lunedì 29 ottobre 2018

Woody Allen e Diane Keaton.


Ha i pantaloni giganteschi e il gilet da uomo in Io e Annie, il film di Woody Allen del 1977, la bella e bravissima Diane Keaton. Elegante, intellettuale, con una vita da invidiare. Fece così come le aveva suggerito Woody Allen: "Non badare troppo alle battute scritte, e mettiti addosso i vestiti che ti piacciono”. Indossò quello che voleva o, meglio, rubò quello che le piaceva dalle donne eleganti e alla moda che giravano per Soho. I pantaloni cachi di Annie, i gilet e la cravatta li prese a loro. Rubò il cappello a Aurore Clément, la futura moglie di Dean Tavoularis, che un giorno era andata a farli visita sul set di Il Padrino - Parte II con un vecchio cappello da uomo a tesa larga abbassato sulla fronte. Il cappello di Aurore diede il tocco finale al cosiddetto look Annie Hall. Grazie a Io e Annie vinse sia il premio Oscar che il Golden Globe come migliore attrice protagonista. Il titolo originale del film (Annie Hall) riprende sia il vero cognome dell'attrice, sia il nomignolo con cui Allen amava chiamarla, appunto Annie. Woody Allen dichiarò di aver voluto fare quel film in modo completamente diverso dagli altri. Lo incentrò su una persona reale, girò una commedia ma realistica. Basta con i tizi che si risvegliano nel futuro, i rapinatori di banche e i conquistatori di paesi del Sud America. Voglio fare un film in cui io e Diane Keaton interpretiamo noi stessi, abitiamo a New York e nella nostra relazione affrontiamo conflitti reali.
 
Diane aveva incontrato Woody Allen a 19 anni. Era a New York per studiare recitazione alla Neighborhood Playhouse School of the Theatre. A quel tempo per essere presa sul serio nel cinema bisognava avere un background teatrale. Due anni dopo l’inizio della Summer of Love fu presa per una parte nella versione musicale di Hair a Broadway. Uno dei suoi insegnanti riuscì a farle avere un provino per Provaci ancora Sam, l’opera teatrale scritta da Woody Allen e diretta dal fantastico Herbert Ross, che poi divenne un film. Prese il ruolo e anche Woody, con cui ebbe una bellissima storia d’amore durata cinque anni. 
 
Anche se ci eravamo lasciati due anni prima di girare ‘'Io e Annie'', continuai ad essere la complice di Woody. Non so spiegare perché continuassimo a funzionare. Forse, come un vecchio divano, eravamo comodi l’uno per l´altra. Ci piaceva ancora sederci insieme sulle panche dei vecchi all´ingresso di Central Park e commentare la sfilata di umanità che ci passava davanti. Ci divertivamo ancora con le nostre follie gastronomiche e continuavamo a progettare imprese future, ma le cose erano cambiate. In comune avevamo la passione di torturarci l'un l'altro con i rispettivi fallimenti. Lui era bravissimo con gli insulti, ma io anche. Sminuire l'altro ci faceva rifiorire. All´improvviso lui era il genio comico. All’improvviso io avevo occasioni importanti. Woody incoraggiava i miei tentativi artistici con messaggi come "P.S. Sono arrivate le tue nuove foto. Le migliori che hai fatto! Davvero!

 

giovedì 25 ottobre 2018

SALVADOR DALI E GALA


 
“Amo Gala più di mia madre, più di mio padre, più di Picasso e perfino più del denaro”, ripeteva Salvador Dalì e l’amò per tutta la vita, mettendola al centro del suo universo spirituale e creativo, continuando a dipingerla con un’enfasi assoluta. Ne fu figlio, amico, servo, compagno.  

