sabato 29 settembre 2018

MARILYN MONROE


Nel 2007, dopo 45 anni, Anna la giovane vedova di Lee Strasberg, fondatore dell’Actors studio, scopre in soffitta due scatoloni che aveva ereditato dal marito morto nell’82. Dentro quelle casse si sentono le Muse avrebbe detto Truman Capote. In quelle casse c’era tutta la vita di una stella: foto, lettere, appunti su carta d’albergo, taccuini, agende, il diario segreto dell’icona più famosa del mondo. Lei è Marilyn Monroe, vero nome Norma Jean Mortensen, battezzata con il nome di Norma Jean Baker
 
Da piccola viene affidata ad una serie di famiglie, “coppie impoverite dalla depressione e felicissime di assicurarsi in tal modo i venticinque dollari che l’assistenza pubblica pagava per il mantenimento della piccola”. Ha dovuto sopportare enormi sofferenze. Non ha mai conosciuto il padre, ha avuto una madre assente e affetta da gravi disturbi psichici. Ha affrontato la povertà, il susseguirsi degli affidi, l’orfanotrofio e addirittura uno stupro. Tra le varie relazioni sentimentali è famosa quella con Robert Kennedy, che sta alla base, tra l’altro, di diverse congetture in merito alla scomparsa prematura dell’attrice, avvenuta nel 1962 a causa dell’assunzione di un’overdose di barbiturici. Alla sua morte sono stati rinvenuti in casa svariati farmaci e psicofarmaci, in enormi quantità. Si è dedotto che l’attrice assumesse delle dosi enormi di medicine e tranquillanti, assuefacendosi e aumentandone via via le dosi, fino a credere di non poter dormire né vivere senza una totale e irrevocabile dipendenza da essi.
 
Era sola, Marilyn. Nei suoi diari scrive: Sola! Sono sola sono sempre sola comunque sia. L’unica cosa di cui aver paura è la paura. Diari che custodiscono anche versi: oh Dio come vorrei essere morta/ assolutamente inesistente/scomparsa da qui/ da ogni posto. Nel febbraio del ’61 viene ricoverata, contro la sua volontà, nell’ospedale psichiatrico Payne Whitney. Della sua reclusione terrà un diario: Finirò di certo per diventare matta anch’io se resto in questo posto da incubo… sono sul piano dei pazienti pericolosi! Mi hanno rinchiuso qui con una menzogna, la porta era chiusa a chiave, così io ho rotto il vetro ma a parte quello non mi sono rifiutata di cooperare…mi hanno chiesto perché non ero contenta, c’erano sbarre dappertutto su lampade, cassetti, bagni, ripostigli, finestre. Le porte hanno le feritoie, così i pazienti sono sempre visibili, e poi la violenza e i segni sugli altri pazienti che restano nelle pareti… poi le grida delle donne nelle loro celle. In momenti come quelli avrebbe dovuto essere disponibile uno psichiatra, per alleviare la loro pena… la sofferenza di un essere umano potrebbe insegnargli qualcosa… ho la sensazione che invece si preoccupino solo di mantenere la disciplina… quattro energumeni mi hanno prelevato di peso e portata al settimo piano… faccia il bagno, mi ha intimato una energumena… lei è malata, molto malata, da tanto, tantissimo tempo, mi hanno detto...
 
Due giorni prima di morire annota degli appunti per un’intervista e scrive: “Pres. e Robert Kennedy sono il simbolo della gioventù in America, del suo vigore, della sua umanità”. Il 5 agosto 1962 si uccide. Lettera di Marilyn al suo psichiatra californiano, Ralph Greenson. Le sue ultime parole dall'inferno.

 
 
