martedì 31 luglio 2018

Marina di Maratea, interno




















Le iridi delle tue trasparenze
sono damascene
e lesene amarene
sui fogli di glicine

l'alba delle oscurità placa
lo spazio rosa della tua figura
le schiume assetate
guardano le cicale
e il mare che sceglie le acque

il fondale lontano delle case
tocca il compasso canino
della tua aria
come una spiga d'ombra

il tuo arcipelago
ascolta così i tuoi colori nudi
e la polvere disattenta

la facciata del tuo teatro
è un acino di comete
che ferma i pianeti

Andrea Galgano



Poeta, scrittore e critico letterario raffinatissimo. Marina di Maratea, interno è un atto d'amore per la sua terra lucana. Maratea si fa carne: lo spazio rosa della tua figura/le schiume assetate/guardano le cicale/e il mare che sceglie le acque  e poi donna e femmina di desiderio: le iridi delle tue trasparenze/sono damascene/e lesene amarene/sui fogli di glicine. Versi intrisi di passione e opulenza: la tua aria/come una spiga d'ombra. Il poeta si ferma a guardare questa terra che diventa volto e corpo, lasciandosi rapire da un incantamento quasi carnale e voluttuoso: la facciata del tuo teatro/è un acino di comete/che ferma i pianeti. Maratea diventa canto. Il poeta errante si nutre di note alte e si adagia piano sulle sue acque fino a giungere a toccare le sponde dei colori nudi della sua amata.
 
 
Collabora con il periodico on-line Città del Monte, per il quale è editorialista e curatore di poesia e letteratura. È docente di letteratura presso la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, fondatore e direttore responsabile di «Frontiera_di_pagine_magazine_on_line», coordina lo studio dei processi di formazione letteraria nelle professioni intellettuali per la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm. Ha scritto i libri di poesie Argini (Lepisma editrice, 2012, prefazione di Davide Rondoni) e Downtown (Aracne, 2015, tavole di Irene Battaglini, prefazione di Giuseppe Panella) ed è membro del comitato scientifico della collana “L’immaginale” per Aracne editrice, Roma, per la quale ha pubblicato i saggi Mosaico (2013) e Di là delle siepi. Leopardi e Pascoli tra memoria e nido (2014, prefazione di Davide Rondoni, preludio di Irene Battaglini), e con Irene Battaglini i due volumi Frontiera di Pagine (2013, 2017) che raccolgono saggi e interventi di arte, poesia e letteratura e il catalogo Radici di fiume (Polo Psicodinamiche, 2013), un intenso percorso osmotico di arte e poesia. Ha firmato 25 testi poetici in Desinenze di Luce (Calebasse, 2015) con il fotografo d’arte Renato Maffione, in un connubio originale tra parola e immagine.


venerdì 13 luglio 2018

Parco Letterario Virgilio - Pietole (Mantova)


Poeti, poesia e illustri mecenati rivivono nei Parchi Letterari Italiani
 
Dopo il parco di Montale in Liguria e quello lombardo dedicato al Manzoni, il nostro viaggio, alla ricerca dei magnifici Parchi Letterari italiani, continua con una sosta ancora in terra lombarda. Siamo a Mantova nelle campagne di Pietole, una frazione di Borgo Virgilio, fra pascoli e antichi condottieri alla ricerca del Parco Letterario Virgilio dedicato al grande poeta. Il presidente Stanislao de Marsanich ha rimarcato più volte l’importanza e le potenzialità di questo parco letterario dedicato al poeta dove qui è stato ispirato per le Bucoliche e soprattutto per le Georgiche. Un parco che promuove il recupero del territorio e la conoscenza della filiera agroalimentare. Il nostro viaggio ci porta a pochissimi chilometri da Mantova dove troviamo, al centro di una vasta tenuta di circa 1000 ettari, la Corte Virgiliana appartenuta ai Gonzaga; un ampio complesso architettonico, sede oggi di un’azienda agricola che rappresenta un esempio di corte rurale gonzaghesca.
 
La leggenda vuole che il poeta Virgilio sia nato proprio in questi luoghi che ci accolgono con i loro ampi cortili, le grandi stalle e lo splendido fabbricato della prima metà del Seicento adibito ad abitazione e rappresentanza.


“Mantova mi ha dato i natali, la Puglia mi ha dato la morte e ora sono sepolto a Napoli; ho cantato i pascoli, i campi, i condottieri.” (epitaffio sulla tomba di Virgilio)  www.parchiletterari.com

 

Primus ego in patriam mecum, modo uita supersit,
Aonio rediens deducam uertice Musas;
primus Idumaeas referam tibi, Mantua, palmas,                   
et uiridi in campo templum de marmore ponam
propter aquam, tardis ingens ubi flexibus errat
Mincius et tenera praetexit harundine ripas.
Virgilio, Georgiche III 10-15
 

Io come primo mantovano, ammesso che la vita sia bastevole tornando in patria dalla vetta a ònia porterò con me le Muse; io per primo, o Mantova ti porterò le palme idumè e ed innalzerò un tempio marmoreo nella verde campagna in vicinanza dell'acqua dove l'ampio Mincio sinuoso scorre lento e copre di tenere canne le sponde.Virgilio, Georgiche III 10-15
 

Alessandro Manzoni e il Parco letterario Adda Nord - Trezzo d'Adda (Milano)