Gala, Elena Ivanovna Diakonova, non era particolarmente bella, ma era affascinante, con un fuoco che ardeva. Possessiva, austera, una grande manipolatrice, con quel sottile magnetismo che diventava, per certi uomini, indomabile. Una condottiera, donna emancipata e dal forte temperamento.  Fu la musa, la sposa e l’ossessione per Salvador Dalì. Incarnava, per lui, l’eros, il fuoco sacro. La conobbe nel 1929 e ne rimase subito colpito. L’artista si trovava a Parigi per presentare Un chien andalou, girato a quattro mani insieme a Luis Buñuel. In quell’occasione invitò tutti a trascorrere l’estate nella sua casa di Cadaqués, in Spagna: Camille insieme a un suo amico, Buñuel, René Magritte con la moglie e Paul Eluard, con la sua consorte, Gala e la figlioletta Cécile. Durante quella vacanza fra Gala e Dalì scatta un’irrefrenabile passione e nasce una vera e propria relazione. Gala non è nuova a rapporti extraconiugali. Era unita a Eluard che aveva sposato nel 1917: il loro fu un amore appassionato ma inquieto. Qualche anno dopo, nel 1922, intrattenne con il grande pittore Max Ernst una relazione, mai nascosta al marito. L’incontro con Dalì fu per lei fatale. Lasciò Eluard e visse con l’artista tutti gli anni a seguire che trascorsero fra New York, Parigi e la Spagna.
 
Così lei mi levò l’abitudine a delinquere e guarì la mia follia. Grazie! Voglio amarti! Volevo sposarla. I miei sintomi isterici scomparvero uno dopo l’altro come per magia. Fui nuovamente padrone della mia risata, del mio sorriso, della mia mimica. Al centro del mio spirito crebbe una nuova forma di salute, fresca come un bocciolo di rosa.”
Nonostante i tradimenti di lei e la follia di lui, la loro unione rimase in piedi per uno strano equilibrio. Gala ebbe un ruolo centrale nell’arte di Dalì. L’alchimia che si era generata fra di loro tracciò, come un incantesimo, il destino dell’uomo e del genio. Grazie Gala! E’ per merito tuo che sono un pittore. Senza di te non avrei creduto ai miei doni.”  Nel 1958 si sposarono nella Cattedrale di Girona. “Gala è stata prima moglie del poeta, il mio amico Paul Eluard. E ho dovuto aspettare che lui morisse per potermi sposare in una chiesa“ dirà Dalì. Nel 1965, nel locale parigino Le Castel, Salvador Dalì conosce l’aristocratico inglese Tara Browne e la sua fidanzata, Amanda Lear. E’ il secondo colpo di fulmine, non riesce a toglierle gli occhi di dosso e le chiede di posare per lui. Tra i due nasce un’affinità mentale molto intens.  Amanda Lear diventa la protagonista di alcune opere di Dalí, come Venus to the Furs e Vogué. La loro unione rimarrà sempre spirituale: Dalì non tradirà mai Gala, anzi sua moglie diventerà col tempo la migliore amica di Amanda. Nel ‘68 acquistò per lei un castello a Púbol dove venne sepolta dopo la sua morte, nel 1982. Dalì la raggiunse sette anni dopo divorato dalla depressione.
 
“Poteva essere la mia Gradiva (colei che avanza), la mia vittoria, la mia donna. Ma perché questo fosse possibile, bisognava che mi guarisse. Lei mi guarì, grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore: la profondità di pensiero e la destrezza pratica di questo amore surclassarono i più ambiziosi metodi psicanalitici…Se Gala diventasse piccola come un’oliva, io vorrei mangiarla. L’unica maniera di conoscere l’oggetto è quella di mangiarlo. È per questo che la religione cattolica è la più perfetta che sia mai esistita, poiché pratica la cerimonia liturgica del mangiare Dio, vivo…Io non ho mai fatto l’amore con nessun’altra a parte Gala. Sono molto cattolico e credo che si debba fare l’amore con la compagna legittima. Nella mia vita ciò che amo di più sono la liturgia e il sacro”.
 
 

 

sabato 13 ottobre 2018

ALAIN DELON e ROMY SCHNEIDER

L'attrice tedesca Romy Schneider avrebbe compiuto 80 anni il 23 settembre del 2018.

Alain Delon il bel tenebroso con occhi di ghiaccio, commosso, si è presentato con il suo assistente senza avvisare i giornalisti, nella redazione del quotidiano francese

Le Figaro con un messaggio da pubblicare in occasione del suo anniversario: AdChoicesRosemarie Albach-Retty detta Romy Schneider avrebbe 80 anni oggi, domenica 23 settembre. Chi l'ha amata e la ama ancora le rivolga un pensiero. Grazie. Alain Delon".
 