1marzo 1961
Ho appena guardato fuori dalla finestra dell'ospedale e ormai, laddove la neve aveva ricoperto tutto, tutto è un po' verde: l'erba e i piccoli germogli, quelli che non perdono mai le foglie (anche se gli alberi non sono ancora molto incoraggianti), i rami nudi e lugubri annunciano forse la primavera e sono forse segno di speranza. Lei ha visto Gli Spostati? In una delle scene, potrà vedere fino a che punto un albero possa apparirmi strano e nudo. Non so se si vede distintamente nello schermo... Non amo la maniera in cui certe scene sono state montate. Da quando ho cominciato a scrivere questa lettera, ho pianto quattro lacrime silenziose. Non so veramente perché. La notte scorsa sono rimasta di nuovo sveglia tutta la notte. A volte mi domando a cosa serva il tempo notturno. Per me praticamente non esiste, e tutto mi sembra come un lungo e spaventoso giorno senza fine. Ed ho anche provato ad approfittare della mia insonnia in modo costruttivo e ho cominciato a leggere la corrispondenza di Sigmund Freud. Aprendo il libro per la prima volta, ho visto la fotografia di Freud e sono scoppiata in singhiozzi: aveva l'aria molto depressa (quella foto deve essere stata scattata poco prima della sua morte), come se fosse morto da uomo disilluso... Ma il Dottor Kris mi ha detto che soffriva molto fisicamente, cosa che avevo già letto nel libro di Jones. Ma penso anche di avere ragione, mi fido della mia intuizione perché percepisco un triste tedio sul suo viso. Il libro prova (anche se non sono sicura che si dovrebbero pubblicare le lettere d'amore di qualcuno) che era ben lontano dall'essere impacciato! Mi piace il suo senso umoristico dolce e un po' triste, il suo spirito combattivo che non l'ha mai lasciato. Non sono ancora andata troppo avanti nella lettura perché sto leggendo allo stesso tempo l'autobiografia di Sean O'Casey (le ho già detto che un giorno mi ha inviato una sua poesia?). Questo libro mi sconvolge molto, nella misura in cui si può rimanere sconvolti da questo genere di cose.
 
 
 

giovedì 20 settembre 2018

MARIA CALLAS e ARISTOTELE ONASSIS


“Conobbi Aristotele Onassis, un uomo affascinante, sincero, spontaneo, nel 1957. Diventammo amici. Mi faceva sentire la regina del mondo. Aristo, amore mio - gli scrissi da Parigi il 31 gennaio del 1968 in una lettera d’amore struggente- fa di me ciò che vuoi. Sono tua. La tua anima. Maria.
Maria Callas era una donna combattiva, con un’infanzia difficile. Per niente avara, al contrario. Viveva con Meneghini, suo marito, in una villa con giardino, a Milano. Quando non cantava conduceva la vita di una ricca signora. Si occupava dei menù, andava dall’antiquario a scegliere mobili antichi: i suoi preferiti quelli veneziani del ‘700. Le piaceva molto andare per negozi. “Nella vita di tutti i giorni faceva cose banali – dichiarò la sua amica Giovanna Lomazzi - poi quando varcava la porta del teatro si trasformava nella Callas. Anche quando l’accompagnai a New York, per il debutto trionfale al Metropolitan, passavamo intere giornate a fare shopping. Alla fine io, che avevo 12 anni meno di lei, ero a pezzi, mentre lei aveva una grande resistenza fisica: andava a cantare, con un’adrenalina folle in corpo.

Si alzava tardi. Mangiava pochissimo: filetto tritato e verdure scondite. Seguiva con rigore la dieta che le aveva fatto perdere 50 chili. Aveva un viso molto particolare, incorniciato da due grandi occhi che truccava molto e due bellissime mani che sapeva muovere con eleganza sulla scena. Il suo declino incominciò a Dallas. Cantò la Lucia di Lammermoor per la regia di Zeffirelli. Si racconta che non arrivarono in tempo i costumi dall’Italia, ma lei non si disperò. Presero tre costumi di una corista e vi aggiunsero qualche perla. Fu un successo, ma lei si rese conto di aver cantato male.Qui finisce la mia carriera” disse. Quella notte la passò a piangere.
Conobbe l’armatore Aristotele Onassis ad una festa. Ne seguì l’invito per una vacanza sul suo panfilo, il Christina. La Callas ci andò con suo marito Giovanni Battista Meneghini, industriale di laterizi e suo agente, più anziano di 28 anni. Quella vacanza fu l’inizio della sua tormentata storia d’amore con Onassis. Furono sorpresi nella cabina dell’armatore dalla moglie di lui, Tina che a Meneghini disse: «Siamo due disgraziati. La tua Maria è in salone, tra le braccia di mio marito. Te l'ha portata via. Mi spiace, ma per te. Io avevo già deciso di lasciarlo. Povero Battista, ma anche povera Maria: si accorgerà di che uomo è». Per anni la Callas affronta la gogna pubblica sui giornali. Onassis non la sposerà mai.

