mercoledì 28 febbraio 2018

L'incanto del Parco di Monza e della Villa Mirabello nelle parole del poeta Domenico Balestrieri ( 1714/1780)

Domenico Balestrieri compose per il cardinale Angelo Maria Durini, nella sua sontuosa Villa di Delizia del Mirabello del Parco di Monza, Ottave di grande fascino che descrivevano il luogo. Leggerle, oggi, a distanza di così tanti anni, ci riportano indietro nel tempo e ci restituiscono la bellezza che il Parco di Monza sa ancora custodire oltre il tempo.

“Andando a Casate Vecchio, nel passare di qui la prima volta, ho visto questo bell’ingresso e questa bella e grande casa, Eminenza, e ho presente che mi è piaciuta. L’ho rivista di nuovo cinque anni fa con maggiore agio, quando ci sono venuto a trovare Lei, che aveva ancora l’abito viola da vescovo, e a godere i suoi favori coi migliori vantaggi. “Che luogo è?” ho chiesto fin dal primo momento, e ho sentito che si chiamava Mirabello; nome che comporta un grande credito e, tutto sommato, non mancava ad esso un giusto motivo di goderne. Ma questo luogo è tanto migliorato, che ora con i nuovi abbellimenti non sembra più quello. Se fin da prima aveva lo stesso nome, adesso come dovrebbero chiamarlo? Pressappoco mezzo miglio sopra Monza, per tante piante che hanno abbattuto e per l’apertura di un grande piazzale, vediamo adesso delle cose che non si vedevano proprio. Tra i palazzi, che restavano nascosti, il primo a fare la comparsa, a fare allegria, è il suo, poi il Gernetto là di fronte, e poi in effetti i caseggiati di tutta la Brianza. Adesso è un mondo nuovo e i primi che hanno visto questo cambiamento di scena, appena arrivati dove c’è un’apertura così ampia, erano in dubbio di sbagliare strada, e dando liberamente un’occhiata intorno, si sentivano crescere la lena; infatti un bel panorama, allegro, e teatrale, è come una bevanda corroborante, soprattutto per chi va a piedi. Questo tonico lo sperimento anch’io, ed è sicuro che in quest’aria buona lo sperimento in modo tale che non mi ricordo neanche dei miei acciacchi e la mia età fa fatica a sembrarmi vera. Qui mi sembra di avere dieci anni di meno, sto meglio come agilità e meglio come aspetto. Qui l’occhio trionfa ed è tutto consolato, e il cuore, poi, oh il cuore me lo sento proprio allargato! …” ( segue..)
Domenico Balestrieri nacque e morì a Milano (1714\1780). Amico di Parini, fu tra i restauratori dell'Accademia dei Trasformati. Satireggiò le forme arcadiche, pubblicando tra l'altro, in collaborazione con vari letterati (Baretti, i fratelli Gozzi ecc.) una celebre parodia delle raccolte poetiche arcadiche: Lacrime in morte di un gatto (Lagrime in morte di un gatto, 1741) in italiano. Come poeta dialettale fu tra i più originali della generazione succeduta a Maggi e precedente Porta. Nelle sue Rime milanesi (Rimm milanes, 1744) ricche di arguzia e naturalezza, affinò lo strumento linguistico dialettale, precisando anche le forme ortografiche. Tentò anche una laboriosa traduzione "in lingua milanese" della "Gerusalemme liberata" di Tasso (1772).  
In morte di Domenico Balestrieri
Sta flutta milanesa on gran pezz fa
L’era del Magg; e pœù la capitè
A duu o trii d’olter, ma de quij che sa
4Sonà una flutta cont el sò perchè.

Lor pœù morinn, e questa la restè
A Meneghin ch’el l’ha savuda fà
Rid e fà piang con tanta grazia chè
8L’è ben difficil de podell rivà.

Anca lu pien de meret e de lod
Adess l’è mort; e quell bravo istrument
11L’è restaa là in cà soa taccaa su a on ciod.

Ragazz del temp d’adess tropp insolent,
Lassell stà in dove l’è; no ve fee god,
14Chè per sonall no basta a boffagh dent!
                                         Giuseppe Parini, 1780
 

mercoledì 21 febbraio 2018

La fiera di Lavigna - da Bombaloo

Ho scritto un libro per bambini che si intitola BOMBALOO. Quando da piccoli ci si lasciava dondolare sull'altalena, ad ogni piccola spinta, esclamavamo in coro: bombaloo, bombaloo. E' una parola piena, circolare, densa e musicale. E' una parola felice, che sa di stupore e di vita di paese, di campagna e di bambini. Il libro è inedito, prima o poi mi deciderò a pubblicarlo.
 