Alain, uno dei volti simbolo del cinema francese, seducente e dal destino tragicamente segnato, ha alle spalle un’infanzia difficile. Nasce a Sceaux, nella regione dell'Île-de-France, l'8 novembre 1935. I genitori si separano quando lui ha quattro anni. Cresce solitario e selvaggio nei collegi, sviluppando un carattere ribelle e intemperante. A quattordici anni lascia la scuola e lavora nella macelleria del nuovo compagno della madre. A 17 anni si arruola come paracadutista nel corpo di spedizione francese in Indocina e nei cinque anni trascorsi in Oriente colleziona 11 mesi di prigione per indisciplina. Tornato in Francia, lavora come cameriere del bar Colisée e poi come scaricatore a les Halles, ai mercati generali di Parigi.  Nel maggio del 1957, in vacanza a Cannes, viene avvicinato da Henry Wilson, che lavora per la 20th Century Fox il quale gli chiede: “Vuole fare del cinema?” Con L’amante pura, il suo primo film da protagonista, nel 1958, conosce Romy Schneider "il grande amore della sua vita, il primo, il più forte e più significativo".
Lei ha vent’anni, lui 23 ed è solo all'inizio della sua carriera cinematografica. Il 22 marzo 1959 sul lago di Lugano, nella casa dei genitori di Romy, ufficializzano la loro relazione che durerà quattro anni. In poco tempo la coppia diventa la più famosa e amata dal pubblico ma non si sposeranno mai. Dopo un periodo piuttosto turbolento, la loro storia d’amore finisce nel 1963. Alain conosce, nel frattempo, Nathalie Barthélemy che diventerà la sua futura moglie e madre del suo primogenito, Anthony.  “Le donne della mia vita sono quelle che ho amato, che mi hanno amato e alle quali devo tutto quello che sono” ha sempre dichiarato il bello del cinema. Tutto quello che ho fatto nei film, l'ho vissuto veramente. Avrei potuto diventare un maquereau, uno sfruttatore di prostitute a Pigalle: un tempo diverse ragazze erano pronte a lavorare per me…sono caduto nel cinema grazie alle donne che si sono innamorate di me…sono stato molestato dalle donne, ma l'ho accettato e sono stato felice. La differenza con l'eterno rivale Jean-Paul Belmondo è che io sono un attore, lui un commediante. Io vivo i miei ruoli, lui ha studiato recitazione. Oggi vive solitario con un gatto e un cane a Douchy, nel cuore della foresta della valle della Loira. Ha avuto 50 cani nella sua vita ma ha un rapporto speciale con Loubo. 35 dei suoi cani sono sepolti nella sua proprietà, ad ognuno di loro una lapide. Quando arriverà il momento vorrà essere sepolto nella sua cappella, con i suoi cani.

 
Delon scrive a Romy una struggente lettera d’amore. E’ il 29 maggio 1982. Romy dorme nel letto della sua casa, al numero 11 di rue Barbet de Jouy, a Parigi  “Ti guardo dormire. Sono accanto a te, mia Puppelé, Bambolina E penso che sei bella, e che forse non lo sei mai stata così tanto. Per la prima volta nella mia vita – e nella tua – ti vedo serena, in pace. Come sei calma, come sei bella. Sembra che una mano abbia dolcemente cancellato dal tuo viso tutte le angosce. Ti guardo dormire. Penso a te, a me, a noi. Di che cosa sono colpevole? Ci si pone una domanda simile davanti una donna che si è amata e che si ama ancora. Arrivavi da Vienna e ti aspettavo all’aeroporto di Parigi con un mazzo di fiori che non sapevo come tenere. Mi sono perdutamente innamorato di te. E tu ti sei innamorata di me. Mio Dio, come eravamo giovani, e come siamo stati felici. Poi la nostra vita, che non riguarda nessuno se non noi, ci ha separati. Mia Puppelé, ti guardo ancora e ancora. Voglio divorarti di sguardi. Riposati. Sono qui, vicino. Ho imparato un po’ di tedesco, grazie a te. Ich liebe dich . Ti amo. Ti amo, mia Puppelé”.