Continua il nostro viaggio alla scoperta dei Parchi Letterari Italiani. Questa settimana facciamo una sosta a Trezzo sull’Adda, lungo il tratto a valle del Lago di Como, dove vediamo anche i laghi di Garlate e di Olgiate. Ed è qui che, nel mese di giugno del 2016, nasce per volontà di Giuseppe Petruzzo il parco letterario dedicato ad Alessandro Manzoni. In questa terra ricca di scenari suggestivi e di grande fascino di natura, lo scrittore è cresciuto e ha vissuto.  Qui si possono ritrovare le sue tracce a partire dalle paludi di Brivio, il ponte di Paderno, il villaggio di Crespi d’Adda, oggi patrimonio dell’umanità – Unesco. Territori diventati per il Manzoni fonte di ispirazione per le sue opere letterarie a partire dalla più grande: I Promessi Sposi.  Visitando il parco manzoniano si ha la possibilità di attingere ai vecchi archivi, agli oggetti personali dello scrittore, ai ricordi di un’epoca trascorsa.  A partire da Lezzo in cui lo scrittore e poeta ha trascorso la giovinezza, Casirate che ha dato i natali alla moglie Elisabetta Blondel, Galbiate, dove è stato a balia, Lecco dove ha vissuto da ragazzo nella villa di famiglia del Caleotto, qui tutto parla di lui.  Anche il fiume Adda che nei «Promessi sposi» diventa quasi un altro personaggio dell’opera, continua a parlarci di lui, lungo le sue sponde, a Pescarenico dove nasce la storia. Il parco letterario è un territorio dove grandi poeti o scrittori hanno vissuto. Luoghi che hanno ispirato le loro opere e che oggi, grazie al presidente Stanislao de Marsanich,  viene promosso un importante turismo culturale di qualità. www.parchiletterari.com 
 
Quanto c'è di qui all'Adda? – gli disse Renzo, mezzo tra' denti, con un fare da addormentato, che gli abbiam visto qualche altra volta. All'Adda, per passare? disse l'oste. Cioè... sì... all'Adda. Volete passare dal ponte di Cassano, o sulla chiatta di Canonica? Dove si sia... Domando così per curiosità. Eh, volevo dire, perché quelli sono i luoghi dove passano i galantuomini, la gente che può dar conto di sé. Va bene: e quanto c'è? Fate conto che, tanto a un luogo, come all'altro, poco più, poco meno, ci sarà sei miglia. Sei miglia! non credevo tanto, disse Renzo. I Promessi Sposi, CAP. XVI

 

giovedì 12 luglio 2018

Dall'officina alla pista da rally " Ecco come ho perso un amico" da Oltre i confini inserto del Cittadino di Monza



Gianni era un pilota automobilistico, prima di entrare in carcere.

Quando si parla di gare automobilistiche si pensa subito al mondo dorato dei piloti famosi e strapagati. L’automobilismo è fatto anche di piloti privati, come lo sono stato io, che condividono tutti i rischi dei loro colleghi famosi, pagando di tasca propria tutti i costi per poter partecipare alle competizioni su strada. I piloti privati, di norma, sono o benestanti e per questo possono permettersi macchine al top, oppure “fai da te” con la passione irrefrenabile per le corse e gareggiano con vetture “fatte in casa”. Proprio come è successo a me. Lavoravo come meccanico in un’officina specializzata nelle elaborazioni di auto da corsa. L’occasione mi si presenta quando un cliente decide di “appendere il suo casco al chiodo” e vendere la sua vettura con tutto il materiale: ricambi, gomme, etcc..Rimaneva soltanto il muletto, la vettura usata per le prove. Decido di comprarlo per costruire una vera auto da corsa e poter diventare un vero pilota. Era una Opel Ascona 400 gruppo 4. Un gran bel mezzo per incominciare.
Contatto subito Vittoriano, un amico di vecchia data, che aveva molta esperienza avendo fatto il copilota in diversi rally. Vittoriano era un uomo divertente che amava la musica, suonava la batteria. Aveva sempre preferito fare il copilota e non aveva interesse per la guida. “Io preferisco stare seduto a destra con il mio cronometro e le note. A guidare ci pensa il pilota” gli sentivo sempre ripetere questa frase a chi magari gli chiedeva spiegazioni. Costruire una vettura da corsa non era uno scherzo sia per il costo sia per l’impegno. Di giorno dovevo lavorare e tutto il tempo libero iniziai a dedicarlo alla nostra auto. Anche di notte, il sabato, la domenica e ogni festività, compreso il Natale. Mancava poco più di un mese alla prima gara della stagione. Era il rally della Val Varaita . La macchina era pronta. Bisognava fare la ricognizione e le prove pre gara. Il legame fra me e Vittoriano si fa sempre più stretto per tutte le ore insonni passate in officina. Era il mio navigatore. Nei rally i piloti devono fidarsi ciecamente dei loro navigatori e io mi fidavo di Vittoriano perché quando ti siedi sul sedile anatomico prima dell’inizio di una gara, allacci le cinture a quattro punte e indossi il casco, macchina pilota e navigatore diventano un’unica cosa.  Arriva il giorno della gara. Portiamo la macchina per le verifiche pre-gara. Era bellissima! Blu e gialla, i nostri colori preferiti. Aveva sei adesivi dei nostri sponsor. Dopo l’ok attacchiamo sulle portiere i numeri e attendiamo la partenza. Il casco e la cintura sono allacciati, l’interfono è acceso. Il rumore del motore e degli scarichi è forte. Mancano due minuti alla partenza. Vittoriano mi informa sulle prime due curve DxS e Sx5. La sua voce mi dà sicurezza. VERDE! Partenza! Vittoriano legge le note. Perfetta sintonia. A metà gara, per un problema al motore, dobbiamo ritirarci. Io ero abbastanza contrariato ma Vittoriano mi dice: “dai non prendertela, ci faremo la prossima volta. Andiamo a farci una birra.” Poi le gare si susseguiranno fra alti e bassi. Arriviamo a fine stagione collezionando qualche ritiro, ma anche qualche soddisfazione.
 