“Venni a sapere della sua storia con Jacqueline Kennedy dai giornali. Lo considerai un gran porco. La pagheranno entrambi. Fu come se avessi preso un colpo in testa. Cercherò di sopravvivere. Ho abbandonato una carriera incredibile: è facile dire niente rancore. Prego Dio per superare questo momento. Se cerco un Principe Azzurro? Spero di incontrare un vero uomo che mi accetti per quello che sono. È un porco. Mi ha tradita.
Il 20 ottobre 1968 Onassis sposa a tradimento Jacqueline Kennedy. Se la cercò – disse Zeffirelli- attorniandosi di personaggi orribili come Onassis. E pensare che sul lavoro era perfetta. Se era stanca e doveva cantare, non parlava nemmeno al telefono, per non sprecare la voce. E quando affrontava il pubblico, iniziava l’incantesimo. Non solo per le doti canore, ma per le straordinarie capacità espressive.

Maria Callas muore a soli 53 anni.Alla governante Bruna scrisse:
«Fai spargere le mie ceneri nell' Egeo, abbraccerò il mio Aristo attraverso il mare».





venerdì 14 settembre 2018

FAUSTO COPPI e GIULIA OCCHINI




Giulia Occhini fu rifiutata e condannata dall'Italia bigotta del dopoguerra che non le perdonerà mai di avere abbandonato figli e marito per correre tra le braccia di un uomo sposato. Tacciata per adultera, finirà i suoi giorni, dopo la morte di Fausto il 2 gennaio del 1960, in isolamento volontario a Villa Coppi a Novi Ligure. Fra il grande campione e la dama bianca nacque in principio un’amicizia profonda che si trasformò presto in un amore così travolgente da sfidare le convenzioni e le leggi del tempo. Vissero i primi due anni di incontri furtivi, sotterfugi e bugie. La loro relazione fu una vera sfida a tutta la società dell’epoca e alle sue convenzioni, causando conseguenze drammatiche ad entrambi. «Religione, codice e costume sono i tre elementi che congiurano per fare dell’adulterio il peggior reato che si possa commettere in Italia. Le sue conseguenze durano tutta la vita.
 
 
Di fronte alla nostra società può riabilitarsi il ladro e perfino l’omicida, non l’adultera» scriveva il professore Mario Luzzatti, noto matrimonialista. E’ la mezzanotte di un giorno di settembre del 1954 quando, dopo la denuncia presentata dal marito della Occhini, il pretore, il brigadiere, l’appuntato e il medico di Novi Ligure si recano a Villa Carla, dove vivevano i due amanti, per pescarli in “flagrante reato”. Coppi li accoglie in vestaglia, la Occhini in ordine. Ispezionano ogni stanza della villa in cerca di prove. L’appuntato allunga la mano sul letto ancora caldo. E in nome della legge e della pubblica morale, ritengono che quella sia la prova schiacciante per contestare a Coppi il reato di adulterio con conseguente ritiro del suo passaporto, mentre traggono in carcere la Occhini che sconterà un mese di detenzione,  costringendola, poi, al domicilio coatto da una zia, ad Ancona. Si erano incontrati per la prima volta l’8 agosto del 1948, alla partenza della Tre Valli Varesine: “Voglio un autografo!” gli disse Giulia facendosi largo tra i tifosi. Da quel giorno, a casa Locatelli, la più grande tifosa di Coppi diventerà Giulia. Si sposeranno in Messico con un matrimonio mai riconosciuto in Italia. Dalla loro unione nasce, nel 1955 a Buenos Aires, Faustino, il piccolo Coppi.

 
 
 
Carissimo Fausto, Io sono una donna sposata, con figli, non posso permettermi un’avventura: Mi sento molto attratta verso di te, ma ho paura di quello che potrà succedere domani. Io non so fingere. Giulia

Carissima Giulia, Neanch’io so fingere, però so soltanto che non voglio privarmi di te. Ho sacrificato la mia vita non so per che cosa: Non so perché mi sottopongo a questi terribili sforzi, non so perché vado a ramingo per il mondo, come se volessi fuggire da qualche cosa che mi dà pena  e mi fa paura....Giulia io sono solo, soltanto quando corro sono felice, ma poi quando la corsa finisce non vedo l’ora che ne cominci un’altra, e poi un’altra e un’altra ancora.... ma si può vivere così ? Voglio stringerti, baciarti, tenerti stretta, guardare con te il sorgere del sole, portarti al mio braccio e camminarti accanto senza doverci nascondere. L’amore non è mai offesa. Chissa' se sarà possibile, un giorno, condividere  questa felicità che sento esplodere dentro. Ti aspetto fra tre giorni a Tortona, andiamo in Francia, ho rinunciato al Tour, ma vorrei vederlo da spettatore con te, mio raggiante tutto….mio unico amore. Per sempre, staremo insieme per sempre. Ci ho pensato, so che ci saranno tanti problemi e che andremo incontro a difficoltà enormi ma tante persone riescono a divorziare e risposarsi. Perché noi non potremmo riuscirci ? Stai tranquilla, non sei sola. Per i bambini troveremo un modo per farli stare con te. Non sarà facile, lo so, ma, io non ti lascio più, ti tengo con me per sempre. Fausto

