mercoledì 15 agosto 2018

GENOVA è "una bellezza che strazia l’anima" (G. Flaubert)

GENOVA Ze:na, come la chiamano i liguri, è "una bellezza che strazia l’anima" secondo G. Flaubert è "superba per gli uomini e per le mura" invece per Francesco Petrarca.

Genova è  stata un crocevia di culture e popoli, fin dall’antichità. Coi suoi carruggi e gli splendidi palazzi, le sue chiese, le tante facciate decorate da stucchi e affreschi. Ogni muro, ogni casa ogni palazzo, ogni villa conserva tutto il fascino dell’antica Repubblica marinara. I paesaggi si susseguono, diversi. La natura è selvaggia. Dalla costa rocciosa il territorio si trasforma d’improvviso in dolci colline. Si intravedono ampi terrazzamenti ricoperti da ulivi e vigneti e la fitta vegetazione dell’entroterra, con le sue distese di castagno fino al bordo delle valli verdeggianti e dei tanti prati fioriti. Voglio rendere omaggio a Genova attraverso il racconto dei viaggiatori che l’hanno percorsa in tempi remoti e ne hanno raccontato la sua Bellezza attraverso i loro stralci letterari di prosa di fine ottocento. La descrizione dei loro paesaggi è colore, è lontananza, è raggio di sole che tracima dalle fronde ma è anche la semplicità delle cose di natura, della loro morbidezza, del sensuale abbandono, del fascino misterioso e pieno delle forme della terra, dei luoghi dell’anima ligure che l’occhio sa cogliere. In questi giorni Genova è stata colpita al cuore per il crollo del ponte Morandi che vede la morte di 37 persone.




 
E' un ferragosto triste che colpisce al cuore tutti e ci lascia increduli davanti ad una tragedia assurda. Non si può morire per colpa delle infrastrutture o del non fare. Il nostro Paese fragile crolla per incuria, per i ritardi, per la burocrazia. Il nostro Paese che ha costruito strade nel mondo fin dai tempi dei Romani, che ha progettato nei secoli grandi opere di ingegneria, che vanta i migliori architetti e ingegneri, oggi è meno sicuro di ieri. Il ponte di Brooklyn, come lo chiamano i genovesi, ieri si è sfarinato come farina nelle mani di un panettiere. L'ho percorso una miriade di volte quel ponte che accorciava le distanze con il cielo; l'ho percorso sempre nei giorni di fine settimana o di vacanza con l'animo leggero di chi si dirige ad una fonte di natura per ritrovare ristoro, l'ho percorso sempre con quella strana letizia che provo ogni qualvolta torno in questa antica terra ligure di Ponente a me infinitamente cara.







Sulle cinque del pomeriggio costeggiammo i bei sobborghi di Sampierdarena e finalmente ci apparve Genova, la quale, vista dal mare, sorgente dalle acque in forma di anfiteatro, fa un effetto stupendo. A nord, la città si stende per lungo tratto sui monti, circondata da un doppio ordine di mura, il più esterno dei quali si vuole che copra 15 miglia di circuito. Il primo oggetto che colpisce il viaggiatore ancora lontano è un elegantissimo faro innalzato sulla punta più elevata di una rupe ad ovest del porto; è tanto alto che in un giorno sereno si scorge alla distanza di 30 miglia. Volgendo le spalle al faro si vede il molo che costituisce il porto di Genova.
Fu costruito con gran spesa ai due lati della baia, così da formare due magnifiche gettate sul mare. Entrambe, alla loro estremità, sono provviste di un altro faro più piccolo e sono difese da cannoni di bronzo. Nel mezzo c’è il porto, tanto ampio e tanto avanzato nel mare che quando il vento di sud o sud-ovest è forte, riesce molto dannoso alla navigazione ed al caricamento delle navi.
Entro il molo vi è anche un porto più piccolo, chiamato Darsena, per le galee della Repubblica. La nostra gondola entrò nel porto e, scivolando rapida tra un gran numero di vascelli grandi e piccoli ivi ancorati, ci condusse all’approdo.
(Tobias George Smollet, 1765)
 