Prima dell’inizio della nuova stagione, mancavano alcuni mesi che ci avrebbero permesso di potenziare la macchina. Ancora notti e festivi trascorsi in officina con Vittoriano. Eravamo un’anima sola! Pronti per il primo rally Valli del Bormida. Vinciamo il raggruppamento e decimi assoluti con ottimi risultati. Arriviamo a metà stagione. Al rally della Lanterna, la gara valida per il campionato europeo, mancavano un paio di settimane. Ci contatta il responsabile della Ford France proponendoci di correre per loro con un’auto ufficiale. Era la nostra occasione. Mettiamo la “nostra bambina “a riposo sotto un telo, in officina, e incominciamo a provare. Avevamo finalmente anche noi un muletto e meccanici a disposizione. Le auto WRC sono potentissime, con circa 650 cavalli, e molto difficili da guidare. Dovevamo dimostrare alla scuderia di essere all’altezza della situazione, ma il compito era difficile. Vittoriano non perde il suo buon umore. Arriviamo a Genova il giorno prima della gara con un borsone contenente casco e tuta. -Strano, pensai. - Di solito eravamo abituati a spostarci con il furgone pieno di ricambi, di gomme, carrello e macchina. I meccanici ci fanno salire sulla macchina: è il nostro primo contatto con il mezzo. Bisogna regolare sedili, pedaliere, sterzo…secondo le nostre esigenze. Facciamo le verifiche e restiamo in attesa dell’indomani: giorno della partenza. Trascorremmo una notte insonne. La tensione era altissima. La partenza della gara era fissata alle ore 7,00. Noi eravamo, con i nostri meccanici, vigili, accanto alla macchina già dalle 5,30. Ci allineiamo per la partenza. Il semaforo è rosso. Dopo aver allacciato le cinture, i caschi, e collegato l’interfono, ci stringiamo la mano come facevamo sempre. E’ verde! Via. Accellero e chilometro, dopo chilometro, prendo sempre più confidenza con la vettura. Andiamo fortissimi. Vittoriano non sbaglia una nota. Nell’auto la temperatura è elevatissima. Dopo la quarta prova speciale siamo terzi assoluti. Non male, ma potevamo fare ancora meglio. Nella prova successiva il cambio di velocità ci crea dei problemi e ci costringe al ritiro. Vittoriano impreca, io sono scuro in volto. Non l’avevamo presa bene, ma Vittoriano ancora una volta non perde il suo buonumore: “corriamo con i migliori, Gianni. Ce la possiamo ancora fare a vincere il campionato.” Al parco assistenza i responsabili del team ci incoraggiano, confermandoci la loro fiducia. La gara successiva è il rally del Bormida. E’ la nostra preferita. Conosciamo le prove speciali a memoria. “ è la prova speciale dello Scravaion dove tu vai fortissimo- mi dice Vittoriano- possiamo vincere.” Arriva il giorno della gara. E’ sabato, sono le 7,00 circa. Siamo in posizione e pronti per la partenza. Il pubblico è con noi, con striscioni e scritte. Eravamo a casa. Tutto è perfetto. Tutto sembra andare per il meglio. Siamo secondi assoluti. Andiamo fortissimo. E’ quasi notte. I fari supplementari illuminano la strada. Stiamo arrivando in cima. E’ il tragitto che preferisco. Il tratto è quasi in piano con una sequenza di curve da fare in pieno per poi affrontare la discesa. Siamo all’ultimo tornante. Incomincio ad accellerare:2-3-4-5-6-7 dentro tutte le marce. Il display indica con il rosso la massima velocità: 230 km orari, circa. Le note scorrono veloci. Vittoriano mi incita: “vai, bravo, così” All’improvviso il dramma. La macchina scarta sulla destra. L’urto è violento. Poi il volo nella scarpata. La macchina rotola molte volte. Vedo le spie sul cruscotto e i display che girano. Poi si ferma. Il silenzio è totale. Riesco a sentire il rumore del vento del bosco. Chiamo il mio amico. “Stai bene?” - gli chiedo- Nessuna risposta. E’ buio, non riesco a vedere nulla. Ci sono dei rami dentro la vettura, c’è del fumo. Aziono l’interruttore per disattivare l’impianto elettrico. Quando sei bloccato in macchina la cosa più pericolosa è il fuoco. Sento le voci dei soccorritori che si avvicinano. Non riescono ad aprire la portiera, poi la forzano con una leva e mi fanno uscire. Sono frastornato. Vedo tanta gente intorno che, nel frattempo era accorsa. Risaliamo la scarpata con fatica. Chiedo con insistenza del mio copilota. Mi ripetono che sta salendo anche lui. Non sono affatto tranquillo. Mi dicono che è sull’altra ambulanza, c’è il medico con lui. Nel frattempo arriva un’automedica. Io sto abbastanza bene, a parte lo spavento, non ho nulla di rotto. Il portellone dell’ambulanza si apre. Il medico mi viene incontro e mi comunica che il mio amico non ce l’ha fatta. Sono disperato.
Continuo ad interrogarmi se quello che è successo sia stato causato da un mio errore, se si è rotto qualcosa nel motore, se ne valeva poi la pena rischiare la vita così. Ho trascorso da allora giorni e notti insonni. Avevo deciso di lasciare le corse. I responsabili del team, i meccanici mi ripetono che, per superare questo strazio devo andare avanti, devo risalire al più presto sulla macchina. Mi ripetono che l’incidente è avvenuto per la rottura di una sospensione posteriore, ma il senso di colpa rimane dentro. Avevo perso un amico. Correre con un altro copilota mi sembrava una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Ma c’erano i contratti, gli sponsor. E così riprendo a correre con un altro copilota. Ci prepariamo per il rally delle Palme. Alla partenza della gara sento nell’interfono la sua voce. E’ fredda. Era la prima gara senza Vittoriano. Le prove speciali si susseguono. Andiamo molto bene con la classifica. Mi sto abituando al nuovo navigatore, ma la mia guida non è tranquilla. Mancano ancora alcune prove speciali. Non vedo l’ora che il rally finisca. E’ sera. Mancano pochi minuti alla partenza della prova speciale. Allaccio il casco e la cintura. Guardo distrattamente il commissario e vedo una luce fortissima. E’ Vittoriano. Ha la tuta e due grandi ali. Mi sorride. Mi fa segno di andare e mi batte le mani. Il semaforo è verde. Via! Non riesco a partire subito. Il copilota mi urla nell’interfono: “E’ verde, andiamo!” gli rispondo: “tranquillo, vedrai che rimontiamo. Vittoriano è con noi.” Da quel giorno ho ripreso a guidare con la forza di prima perché sapevo che il mio amico era con me. Sono certo che gareggerà felicemente fra le nuvole. Ogni tanto viene a salutarmi e fa il tifo per me. So che mi proteggerà sempre.

 

"Il mio ricordo di Ayrton Senna" di Gianni, detenuto del carcere Sanquirico di Monza


Gianni è attualmente recluso nel carcere Sanquirico di Monza. Gianni fa parte della redazione OLTRE I CONFINI, nata in questi ultimi mesi nella casa circondariale.