La fiera di Lavigna

La strada che conduceva alla casa del nonno Parmenide passava in mezzo ai boschi, vicino ai campi arati. Il mare era molto lontano e il mondo era fatto tutto di colline, di valli, di montagne, di pascolo e di cielo.
 Tanto cielo azzurro che, in certi giorni di luglio, sembrava un grande mare spiumato. Al mattino presto ci svegliava il canto del gallo, ma quando era il tempo della fiera, era il rumore dei carri pieni di animali dondolanti, di verdura fresca appena raccolta che ancora gocciolava di rugiada. La fiera ricorreva sempre d’estate quando il sole, fin dalle prime ore del mattino, riscaldava le foglie degli alberi infreddolite dalla frescura della notte. Le contadine, con  grandi cesti in testa, lasciavano dietro di loro un buon odore di frittata, di pane fresco, di formaggio di mucca ancora caldo di scrematura. La fiera era un momento conviviale, si mangiava tutti insieme all’aperto sotto un sole cocente. Le donne tiravano fuori dai cesti delle grandi pagnotte di pane bianco. Io l’ho sempre chiamato pane da petto perché, per affettarlo, bisognava abbracciarlo. Con una mano lo si teneva stretto e con l’altra si impugnava un grosso coltello. E zacchete ...!! A una, a una le fette di pane, grandi come le orecchie di un elefante, venivano posate sulla tovaglia a quadrotti rossi e bianchi stesa sul prato. Le contadine avevano imbandito di tutto: c’erano salsicce, peperoni, patate lesse prezzemolate, pasta al forno che filava di mozzarella. E tanta, ma davvero tanta allegria! Seduti sul prato con le gambe incrociate, gli uomini parlavano a voce alta e mangiavano di gusto, mentre le donne non finivano mai di riempire i piatti che straripavano di cibo. C’era un chiacchiericcio nell’aria che si mescolava al muggire delle mucche legate ai tronchi degli alberi con delle grosse corde. Tutt’intorno un odore di stalla e di fieno maturo. Le gabbie dei conigli erano all’ombra, sotto un cespo di biancospino che non aveva smesso di sbriciolare i suoi petali bianchi, leggeri come ali di farfalle.
 
La fiera era una grande festa fatta di sole. Un sole cocente, di quelli che ti fanno sudare il naso con tante goccioline salate. Ho sempre pensato che per gli animali la fiera d’estate non era divertente. Lo capivo dal modo in cui si muovevano. Tiravano la corda che li teneva legati e la mordicchiavano, insaponandola con la saliva fino a sfilacciarla. Di certo non avrebbero potuto immaginare quale sorte li attendeva di lì a poco. Qualcuno sarebbe finito di sicuro arrosto su qualche bel piatto di portata, qualcun altro invece sarebbe stato venduto e portato chissà in quale luogo, forse in un’altra stalla. La fiera, mi diceva il nonno Parmenide, era l’occasione per concludere affari. Ma cos’erano gli affari?

 - Oggi ho fatto un affare, Attilio! Ho comprato quel bel paio di scarpe comode. Ricordi? Quelle che abbiamo visto in vetrina all’angolo della chiesa. Le ho comprate in saldo. Un vero affare!  Avevo capito che anche in fiera si potevano fare gli affari. Il nonno mi ripeteva sempre che, se erano andati bene, le donne facevano ritorno a casa canticchiando, mentre gli uomini, con il cappello ben calato sulla testa e lo stuzzicadenti in bocca, rallentavano nei passi e  fumavano di gusto. Da quei passi sicuri e fieri si capiva se erano riusciti a vendere una mucca, o un paio di pecore, o qualche dozzina di galline, di quelle che non covavano più le uova.

-Nonno, perché il signor Pierotto ha sempre le guance rosse?

- Figliolo, sarà per l’aria buona della campagna e anche per qualche buon bicchiere di vino rosso. Eh, eh,eh…di buon vino aglianico. Aglianico rosso delle cantine di Mastroberardino.

- Che ridere, nonno! Il signor Pierotto mi fa tanto ridere con quel naso a peperoncino.