domenica 9 settembre 2018

Renato Guttuso e Marta Marzotto


Sei il mio miele, il mio sangue, il mio respiro, il mio amore, la mia dolce libellula d’oro - le scriveva Renato Guttuso - il mio pensiero non ti lascia perché io vivo del pensiero di te, sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto”
Lui taciturno, misterioso, onirico, un romantico siciliano con lo sguardo profondo. Gran conversatore e seduttore. Senatore della Repubblica dal 1976 al 1979, amico di Pasolini, Moravia, Picasso, De Chirico, Petrassi, Nono. Editorialista dell’Unità, del Corriere della Sera e di Repubblica come pittore e critico, polemista, teorico e analista politico. Lei, bellissima. Si è sempre definita una donna libera. Da mondina a modella, a stilista. Una vita piena di arte, moda, amori, famiglia e passioni. Da giovanissima inizia a lavorare nelle risaie: mi fasciavo le gambe con le pezze per proteggermi dalle foglie taglienti del riso e dalle punture di zanzare. Le bisce d'acqua e i topi mi sgusciavano tra i piedi nudi affondati nella melma, ero terrorizzata. Diventa poi apprendista sarta. E agli inizi degli anni ’50 conosce il conte Umberto Marzotto che poi sposerà due anni dopo. Vivrà in seguito la sua grande storia d’amore con il pittore in un sogno: son passata dalle risaie agli affreschi. Che altro sognare?.
 
Guttuso le manda lunghe lettere; le scrive “Ti amo” venti volte al giorno. Un amour fou, incandescente e dirompente. Trascorrono nella casa di lui, in Piazza di Spagna, lunghi pomeriggi d’amore tra mille sensi di colpa per i tradimenti e la consapevolezza dell’impossibilità di vivere l’uno senza l’altro. Si erano incontrati nel 1967, pochi mesi dopo la nascita di Vittorio, il primo figlio della contessa, sfiorandosi a una festa. “Sono una sua grande ammiratrice” le dice Marta e lui le risponde: “Dal prossimo minuto diventerò suo grande ammiratore anch’io”. Guttuso sarà per Marta il suo secondo amore, quello che in un’intervista a Cesare Lanza lei definì «di un erotismo al limite della pornografia».
Innumerevoli le lettere d’amore che l’artista le scrive, dedicandole anche una filastrocca: Marta Martina/ notte e mattina/ giunco e regina/ Marta mondina/arma marina/Marta di spuma/l’onda ti consuma/Marta bambina/nube e regina/ Marta ragazza/saggia e pazza/Marta acqua bionda/pena profonda/Marta lontana/pena inumana/Marta divisa/certa e indecisa/Marta ha due amori/uno dentro, uno fuori/Marta assediata/nel sonno svegliata/Marta stupita/pernice ferita/Marta in soffitta/spada trafitta/Marta sorriso/cuore diviso/Marta ridente/per tanta gente/Marta alle mani/coi pescecani/Marta adorata/pensata amata/Marta cometa/l’uomo si disseta/Marta impossibile/vita terribile/Marta pensiero/del prigioniero. Nell’ultima lacerante lettera che consegna di nascosto, prima di morire, al portiere Aldo Torrioni si legge tutto il dolore e la disperazione dell’artista per l’assenza della sua Martina: “Perché non vieni, amata mia?.. libellula d’oro dove sei?” La contessa viene esclusa dal letto di morte del pittore. Si aprono qui pagine di un giallo e di una guerra tra le due famiglie durata anni.
 



F“Carissima Martina. Io sto molto male vorrei averti vicino e non capisco perché non torni ancora.I corvi mi attorniano e i miei momenti di lucidità sono sempre più rari. Non mi fanno telefonare. Fabio mi ha parlato di adozione e temo mi faccia firmare carte compromettenti in un momento di mio ribasso. Mi dispiace dirti queste cose, ma se tu mi fossi vicino sarei capace anche di guarire. Sono sempre in attesa di vederti entrare, perché non vieni, amata mia?”

domenica 2 settembre 2018

Luigi Tenco, Dalida e la misteriosa Valeria


Era bello, dotato di un fascino tenebroso, inquieto e maledetto. Era un poeta. Luigi Tenco nasce il 21 marzo 1938 a Cassine, in provincia di Alessandria. Scrive canzoni bellissime. Testi e brani inquieti e tormentati, di una malinconia disperata e di un’ironia graffiante.
 