Vivendo nel mondo delle corse automobilistiche, ho conosciuto tantissimi piloti, alcuni diventati poi campioni del mondo. Questo mi ha dato la possibilità di conoscerli molto a fondo. Vi racconterò di loro svelandovi aneddoti e curiosità della loro vita. Parto con Ayrton Senna. L’ho incontrato la prima volta durante il mondiale di Kart di Parma. Ho avuto immediatamente il sentore di quanto fosse antipatico e quanto fosse un pilota “scorretto”. I nostri incontri, in principio, sia in pista che fuori, non sono stati idilliaci. Poi, dopo un chiarimento fra di noi, tutto è cambiato e ne è nata se non una vera amicizia, di sicuro un’intesa durata nel tempo. Ayrton mi ha sempre ribadito che in gara, come in battaglia, non ci sono amici ma quello che più conta è vincere. – La paura non è incontrollabile- mi ripeteva spesso – ci vuole molta forza di volontà. Se un incidente grave o mortale ti coinvolge emotivamente, se a 300 Km orari pensi che una gomma possa scoppiare o che ci possano essere problemi ai freni nella tua prossima curva, vuol dire che non stai facendo correttamente il tuo lavoro. Ricordati che devi arrivare in gara con meno emozioni possibili. Io ho in testa un deviatore posizione gara. Penso soltanto alla competizione. Quando tutto è finito ritorno “in fase normale”, torno ad essere un umano come tutti. -
 
 
Abbiamo avuto modo di chiacchierare e confrontarci spesso. Ayrton era ritenuto antipatico per i suoi comportamenti in pista e per essere particolarmente sincero quando c’era da contestare la gestione della Formula1. Ayrton è arrivato in F1 giovanissimo, è normale che abbia commesso errori, ma ha avuto modo di dimostrare tutto il suo talento vincendo 3 campionati del mondo. Più diventava famoso e più acquisiva il coraggio per contestare il sistema. Era maturato in quelle torri dorate: le sue considerazioni erano rivoluzionarie per quell’ambiente. Ci siamo ritrovati spesso a parlare di volontariato. Ayrton mi ha confessato che, a differenza di molti ricchi che voltavano le spalle alla povertà, lui aveva sempre fatto beneficenza e in silenzio, senza sbandierarla ai quattro venti. Sapeva che facevo volontariato, guidavo allora l’ambulanza. Mi ripeteva sempre: - Gianni, se guidi come guidi in pista, poveri malati!-  Era nato in Brasile e conosceva molto bene le condizioni dei meninos de Rua e quanto fosse importante per loro il suo aiuto. Nel 1988, dopo il suo terribile incidente sul tracciato di Montecarlo, Ayrton si avvicina a Dio come mai aveva fatto prima. – Sono stato cattolico come tanti- mi diceva- poi qualcuno mi ha fatto capire alcune cose. Sai, leggo la Bibbia ed è lì che immancabilmente trovo le risposte ai miei tanti dubbi. Ti consiglio di farlo anche tu. – Fino a quel fatidico 1maggio del 1994, Ayrton mi aveva spesso raccontato di aver subito più volte minacce a causa della sua eccessiva onestà e trasparenza. – Ci sono stati momenti in cui alcune persone hanno cercato di distruggermi, ma non ci sono riusciti, anzi mi hanno rafforzato. E’ difficile cambiare il mondo ma sono convinto che ognuno di noi possa dare il suo contributo. Quello che faccio per la povertà non l’ho mai dichiarato. -  E per questo ho sempre rispettato questo suo desiderio di non rendere pubblica la sua grande generosità. Custodisco di lui segretamente tante cose.
 
 
Non so cosa sia passato nella testa di Ayrton quel 30 aprile del 1994, giorno in cui perse la vita Ronaldo Patremerser. Sono certo che il 1 maggio del 1994 Ayrton è entrato in macchina con il deviatore sulla gara, senza emozioni, come mi ripeteva sempre. Ricordo la frase che mi ha detto prima dell’incidente e che non dimenticherò mai: Sai Gianni, dall’alto Gesù mi aiuta e mi guida. In questo mondo molti valori sono compromessi. Noi tutti abbiamo il compito di difenderli. Lo ripeto spesso in modo che  coloro che hanno le orecchie aperte per ascoltare e comprendere possano capire.  Lo dico perché è un mio dovere di credente farlo. – Avrebbe potuto dare ancora molto Ayrton. Forse sarebbe stato l’unico in grado, per la sua sensibilità, di rendere la Formula1 meno arida. Ma questo non solo per la Formula1. Peccato che non ne abbia avuto il tempo

 

"Una città nel deserto" di Paolo, detenuto del carcere Sanquirico di Monza.

Paolo è attualmente detenuto nel carcere Sanquirico di Monza. Questa è la storia di un viaggio che ha fatto con la sua ex moglie in Mali, alcuni anni fa. Paolo frequenta il laboratorio di narrazione "Parola liberami!" che tengo da un anno nell'istituto di pena e che ultimamente ha dato vita alla nascita del giornale OLTRE I CONFINI.


Io e Anna, accomodati piacevolmente sui cuscini nella hall dell’hotel, a Bamakò, sorseggiavamo del the guardandoci intorno. Eravamo in procinto di partire per Timbuctu. Anna indossava un lungo abito di cotone chiaro con dei sandali intrecciati, non aveva il cappello. I suoi capelli castani brillavano intensamente sotto il cocente sole africano. Eravamo arrivati soltanto da qualche giorno e la sua pelle si era già colorata. Io indossavo una camicia chiara e pantaloni lunghi da deserto, occhiali da sole e un cappello bianco. Anna aveva deciso di non coprire il capo. Partimmo per la nostra destinazione e l’escursione nel deserto in carovana. Viaggiavamo instancabilmente di giorno e ci accampavamo la notte per dormire. Io ero terrorizzato dai dromedari, a differenza di Anna che incominciò subito a cavalcarli. Ricordo la mattina che partimmo con le nostre due guide tuareg che si sarebbero occupati di allestire l’accampamento e cucinare. Il nostro viaggio proseguiva senza problemi ma il caldo era tremendo e la sete anche.
 