 
I dintorni di Genova, verso Ponente, anche se meno romantici che a Levante, erano ricchi di ville, chiese, monasteri che suggerivano l’idea di grande opulenza e di lusso. La strada era così in buono stato e ben livellata che raggiungemmo senza fermarci Savona, distante nove poste, all’una, e qui pranzammo. Poche miglia dopo Savona, vicino a Noli, incontrammo un bel tratto della nuova
strada, scavata, per più di un miglio, di fronte ad un precipizio, alto due o trecento piedi, a picco sul mare. Le ondate si infrangevano un centinaio di piedi sotto di noi, le rocce sporgenti si elevavano per un altro centinaio a perpendicolo sopra le nostre teste.
La strada era larga dodici-quattordici piedi e raramente munita di un parapetto. Il giovane nizzardo spinse spesso le ruote della carrozza a un passo dallo spaventoso precipizio, per farmi onore, come i Turchi salutano gli stranieri puntando i cannoni caricati quasi sulle lor teste!
(James Johnson, 1831)

 
Il golfo di Genova e il suo paesaggio
La poesia piange bene, canta bene, descrive male. Il più breve tratto di matita di un disegnatore o il colpo di pennello di un pittore, valgono tutto Omero, tutto Virgilio.
Preferisco il fremito di una vela sulle onde orlate di schiuma di questo bel golfo, preferisco l’ombra di un pino trafitto da una cascata di raggi di luna su questa spiaggia; preferisco i grandi rami di un castagno di queste montagne curve sotto il vento tiepido, sonoro e profumato dell’Appennino, che i due o trecento versi i cui ho cercato di fermare quella notte. Impotenza dell’arte, impotenza soprattutto dell’artista, davanti alla potenza della natura..
(Alphonse de Lamartine, Al paesaggio nel golfo di Genova, 1826)


 

All’alba tuonar di cannoni. Dinnanzi alla prua un porto gigantesco e una città che poggia, con edifici di sette piani, su tre o quattro colline. Lungo i pendii di queste ondeggia il verde dei giardini che nascondono misteriosamente tra le loro fronde il bianco marmo delle ville dall’architettura elegantemente voluttuosa. La città è Genova.

Nel grande porto sventolano bandiere di tutti i paesi e trovano rifugio sia i grandi transatlantici, che fanno rotta per le Americhe, sia i velieri e i piccoli vapori che, attraverso il Mediterraneo, vanno in Grecia e nel mar Nero. In un porto come quello di Genova, vasto e frequentatissimo, si ammira la grandezza della civiltà presente che può sembrare prosaica alle menti offuscate dall’amore per l’antico e che non sanno apprezzare la poesia delle sue grandiosi proporzioni.
Nel centro del porto, in quel lago quasi infinito d’acqua verdastra e tranquilla, sulla quale sembra trascinarsi la foschia del mattino, passano rimorchiatori che sciamano come ronzanti mosche e corrono a trascinare le fregate lente e boccheggianti, che entrano con la velatura ammainata e come ciechi si lasciano guidare da piccoli cagnolini. Sullo sfondo si eleva la città italiana dal carattere inconfondibile, sporca ed allegra come un gaio ragazzo che non si lavi mai la faccia. Genova ostenta case bellissime di sette piani con persiane verdi.
Le finestre sono pavesate con la biancheria appena lavata che viene impudicamente esibita a gocciolare sul passante. Genova è la città dei contrasti, dei grandi palazzi e dei miseri caruggi.
In alto, sulla cima delle colline, giardini lussureggianti, ville marmoree, veri nidi d’amore che fanno ricordare i voluttuosi alberghetti francesi del tempo della Reggenza; in basso, vicino al porto, quartieri che sono veri ghetti con viuzze strette e sotterranee, dove le grondaie si toccano e tre persone non possono camminare fianco a fianco per la ripida discesa dell’acciottolato.
(Blasco Vicente Ibànez, 1896)
 