Muore la notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967 nella stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo, durante il Festival. Lascia questo biglietto: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”. A 80 anni dalla sua nascita resta ancora oggi un’icona della canzone italiana d’autore. Nel marzo 1967 la madre Teresa, due mesi dopo la sua scomparsa, dichiara alla stampa: "Mio figlio e Dalida erano buoni amici. Nient'altro. Luigi non si è ucciso per amor suo. E Dalida non voleva morire, perché senza di lui non si sentiva più di vivere. Fra loro non c'erano amori segreti o impossibili. Queste sono tutte storie inventate, ignobili speculazioni che vengono fatte con il nome del mio ragazzo.
 
Le dive come Dalida - mi aveva detto Luigi prima di partire per Sanremo - non sono delle donne, non sono naturali, non sono umane non immagini che fatica faccio a lavorare con lei- Non credo fosse innamorata di mio figlio, ma aveva molta simpatia per lui, forse un mezzo sentimento".  Dalida probabilmente lo era davvero innamorata di Tenco. Al contrario, è difficile capire quali sentimenti lui provasse per lei. Leggendo le lettere che Tenco scrive a Valeria il mistero si infittisce.  Aldo Fegatelli Colonna, critico cinematografico, sceneggiatore, il più accreditato biografo dell’autore, sembra avere una precisa chiave di lettura, aprendo un misterioso capitolo sul caso Tenco. Quella chiave di lettura ha un nome: si chiama Valeria. Una donna misteriosa, minuta, con grande personalità. Una donna combattiva, di polso. Tenco tenne per sé questa storia d’amore che rimase sconosciuta persino ai suoi più intimi amici. Si racconta che Dalida, venuta a conoscenza di Valeria, si portò un giorno sotto il portone della sua casa romana. Le citofonò consigliandole in modo pesante di togliersi dai piedi.
 
Il 18 novembre 1966, pochi mesi prima del Festival, il cantautore scrive a Valeria una lettera struggente, con un invito a compiere insieme una vacanza in Kenya.
“Amore mio, Adriana ha promesso di farti avere questa lettera: ti prego, leggila, mi è costato scriverla, ammettere la mia stupidità, la mia presunzione, le mie debolezze, la mia ingenuità. Sono solo un uomo, e non tra i migliori, se mi sono lasciato trascinare in questa situazione assurda e non ho la forza e la volontà di uscirne, perché se lo tentassi ne sarei distrutto, comunque. Io ho sbagliato tutto nella mia vita, l'unica cosa giusta, pulita sei stata tu e a te non voglio e non posso rinunciare. Ti ho detto mille volte ti amo, ma non ti ho mai detto scusami (è una parola che non vuoi sentire!) per i miei tanti difetti, per non aver la forza di uscire da questo ambiente ipocrita, falso, spietato in cui domina il compromesso. Perchè sono una nullità. Mi hanno promesso il "paradiso": mi sento sull'orlo di un baratro. Come ho potuto arrivarci! Accidenti a te, perchè non hai avuto fiducia in me, perché non mi hai detto di sì. È tutta colpa mia: io ho permesso a quella donna di costruire tutta questa storia, mi sono prestato al suo gioco, perché da idiota io lo credevo solo un gioco. Tenco e Dalida, la coppia vincente del prossimo festival.

Che notizia golosa per i giornalisti! Io ho permesso agli altri di ricamarci sopra (ma se mi conoscessero veramente, come potrebbero crederci?). E poi, poi, quando tu te ne sei andata ho pensato di poter fare l'amore con lei, per punirti, per ferirti come tu stai ferendo me. No! Non ha funzionato. Ho tentato in tutti i modi, ho passato delle notti intere (aspetta un attimo!) a bere, a cercare di farle capire chi sono, cosa voglio, e poi... ho finito col parlarle di te, di quanto ti amo. Che gran casino, vero! Certo, lei si è dimostrata molto "comprensiva", ma mi ha detto che ormai dovevamo portare avanti questa "assurda" faccenda agli occhi degli altri. È una donna viziata, nevrotica, ignorante, che rifiuta l'idea di una sconfitta, professionale o sentimentale che sia. E ora non so più come uscirne. Tesoro mio, qualunque cosa tu possa sentire o leggere, credimi, abbi fiducia in me. Ti prego, ora basta: torna, ho bisogno di te: non ti chiederò nulla, non voglio sapere nulla. Ti amo tanto e ti voglio disperatamente. “  Luigi