Il nonno rideva di gusto e intanto mi accarezzava i capelli. Come gli brillavano gli occhi! Avevano una luce così forte come se quella del sole si fosse concentrata tutta lì.

domenica 18 febbraio 2018

Il bosco del nonno Parmenide di Antonetta Carrabs

Scrivo per il teatro, ma amo scrivere per i bambini, forse è il modo più naturale che ho per cercare di raccontare quel loro incantamento, quella meraviglia, quello stupore che custodiscono davanti alle cose più semplici di natura. Il testo è inedito.


Il profumo delle montagne formicolava di verde muschio e da tutte le parti l’orizzonte era sereno. Il vento del mattino aveva già spinto via le nubi fino all’imbocco della valle e già cominciava il tramonto nell’aria imbrunita. Non rimaneva più che una nuvoletta che, guardata dal basso, non era più grande di una scodella. Di qua cominciava il bosco dove le gazze si staccano dai rami dei grandi castagni con i loro giri a lenti colpi d’ala e si allontanano. Ogni volta che ritornavo in quel luogo, il bosco mi ridestava una quantità di sentimenti fortissimi. Guardavo quell’immensa distesa di alberi abbandonati che si perdeva verso chissà quali segreti! Le loro radici affondavano nell’infinito. Niente è più sacro di un albero bello e forte che tiene stretto le sue foglie; chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, ne conosce la loro storia. Ognuno di loro nasce da un seme, da una scintilla di vita. Quando siamo tristi un albero ci può parlare del segreto del suo seme, degli uccelli che disegnano nell’aria ghirlande di gioia. Le loro voci risuonano calde e profonde attraverso tutto il bosco, nel verde più verde che d’autunno trascolora di rossastro, su per il cielo, le stelle e le montagne lontane.
 
All’immagine di quei luoghi appartengono le rocce, il fiume, la siepe di biancospino, le lunghe distese d’erba, la vecchia casa del nonno, gli animali, ma soprattutto gli alberi. Gli alberi nella loro fioritura, illuminati dal sole o dal chiarore della luna. Quel verde gioco di luci nella quiete, il profumo del fogliame e il volo di farfalle, la giovinezza dei germogli e le azzurre lontananze. Nelle giornate fresche bastava un respiro di vento leggero per soffiare via centinaia di foglie che per lunghi mesi erano rimaste ben salde sui rami. Docili e senza opporre resistenza, quando il sole sembrava aver perso i suoi raggi caldi e cocenti dell’estate, si lasciavano scivolare nell’aria frizzantina del mattino, come una pioggerella fine. Quel tappeto di foglie stropicciava di suoni sotto i miei passi. Il vento troppo debole per portarle via, lontano, le aveva adagiate leggere e sottili sul sentiero e l’erba ai piedi degli alberi. Quegli alberi dai rami nodosi, spogliati, ma con i verdi germogli già pronti perchè tutto, per magia, sarebbe ricominciato. Era il gioco della vita. Ogni orto, ogni collina, prima ricoperta di neve e pioggia, poi trascolorata e scapigliata dal vento dell’inverno sarebbe rifiorita, sbocciata nel miracolo di una rinascita. È la vita che spunta sorridendo dalla terra e diffonde le sue note e i suoi profumi.I fiori dai boccioli pallidi, sfumati di verdognolo sarebbero spuntati improvvisamente ovunque e gli uccelli si sarebbero lanciati in volo descrivendo archi colmi d’azzurro.

Oh, si, ci sono i colori:
blu, giallo, bianco, rosso e verde!
Oh, si, ci sono i toni: soprano e basso, corno e oboe!
Oh, si, che c’è la lingua:
parole, versi e rime, tenerezze dell’accordo,
marcia e danze della sintassi!
Chi giocò ai loro giochi
chi assaporò i loro incanti
a lui fiorisce il mondo,
a lui ride e gli mostra
il suo cuore, il suo senso.
Quel che amavi e desideravi,
quel che sognavi e vivevi
ma sei proprio sicuro
fosse il piacere o il dolore?
Sol-diesis e la-bemolle,
mi-bemolle o re-diesis
l’orecchio può distinguerli?
Hermann Hesse,
Acquarelli, dalla magia dei colori alla magia della vita
Stampa alternativa, Roma 1997 p. 62