 

giovedì 4 ottobre 2018

Dario Fo e Franca Rame



Era arrivata all’ultimo momento perché stava recitando a Genova con Giorgio Albertazzi il mio ultimo lavoro ‘Il diavolo con le zinne’. Per me e per tutti Franca era l’altra metà del premio. Il Nobel lo devo a lei, senza di lei non ci sarei mai arrivato. A Stoccolma mostrai a tutti il ritratto speciale che le avevo fatto qualche settimana prima: l’avevo messo nel book di presentazione come testo del discorso ufficiale. Era Franca ritoccata a pennarello sulla fotocopia della Dama dell’ermellino attribuita a Leonardo. Franca è stata davvero la mia Dama dell’ermellino“.  

Dario Fo ricorda così Franca Rame quando lo raggiunse nel 1997 a Stoccolma per il Premio Nobel.  La loro storia d’amore è senza dubbio una delle storie d’amore più belle del Novecento. Erano perfetti. «Dario è un monumento ed io il suo basamento» ha sempre dichiarato Franca. Hanno avuto una vita felice, ma anche molte aggressioni. La più feroce, nel 1973 quando insieme decisero di lasciare la commedia dei teatri borghesi milanesi per una militanza attiva. Franca finì vittima di un agguato, con pestaggio e subì uno stupro. La mortificarono nel modo più infame.
 
Dario era un sognatore. La conquistò ignorandola. «Lei era bellissima avevo capito che c'erano un sacco di pretendenti, ma io avevo poche possibilità. L'unica cosa che potevo fare era ignorarla. Poi una sera mi buttò sul muro e mi baciò. Il senso era: come ti permetti di non vedermi?». Le nozze arrivarono nel 1954 e un anno dopo la nascita del loro unico figlio, Jacopo. Hanno vissuto oltre 60 anni insieme. Franca è stata per Dario il suo pilastro. Dopo la sua morte l’attore ha vissuto la sua assenza nel continuo ricordo di lei: “ma ho avuto una bella fortuna ad incontrarti, sei spiritosa, mi diverti, riesci a farmi ridere dopo tanti anni, in più ho una grande fiducia in te, mi aiuti nel mio lavoro, le indicazioni che mi dai quando leggi un mio scritto sono sempre giuste, sei una forte spinta per andare avanti! Abbiamo avuto una vita felice, ma anche molti problemi: aggressioni, ingiustizie, cattiverie fini a se stesse…Franca è irripetibile, moderna fino all̕’ultimo, assoluta.” Franca è stata per Dario il centro del suo universo Sempre. Poco prima di morire l’attrice gli scrive una lunga lettera d’amore che pubblica il 30 gennaio 2013 sul suo blog. Una lettera commovente, una “Lettera d’amore per Dario” in cui manifesta anche il suo desiderio di morire.
 
“…Sono felice di aiutare Dario che è il MIO TUTTO, curare i suoi testi, prepararli per la stampa, ma mi manca qualcosa… quel qualcosa che non mi fa amare più la vita. È per questo che voglio morire. Ma non so come fare. Immersa nella vasca da bagno e tagliarmi le vene? Poi penso allo spavento di chi mi trova in tutto quel rosso. Buttarmi dalla finestra, ma sotto ci sono gli alberi e finisce che mi rompo tutta senza morire: ingessata dalla testa ai piedi. Avvelenarmi con sonniferi…ci ho già provato una volta…tre, quattro pastiglie e acqua… avanti così per un po’ e mi sono addormentata con la testa sul tavolo… Insomma, morire è difficilissimo! A parte che mi ferma anche il dolore che darei a Dario a Jacopo alla mia famiglia, Nora, Mattea, Jaele (la più bella della famiglia) e tutto il parentado…alle amiche, amici. Penso anche al mio funerale e qui, sorrido. Donne, tante donne, tutte quelle che ho aiutato, che mi sono state vicino, amiche e anche nemiche…vestite di rosso che cantano “bella ciao”. Che tristezza essere disoccupata. Ho conosciuto Dario in palcoscenico nel ’51, abbiam fatto tourné, avuto successo, anche troppo. Dopo anni di fermo abbiamo debuttato per due soli spettacoli in settembre del 2012 con “Picasso desnudo”. E adesssssso? Ci metto sei S per sottolinearti bene il concetto. Adesso nulla! Nessun programma futuro. Deglutisco per mandar giù il magone. Dovresti aiutarmi tu Stella, dammi la forza… la voglia..Caro Dario tutto quanto ho scritto è per dirti che se non torno in teatro muoio di malinconia. Un bacio grande…”