Ecco come si presentava Genova al viaggiatore dalle colline di S. Benigno, confine naturale della città, con la sua veduta concentrata attorno al porto e scarsamente edificata sulle colline, con la ferrovia che passava davanti a Villa Rosazza, con i giardini del Principe Doria a Fassolo, la Basilica di Carignano, il Molo Vecchio e quello Nuovo, la Lanterna.
Genova in una giornata di pioggia
….pioveva a dirotto quando passammo per i sobborghi di Genova e anche andammo molto piano dietro ai tram e ai camion, il fango schizzava sul marciapiede così che la gente si affrettava a rifugiarsi nelle porte della casa quando ci vedeva arrivare. A san Pier d’Arena, il sobborgo industriale di Genova, c’era una larga strada con delle rotaie da una parte e dall’altra, e ci tenemmo nel mezzo per evitare d’infangare gli uomini che ornavano a casa dal lavoro.
Alla nostra sinistra avevamo il Mediterraneo. C’era mare grosso, le onde si rompevano e il vento ne portava gli spruzzi fino all’automobile. Il letto di un fiume che quando eravamo passati venendo in Italia era largo, asciutto e pieno di pietre, adesso scorreva in piena e l’acqua arrivava fino agli argini. Quest’acqua fangosa scolorava quella del mare e quando le onde rompendosi si assottigliavano e diventavano bianche, anche l’acqua gialla si schiariva e fiocchi di spuma, portati dal vento, volavano attraverso la strada…
(Ernest Hemingway)
 

domenica 12 agosto 2018

Frida Kahlo e José Bartoli



Ricevile come se una ragazzina per strada ti desse un fiore, senza un perché» scriveva così Frida Kahlo a José Bartoli, un illustre catalano bello e forte conosciuto nell’agosto del ’46 a New York che aveva combattuto per la Repubblica nella guerra civile spagnola. Scrisse per lui, dal 1946 al ’49 nei tre anni della loro storia di amanti segreti, 25 lettere d’amore: più di cento pagine piene di poesia e di ardore. Quelle 25 lettere sono andate all’asta nel 2015 da Doyle, New York e comprate per 137mila dollari da un artista e collezionista americano, suo grande estimatore. «Più mi tradisci, più ti amo. Sento di averti amato sempre, prima che tu nascessi, prima che tu fossi concepito. Vorrei darti i colori più belli e, per vederti dal basso, vorrei essere l’ombra delle tue scarpe che si allunga sul terreno sul quale cammini» gli scriveva nelle sue struggenti lettere firmandosi Mara, come José amava chiamarla, diminuitivo di maravillosa (meraviglia). «Sarò la tua casa, la tua madre, il tuo amore, il calore del tuo sangue, la consolazione dei tuoi timori, il tuo rifugio dal dolore e dalla tristezza, la madre dei tuoi figli che nasceranno e non nasceranno» - gli scriveva Frida - «I piedi a cosa mi servono se ho le ali per volare?». La loro storia d’amore si interruppe senza un perché nel 1949, quando improvvisamente si interruppe anche la loro corrispondenza. José conservò tutto della storia d’amore con Frida, dalla sua prima lettera  «Non so come si scrivono lettere d’amore» all’ultima.
 