Gli animali trasportavano grandi quantità di latte d’acqua e razioni di carne contenuta in sacchi di plastica che viaggiavano tutto il giorno al sole. Arrivammo in prossimità di un villaggio e notai che i cani non smettevano di abbaiare e le donne si coprivano il volto per nascondersi, solo i bambini rimasero a guardare fermi, in attesa di qualcosa. Ricordo di aver notato al centro del villaggio un’norme voragine carica di rifiuti e carcasse di animali. Tutt’intorno giravano indisturbati enormi ratti che sembravano gatti. Ci avevano detto che il Mali era abbastanza sporco: quell’immagine ne aveva reso la veridicità. Meglio allontanarsi da lì. Lontani dal villaggio l’aria ci sembrò più fresca da respirare. Anna era felice, quasi sognante, amabile. Restava spesso in silenzio. Il sole era all’orizzonte, l’aria di colore rosso, io e Anna mano nella mano saliamo su una piccola duna, felici di stare insieme. Il tramonto regalava sensazioni stupende ma anche tanta tristezza perché sanciva la fine di ogni giornata. Io e Anna eravamo seduti uno accanto all’altro sulla duna a contemplare quella distesa di sabbia che avevamo davanti.
 
Ricordo che Anna appoggiò la testa sulla mia spalla e mi sorrise. Ci aspettava un lungo viaggio verso quella città misteriosa, la città di sabbia dove tutto viene coperto dall’avanzare inesorabile del deserto. Di notte la temperatura precipitava di quasi trenta gradi e noi due ci abbracciavamo stretti nel sacco a pelo mentre il vento del deserto sferzava la tenda e i tuareg restavano per ore a parlare attorno al fuoco fumando fino a notte fonda prima di avvolgersi nelle coperte e dormire uno accanto all’altro. Via via che la mattina trascorreva, il paesaggio assumeva una tale morbidezza nelle forme da lasciarci meravigliati. Di tanto in tanto, durante il nostro cammino, ci imbattevamo in uomini dalla pelle scura in groppa ai cavalli. Erano uomini orgogliosi, con gli occhi penetranti, la faccia coperta da veli color indaco. Anna si impegnava spesso a conversare in francese con il giovane tuareg per chiedergli notizie sulla città di Timbuctu che avremmo raggiunto di lì a poco. Il giovane le raccontava che la città era vasta e piatta e molto pittoresca, ma soprattutto buia perché le strade erano state costruite attraverso le case. Le raccontò del grande mercato ricco di mercanzie di ogni tipo che provenivano dagli stati confinanti. Anna era molto attenta, forse rapita dal fascino del giovane, forse dalla sua voce. Ricordo che spesso si rannicchiava dolcemente accanto a me e poggiava il viso nella piega del mio collo, baciandomi con tenerezza. Io le restituivo il bacio sulla fronte. Lei rideva felice. Arrivammo finalmente in prossimità della città. Ricordo che il terreno era una desolata distesa di sabbia, più avanti l’azzurro stava diventando bianco, quasi incandescente. Stavamo già attraversando, senza rendercene conto, le mura di fango grigie della città di Timbuctu. I bambini, tanti ci vennero incontro urlando. Intanto una nuvola di polvere si alzava al nostro passaggio. Oltrepassammo un grande cancello e sostammo in uno spazio aperto. Io e Anna con fatica cercammo di ricavarci un varco fra la folla che intanto era accorsa. Ci addentrammo nel cuore della città, un vero labirinto. Le strade erano state costruite in modo tale che attraversandole alla fine ti trovavi sempre davanti ad un vicolo cieco chiuso alla fine con un muro. Intorno a noi il silenzio. Tutt’intorno solo pareti bianche, sabbia immobile e tanto cielo azzurro. In fondo ad una stradina trovammo la targa di legno su cui c’era scritto: Hotel Boctou e una freccia che puntava a sinistra. La nostra stanza era semplice, ma la notte era fatta di stelle, tante e luminose. La città non si vedeva, intorno avevamo solo un oceano di sabbia e un silenzio assoluto. Anna e io eravamo felici. Il deserto ci riempiva il cuore. Ci affascinava la solitudine e la vicinanza con l’infinito.


domenica 8 luglio 2018

CATERINA BENINCASA

CATERINA BENINCASA
Italia - Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380
Tratto da Le poetesse mistiche pazze per Dio
La via femminile al Romanticismo nel Medioevo Nemapress edizioni
di Antonetta Carrabs e Iride Enza Funari

"Dicevano di me che fossi come il vino di Siena, molto rosso"

Era il periodo delle Crociate e le città e i villaggi erano pieni di donne sole che sostenevano i poveri e i mendicanti. All’inizio del XIII secolo incominciarono a formarsi veri e propri gruppi comunitari, chiamati beghinaggi. Le beghine mendicanti si spostavano, predicando da un posto all’altro. Non erano né monache, né religiose in senso stretto, né laiche ferventi e ispirate, spesso erano estatiche. Votate interamente a Cristo, mistiche e talvolta eretiche. Erano mulieres religiosae, mulieres pacis, religiosae viventes, pauperes virgines con l’unica fonte di ispirazione per le Scritture. Le beghine non hanno mai chiesto di essere riconosciute come ordine religioso e questo aveva portato a una forte reazione da parte della Chiesa con accuse di eresia e persecuzioni.
"Dicevano di me che fossi come il vino di Siena, molto rosso. Ponetevi in su la mensa della croce ed ine tutti ebri di sangue. Sono stata la ventiquattresima e penultima figlia di Jacopo Benincasa, tintore di pelli, e di mamma Lapa. La mia famiglia era numerosissima e modesta, ma non povera. Nell’anno della mia nascita, nel 1347, ci furono in Europa i primi orrendi segni della peste che farà più di venti milioni di vittime. Anche Siena, la mia città, fu contagiata dai viaggiatori provenienti da Venezia dove attraccavano le navi partite dai porti dell’Asia. Lapa, mia madre, dette alla luce due gemelle, me e Giovanna, ma Giovanna morì quasi subito e io sopravvissi alla morte di mia sorella. Due anni dopo nacque un’altra bambina che chiamarono Giovanna, ma la triste sorte si ripetette così prematuramente anche per lei. Ebbi l’impressione di vivere la vita al posto di qualcun altro e di questo mi rattristai fortemente, accettando così tutte le punizioni, anche fisiche fino ad attribuirmi la responsabilità di ogni pur piccolo errore che trasformai in castigo. A sei anni ebbi la mia prima visione che mi segnò il destino. Accadde mentre stavo percorrendo, in compagnia di mio fratello Stefano, Valle Piatta. Stavamo tornando a casa quando mi apparve Cristo sopra la basilica di San Domenico: era rivestito dei paludamenti pontificali e mi guardava sorridendo dall’interno di una loggia risplendente. Ricordo che era circondato da una folla di personaggi vestiti di bianco. Sono certa di aver riconosciuto S. Paolo, S. Pietro e S. Giovanni. Ero ancora una bambina quando, nelle prediche di fra Tommaso delle Fonti, venni a conoscenza delle austerità degli eremiti e del loro ideale di vita ascetica nel deserto.
 
