso aver ragione di credere, e mi troverà docilissima purché la cosa non sia in contrasto coi fatti. Per altro la sappia che la sola maniera di disarmarmi è il darmi con frequenza e sincerità le nuove della nostra Principessa; granché che si desidera senza che ci si accorci la vita desiderando che passino con velocità i mesi; io vorrei già vedere fuori di puerperio la Principessa ed avere cosi una maggior tranquillità sul suo conto. Mi accorgo di essere molto lunga, il Ciel voglia che lei non ci soggiunga noiosa. Mi creda intanto con vera amicizia

Parigi lì 4 maggio 1814.

 
Carissima moglie

Ho ricevuto delle notizie da Milano, ma non già delle tue. Milano è nell'inganno, egli è ben doloroso il doverne sortire quando l'inganno è dolce. Noi siamo venduti, sorte ben fatale per chi ha fatto scannare cento mila vittime in sostegno di tutt'altra causa che la propria. Un mese prima eravamo ancora in tempo per fare qualche passo alla nostra politica esistenza ; ora non ci resta che ad implorarla Ci verrà essa accordata? L'Austria è l'arbitra, la padrona assoluta dei nostri destini. Stordita Nazione, ha bisogno di esser condotta colla catena, e col flagello ! Ventiquattro anni di disastri non l'hanno ancora resa alla ragione. Ma l'orgoglio, ma la vanità francese è bassa. Il mio servitore ottiene più colla sua barbara non in-tesa favella, che non s'otterrebbe con le vie più energiche di persuasione. Si obbedisce tremando a chi parla una lingua straniera; non sta questo avvantaggio per 1'Italiana; ahi che non è a lei serbato che l'obbedire e non già il farsi obbedire! Di loro che non meriterò certo i loro rimproveri, che o vivremo felici insieme, o piangeremo il nostro danno, ma non la nostra colpa. Fa per mia parte tutto ciò che si deve alla famiglia, e credimi con sentito e tenero amore
F. Gonfalonieri.

 
Milano il 21 luglio 1818.
 
Caro Federico, Ho ricevuto jeri l'altro la tua lettera del 14, la mamma grande è stata assai contenta della tua lettera, e ci rallegrammo scambievolmente nel sentire le tue buone nuove. Essa m'impose di dirti mille cose, che sta benissimo, che parte il 27 per Carate, e che non ti scrive perchè questo l'affatica di troppo. Ti accludo un bigliettino per il mio calzolaio, nel quale gli ordino alcune paia di scarpe, che ti prego di portarmi e di pagare. Luigino ha avuto due giorni di febbre, ora sta bene. Brème parte domani per Balbianino ', ove conta passare due mesi. È sortito un sermone sulla poesia di Giovanni Torti 2, diviso in quattro capitoli, parla nel primo della poesia classica, nel secondo della romantica, nel terzo della mimica, nel quarto dell'amore. I versi sono trovati bellissimi. Questo nuovo componimento desta un'altra volta gli alterchi dei romantici e dei classici. Avrai sentito dalla Bubna il ridicolissimo lieto fine che si è voluto dare al ballo della Vestale l'ultima sera, veramente degno del teatro della Stadera ; si era sparso che la poesia fosse di Monti; ma poi si è verificato che non è sua, era troppo cattiva per poterla credere composta da lui. Tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, Brème e tutti gli amici ti salutano. Addio, mio caro Federico, credi alla sincerità dei miei sentimenti.
La tua aff.ma moglie.

Il 26 settembre del 1830 Teresa muore in Brianza a quarantatré anni. Federico le aveva inviato un biglietto che arrivò a destinazione dopo quattro mesi, dove scrisse:

 “Ricordati, ricordati anima mia che la tua conservazione è la mia vita. Pensa che tu hai dato tutta te stessa all’idolo del tuo cuore, che ora la tua conservazione è tutto ciò che egli vuole.”