Per te ho ricominciato a vivere, a dipingere, ad essere felice, a mangiare meglio per essere forte così che tu potessi trovarmi bella, un po’ nel modo in cui ero prima […] Mio Bartoli-Jose-Giuseppe-…voglio dirti che tutta me è aperta per te. Da quando mi sono innamorata di te, tutto si è trasformato ed è pieno di bellezza.
Voglio darti i colori più belli, voglio baciarti…
Vorrei vedere dai tuoi occhi, sentire dalle tue orecchie, sentire con la tua pelle, baciare con la tua bocca. Per vederti dal di sotto, vorrei essere la tua ombra nata dalla suola del tuo piede, che si estende lungo il terreno su cui cammini…
Voglio essere l’acqua che ti lava, la luce che ti dà forma, vorrei che la mia sostanza fosse la tua sostanza, voglio accompagnarti e aiutarti, amarti e nella tua risata trovare la mia gioia.
Se a volte soffri, voglio riempirti di tenerezza così che tu ti senta meglio.
Quando hai bisogno di me, mi troverai sempre vicino a te.
 

Perdonami se tutte queste cose che ti scrivo ti sembrano stupidità, ma credo che in amore non ci sia né intelligenza né stupidità, l’amore è come un aroma, come una corrente, come pioggia.
Lo sai, mio cielo, tu piovi su di me e io, come la terra, ti ricevo.

Lettera d’amore di Frida Kahlo al suo amante José Bartoli, 1946-1949 



 Da LETTERE D'AMORE pubblicato su ORA Magazine

lunedì 6 agosto 2018

Alberto Moravia e Elsa Morante




“Ho molto amato Elsa Morante, non sono mai stato innamorato di lei”. A. Moravia
 
Cara Elsa, la tua lettera mi ha detto le stesse cose che tu mi avevi lasciato capire ieri sera ma io ho avuto un sentimento agghiacciante perché nella parola scritta c’è qualche cosa di definitivo e di irrimediabile. (…) La mia storia è così semplice. Io non ho che te e fuori del nostro matrimonio che è andato come è andato, non c’è che disordine e solitudine e amarezza per me. Nella mia vita c’erano soltanto due cose che avessero una certa continuità: il mio rapporto con te e il mio lavoro. (…) Non parlo adesso del lavoro, voglio parlare soltanto di te: per me tu eri e sei una ragione di vita, nel senso che i miei sentimenti migliori (tu forse non lo crederai) si indirizzavano naturalmente verso di te e mi davano l’illusione di un’esistenza non del tutto effimera ed utilitaria. Alberto Moravia a Elsa Morante, 1962 . E’ la fine di un matrimonio, è un addio amoroso.  Cara Elsa, mi sento così depresso come non sono mai stato in vita mia. Non riesco a far niente senza impazienza e noia e le giornate sono un vero tormento per me”, scriveva Moravia a Elsa Morante durante le loro separazioni.


Corri dietro alla pittrice belga o a quelle due o a quell’altra di Anacapri, poi vieni e di nuovo scappi via. Vorrei che tu non cambiassi sempre, vorrei farti felice e fermo almeno un momento. È questa l’unica cosa che valga.. quelle donne sono un niente, nessuna ti vuol bene, certo nessuna può volertene nemmeno un poco del mio” gli scriveva Elsa per ricordargli il suo amore.  Elsa avrà altri amanti ma si innamorò pazzamente di Luchino Visconti. Moravia ebbe altre mogli, ma gli universi che iniziarono insieme non smisero mai di esistere. Moravia le scriveva durante le loro separazioni: “Solo per dirti che mi ricordo di te ogni momento…Notizie di me non saprei dartene. Non so se sto bene o se sto male. Non so nemmeno se ‘sto’. Ti abbraccio”. Si incontrano per la prima in una birreria. Lui aveva 29 anni ed era già famoso, lei 25 e sognava di diventarlo. Per farsi coraggio beve troppo e non riesce a dire molto, ma quando arriva il momento dei saluti fa scivolare nella mano di Alberto la sua chiave di casa. Inizia così, in una sera di novembre del 1936, la lunga storia d’amore tra Elsa Morante e Alberto Moravia. Il loro matrimonio è stato drammatico e tormentato, spesso contraddittorio, condivisione delle rispettive infelicità.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Dalla mia rubrica Lettere d'amore pubblicate sul magazine "ORA"