Ah, se solo si potesse conservare un sacchetto di tutto ciò che è bello, della pienezza del mondo, del profumo dei fiori di tiglio portato dal vento, dei suoni del bosco con il verde delle foglie novelle e il bianco e violetto delle nubi maggioline di passaggio! Questa natura grande che si svela, eternamente muta e si trasforma! Che ore stupende erano state quelle trascorse col mio amico Filippo e il suo fucile a molla, di quelli che lanciano il bastoncino. Lo chiamavamo tutti carota perché aveva i capelli rosso-carota e le lentiggini su tutto il corpo. Col sole poi diventava una vampata di colori fino quasi ad incendiarsi come un fiammifero. Giocavamo alla guerra affondando i piedi nella ghiaia, lungo il valloncello, fin dove svoltava, fino a risalire il canalone lungo il muricciolo di sassi che anticipava un’immensa rupe sospesa. Il fortino era sito più sotto, in mezzo ai cespugli e ai rovi. Di quel tempo ho il ricordo di giorni leggeri, trascorsi in fretta, di quando prima di addormentarmi, guardavo le montagne e i loro profili regolari sospesi nell’azzurro. Di quando con il nonno andavo dai Gambona a prendere il latte fresco appena munto, dei conigli bianchi con gli occhi cerchiati di rosso. Quanti pascoli, pendii, felci e muschi, quanto verde, verde, verde. La casa del nonno Parmenide con le pareti tutte di pietra e le finestre lucenti, il suo tranquillo giardino con le camelie rigogliose, i rododendri e le magnolie. Dalla mia camera sentivo le acque del fiume, giù a valle, digrignare i denti nel lasciarsi imbrigliare dalle pale del vecchio mulino mentreio me ne stavo per ore con le braccia intrecciate, ad osservare la corrente che si percuoteva giù a valle. Alle mie spalle, sulla protuberanza della collina, le luci del paese vicino si accendevano come tanti lumicini al calar del sole. Ogni volta che lasciavo la città avvertivo il silenzio dei primi giorni troppo rumoroso, soprattutto quando diventava buio e i suoni della campagna si spegnevano lentamente come candele lasciate accese. Se era una serata fortunata, andavo in cantina a prendere qualche pezzo di legna per accendere il camino intanto che il nonno masticava con buona lena. Seduto nella penombra della stanza, fissavo la fiammella che si inerpicava danzando fino a quando le scintille si facevano più rade. Il nonno mi teneva sveglia raccontandomi incredibili storie di maghi, battaglie, fate e cavalieri fino a quando ciondolavo dal sonno. Lo guardavo mentre saliva le scale e provavo la sensazione che, in un istante, fosse invecchiato di anni: aveva i capelli più grigi del solito, il volto coperto da una barba cespugliosa, gli occhi deboli, sotto le palpebre rosse, ancora sorridenti. La domenica, come tutte le domeniche, ci aspettava un breve tratto di strada per raggiungere il piccolo borgo di Lavigna. Si andava in paese per la messa della domenica e per incontrare qualche amico del nonno davanti all’osteria di Carlino. Ci incamminavamo di buon’ora lungo la strada che costeggiava il bosco: tutt’intorno il profumo dell’aria fresca del primo mattino, dei pini che s’innalzavano come grattacieli, del grano maturo. Era un camminare piacevole, facile, sul terreno soffice dei prati e della terra battuta. Come erano brillanti i colori! Erano i soliti colori dei fiori, degli alberi, del grano pronto per la mietitura, ma il sole li ravvivava di una luce più nuova, mentre in lontananza si udiva il suono cantilenante dei campanacci che pendevano al collo delle mucche al pascolo.
 
Sono cresciuta e queste immagini fanno ancora parte di me e della mia vita. Riconosco ancora il fogliame di ogni albero della casa del nonno, sono ancora capace di ascoltare i segreti di ciascuno di loro. Fra qualche giorno ritornerà la primavera e le camelie fioriranno di quel colore rosso acceso. La magnolia sarà diventata un gigante con le sue foglie rigide, lucenti, come laccate.

 

L'ora del vento

Il primo verde dell'erba
è per la rondine acerba e il suo antico scalmo
nell'ora del vento
quando l'azzurro vibra intimamente fra terra e acqua
e risale lungo il ramo 
alla luce dell'aurora che si offre
all'impercettibile scrittura del mondo.
( inedito. A. Carrabs 2018)