Intrapresi allora una rigorosa ascesi di stile eremitico. Incominciai a cercare luoghi nascosti, mi disciplinavo con una funicella, pregavo ininterrottamente. Scoprii il valore del silenzio e incominciai a ridurre progressivamente l’alimentazione. Mi flagellavo, dormivo pochissimo, il mio letto era un’asse di legno. Incominciai a mangiare solo pane, acqua e vegetali crudi dall’età di sedici anni. Mia madre ha cercato in tutti i modi di alleviare ogni mio tentativo di autopunizione. Mi impose di dormire con lei in un letto comodo ma io nascosi un pezzo di legno nel letto per potermi pungolare mentre lei dormiva. Ricordo che un giorno, con una provvista di pane, uscii per la porta di Sant’Ansano alla ricerca del deserto. Mi parve di trovarlo in una spelonca, sotto una rupe, poco lontano dalle ultime case di Siena. Mi raccolsi in un’intensa preghiera e capii che il mio deserto fosse la mia casa paterna. Sentii il bisogno di restare sola con Gesù e mi chiusi volontaria¬mente nella mia camera. Ancora una volta i miei familiari non vollero comprendere e mi strapparono dal mio rifugio, obbligandomi alla vita in comune. Mi addossarono i più faticosi e più umili lavori e mi impedirono il raccoglimento, la preghiera e, soprattutto, le penitenze corporali. Decisi di non ribellarmi anzi obbedii docilmente sostituendo alla cella materia¬le una cella spirituale che, con l’aiuto dello Spirito Santo, riuscii a fabbricare nell’intimo della mia mente. Mi costruii una celletta nel cuore, erigendola sulle fondamenta dell’umiltà, con le pareti di speranza, imbiancata di purezza, con lo zoccolo della fede, col soffitto di prudenza, con la finestra dell’obbedienza, la porta della carità, la chiave della povertà, l’ornamento di un crocifisso e come unico mobile un inginocchiatoio. - Fatevi una cella nella mente dalla quale non possiate mai uscire - è quello che consigliai in seguito ai miei discepoli. Mia madre aveva per me progetti terreni. Avrebbe preferito che io mi sposassi e così, dopo tanti diverbi, decisi di tagliarmi i capelli. Quello fu l’atto estremo per dimostrare a tutti la mia irrevocabile scelta. Le persecuzioni familiari cessarono per l’intervento decisivo di mio padre Jacopo, illuminato dall’apparizione di una colomba che si posò sulla mia testa in un momento di preghiera. Desiderai di vestire l’abito di s. Domenico che mi era apparso in una visione. Nel 1363, all’età di quindici anni mi unii al gruppo delle Mantellate, chiamate così per il loro lungo mantello nero che copriva l’abito bianco. Erano donne laiche e benestanti che sotto la guida dei domenicani, pur continuando a vivere in famiglia, praticavano un regime di vita religiosa e povera e prestavano quotidiana assistenza agli indigenti della città. Poco prima di entrare fra le Mantellate, le Domenicane dell’Ordine della Penitenza, fui oggetto di molte insistenze da parte di mia madre Lapa perché voleva che mi decidessi per il matrimonio. Ricordo di aver meditato a lungo su cosa fare. Pensai di imitare Eufrosinala che, fuggendo, si finse maschio e visse murata in un cenobio di religiosi. Pur di entrare nell’ordine dei Predicatori per potermi dedicare alle anime anime morenti, pensai anche di seguire l’esempio di Eufrosinala.

Ero giovanissima e bella e riuscii a vincere le resistenze che l’ordine imponeva per la mia giovane età. La mia dedizione totale alle opere di misericordia destò sospetti e maldicenze fra le mie compagne. Vivevo una duplice vita: nel chiuso delle mura domestiche gioivo delle visioni divine talvolta violente e sempre inebrianti per la presenza vivida del Cristo; fuori, nelle strade della mia città, curavo instancabilmente i derelitti e i malati, con l’amore «uno e medesimo». Non restai chiusa nel chiostro, ma sentii la necessità di muovermi per mostrare la mia abnegazione a Cristo. Le mie giornate erano divise fra la chiesa di san Domenico, la mia casa, l’ospedale della Scala e il lebbrosario di S. Lazzaro, dove mi prodigavo a curare gli infermi anche più ripugnanti. Ricordo che, in quel periodo, all’Ospedale S. Lazzaro non si aveva memoria di un malato più impaziente e ingrato della Tecca. Aveva la lebbra, era intrattabile, smaniosa, per un nulla si adirava con i medici e gli infermieri. Mi raccontarono che vagava nella campagna, suonando un campanello, per annunciare il suo passaggio. Decisi di recarmi a S. Lazzaro, chiedendo di accudirla. Conosco la tua generosità – mi rispose il cappellano dell’ospedale- ma temo che questa volta non ce la farai-
Non mi scoraggiai e andai dalla Tecca. - Buon giorno, Tecca, il Signore ti aiuti! – le dissi. Tecca mi rispose: e a te venga una lebbra peggiore della mia! – mi rispose con rabbia. Poi urlò e mi graffiò a sangue ma io non mi arresi e cominciai ad occuparmi di quella povera lebbrosa, con lo stesso delicato amore con cui Maria unse e profumò i piedi di Gesù. In cambio ricevetti solo sgarbi e male parole. Un giorno arrivai in ospedale in ritardo: avevo le mani fasciate, la lebbra aveva colpito anche me. Quando Tecca mi vide scoppiò in singhiozzi. - Non piangere per me – le dissi- quando il Signore permette che il male ci colpisca, lo fa per prepararci un posto più bello in cielo. Qualche giorno più tardi, dopo essersi riappacificata con Dio e con gli uomini, la povera Tecca, salì in cielo. Le lavai per l’ultima volta le piaghe e l’accompagnai nel suo ultimo viaggio. Al ritorno a casa mi guardai le mani: non avevo un segno, non più un’ulcera. Le mie mani erano miracolosamente guarite. Un giorno, mentre recitavo le mie preghiere, vidi dalla finestrella un mendicante steso all'angolo della via. Faceva molto freddo. Corsi in cucina a prendere del pane. Era molto infreddolito: - Non avresti qualcosa per coprirmi? - mi disse- Mi tolsi il mantello nero della penitenza e glielo diedi.
La notte seguente Gesù mi comparve in visione: Figlia mia, oggi hai coperto la mia nudità: Per questo io, ora, ti rivesto del mantello d'oro della carità. Da allora in poi non soffrii mai più il freddo e anche nel più crudo inverno potevo andare in giro vestita di leggero. Il calore della Grazia mi riparò sempre dal freddo. Ero circondata da uno stuolo di discepoli fedelissimi, godevo di fama di santità presso il popolo, ma avevo anche acerrimi nemici, erano i vecchi compagni di quei peccatori che ero riuscita a recuperare alla Grazia; erano miei nemici anche alcuni religiosi la cui limitatezza non permetteva loro di capirmi. Le voci, i pettegolezzi, le calunnie aumentavano sempre di più col passar del tempo. Un giorno fui cacciata dalla chiesa di S. Domenico. Non mi turbai. Ero così immersa nella preghiera che non mi accorsi che il tempo passava. Non mi accorsi neanche che mi chiamavano, che stessero scuotendomi. I sacrestani dovevano chiudere la chiesa, era buio ormai. Furono con me duri e inflessibili. Decisi di cibarmi soltanto di un po’ d’erba cruda e di acqua di fonte. - Ma come puoi resistere, Caterina?- mi chiedevano- Oh, benissimo, per grazia divina- rispondevo. Da piccola ero golosissima di frutta e, per permettermi di purificarmi da questo difetto, il Signore mi aveva dato il privilegio di sostentarmi di poco. L’ostia consacrata era il nutrimento della mia anima, nessuna anima può vivere senza nutrimento. Non ti sembra un atto di presunzione questo di comunicarti tanto spesso? mi venne apostrofato dal Superiore dei Terziari, durante un interrogatorio. I cristiani primitivi si comunicavano tutti i giorni – risposi con calma assoluta e con sicurezza al lungo interrogatorio. -S. Agostino ha sempre detto “ io non lodo né biasimo chi si comunica tutti i giorni” e se non mi biasima S. Agostino, perché volete biasimarmi voi, padre reverendissimo? Il Superiore dei Terziari, credeva di trovarsi davanti ad un’esaltata, una fanatica, e dovette constatare che io ero umile e rispettosa ma decisa e sicura di me, animata da una fede profondissima e chiara. - Un’ultima cosa, Caterina. Sai cosa dice di te la gente? – mi ripetette- Che tu digiuni in pubblico e ti nutri di nascosto, per alimentare la fama di santità intorno alla tua persona. - C’è una frase del Vangelo, padre reverendissimo – gli risposi- che io ricordo sempre: “non giudicate e non sarete giudicati”. Mi congedò convinto ed edificato. Avevo vinto una dura battaglia.
Ricordo quando andai a far visita a Niccolò Toldo, il giovane condannato a morte. La mia visita lo confortò a tal punto che dalla disperazione passò alla Confessione e si dispose molto bene alla morte. Mi fece promettere che sarei salita con lui sul patibolo. Così feci. La mattina, innanzi alla campana, andai da lui. Ne fu tanto contento. Lo accompagnai a Messa e ricevette la S. Comunione, che non aveva più ricevuta da quando era in carcere. Era sereno; solo gli era rimasto il timore di non essere forte durante l’esecuzione. Andava dicendomi: Stammi vicina; non abbandonarmi. Solo con te morirò contento. Così dicendo, appoggiò il suo capo sulle mie spalle. Io lo consolavo: Coraggio, mio dolce fratello: ben presto giungeremo alle nozze. Tu v’andrai purificato dal sangue dolce di Gesù: il cui nome non deve uscirti dalla memoria. Coraggio! T’aspetto la! Queste parole lo fecero oltremodo contento. Giunse sul patibolo, come un agnello mansueto. Quando mi vide, sorrise e volle che gli facessi il segno della Croce. Ricevuta la benedizione, gli dissi: Giù la testa! Alle nozze, fratello mio dolce! Tra poco avrai la vita eterna! Lui si pose giù con grande mansuetudine. Io gli distesi il collo, mi chinai su di lui e gli ricordai il sangue del¬l’Agnello. La sua bocca non chiamava che Gesù e Caterina. Mi trovai la sua testa, troncata, tra le mani e il mio vestito rosso e profumato dal suo sangue. Ohimé, misera! Rimasi sulla terra, invidiando grande¬ mente la sua sorte! (Lettera 273)
Ho subito spesso le tentazioni della carne. Quando accadeva gridavo: Signore mio dove eri quando il mio cuore era tribolato da tante tentazioni? –
-Stavo nel tuo cuore – mi rispondeva
-Sia salva sempre la tua verità, o Signore, e ogni riverenza verso la tua Maestà; ma come posso credere che tu abitavi nel mio cuore, mentre era ripieno di immondi e brutti pensieri?
-Quei pensieri e quelle tentazioni causavano al tuo cuore gioia o dolore? Piacere o dispiacere?
-Dolore grande e grande dispiacere!
-Chi era che ti faceva provare dispiace¬re se non io, che stavo nascosto nel centro del tuo cuore?
Nella costante contemplazione di Gesù, riuscii con una volontà ferrea a domare il mio corpo al quale concedevo poco sonno e poco cibo e mi punivo con flagellazioni cruente, ripetute tre volte al giorno. Il sollievo arrivava dai favori celesti che mi premiavano e mi confortavano. Molto presto le mie visioni, le mie estasi, la mia vita di penitenza e la carità verso i poveri, gli infermi e i condannati, suscitarono una grande popolarità intorno a me, ma, come era inevitabile, alimentarono anche invidie e contrasti negli ambienti religiosi. Motivo per cui i frati predicatori mi trascinarono più volte, durante le mie estasi fuori della chiesa, lasciandomi inanimata sul sagrato. Altre volte le consorelle, esacerbate dalla mia santità, mi colpirono con calunnie atroci, persino i malati che curavo mi accusarono ingenerosamente. Correva l’anno 1374 quando la peste infuriò anche in Siena. Al mio ritorno da Firenze, mi dedicai completamente alla cura di coloro che erano stati colpiti dalla peste. Gregorio XI era intento a promuovere la crociata verso i Turchi alleatisi coi Tartari. In obbedienza al pontefice e ai suoi superiori, cercai di esercitare la mia influenza per spingere i cristiani al santo passaggio. Firenze intanto si era messa a capo di tutti i nemici della Santa Sede, aveva formato una lega alla quale aveva aderito un numero sempre maggiore di città. Gregorio XI decise quindi di lanciare contro la città e i suoi alleati la scomunica e l’interdetto. Firenze, allarmata per le conseguenze, fece ricorso a me, sapendo quanto io fossi gradita al pontefice e mi mandò da lui, ad Avignone, come ambasciatrice per trattare la pace. Vi giunsi con un gruppo di miei discepoli. Il papa mi ricevette benignamente e accolse le mie richieste. Il mutato governo fiorentino ben presto disconobbe la mia opera mediatrice e riprese le ostilità contro la curia di Avignone. La missione che più mi stava a cuore era riportare il vicario di Cristo alla sua sede naturale, a Roma. Gregorio Xl superò le opposizioni della curia e della sua stessa famiglia, e riconobbe nelle mie parole la manifestazione della divina volontà. Il 16 settembre 1376 il pontefice partì con la sua corte alla volta dell’Italia. Il giorno dopo, anche io, con i miei discepoli lasciai Avignone per Genova. Arrivammo a Varazze e liberai la città dalla peste. Una volta arrivata a Genova, fui ospite di Orietta Scotti dove incontrai il pontefice che, pressato dai suoi, stava per ritornare sulle sue decisioni e lo esortai a proseguire per Roma. Il mio viaggio proseguì verso Siena Ritornai, poi, a Firenze per incarico del papa che desiderava la pace con quella città e rischiai di essere uccisa da alcuni facinorosi durante il tumulto degli ammoniti.
Nel marzo 1378 Gregorio XI morì. Gli succedette Bartolomeo del Prignano, arcivescovo di Bari, primo papa italiano dopo sette francesi. Urbano VI continuò la politica di Gregorio XI, riprendendo le trattative con Firenze. Il 18 luglio finalmente nella città del Fiore, ritornò la pace per la quale avevo tanto lavorato. Tornai nella mia Siena e mi dedicai completamente ai colloqui con Dio. Ai miei segretari dettai il Dialogo della Divina Provvidenza, che mi fu rivelato durante le mie estasi e al quale affidai il mio messaggio di amore per le creature. Sono sempre stata convinta che l’uomo di governo dev’essere umile, una virtù che gli permette, di essere libero e di darsi interamente con grande sollecitudine e con affettuoso amore, al servizio dei sudditi e della patria. Egli deve acquisire la virtù della santa pazienza, quell’atteggiamento interiore dello spirito che dà la capacità di sostenere con dolce fortezza ogni pena, tormento e tribolazione. L’uomo che sale al potere non deve pensare di trovare diletto e riposo, ma deve sapere che troverà dolore, avidità, gelosie, egoismi, intrighi, slealtà, violenze. Il principe e signore si deve vestire della pazienza di Cristo crocifisso, una virtù che vince sempre.
Non ci potrà mai essere un grande e vero capo di governo senza la lotta dolorosa interiore ed esteriore, senza sofferenza, senza sforzo, senza l’abbraccio con la santissima croce, dove ognuno trova l’amore ineffabile, gustando il sangue di Cristo. La grandezza di un principe si deve basare sempre sull’umiltà, solo così si possono fare grandi opere. Una volta che l’uomo é formato al bene e alla giustizia non potrà che compiere azioni giuste e virtuose e questo vale anche per il governante. Ogni problema sociale e politico è un problema morale. Ho dedicato tutta la mia vita all’amore per Cristo, ho cercato di diffondere la sua parola, fino alla mia morte che arriva all’età di trentatré anni, la domenica del 29 aprile del 1380, circondata dall’amore e dalla dedizione dei miei tanti discepoli. Ero in preda a sofferenze indicibili, che sopportavo con eroica pazienza: Figlioli carissimi, non dovete rattristarvi se io muoio, ma piuttosto dovete gioire con me e con me rallegrarvi, perché lascio un luogo di pene per andare a riposarmi in un oceano di pace, in Dio eterno. Vi do la mia parola: dopo la mia morte, vi sarò più utile... dissi loro - Tenete per fermo, o dolcissimi figlioli, che partendomi dal corpo io in verità ho consumata e data la vita nella Chiesa e per la Chiesa santa, la qual cosa mi è singolarissima grazia…la vera gloria è la lode di Dio. Dopo aver ottenuto l’assoluzione generale, e vedendomi ormai prossima alla morte, mi rivolsi al cielo e dissi con un filo di voce: - Signore, raccomando nelle tue mani lo spirito mio! Dolce Gesù. Mi spensi nella mia casetta di via del Papa, oggi Via S. Chiara, a Siena. Finalmente sciolta e libera, la mia anima si congiunse indivisibilmente con il mio sposo che avevo amato per tutta la vita."
Antonetta Carrabs.