martedì 25 luglio 2017

E di notte lucean a me le stelle


 

Oh meraviglia in terra

 il mio disir dipinto e le sue stelle!





Diego Ortiz (Toledo, 1510 – Napoli, 1570) è stato un compositore, musicologo e gambista spagnolo del XVI secolo. Si conosce molto poco della sua vita e si ignorano le data ed il luogo preciso della suamorte. Sappiamo comunque che nacque a Toledo intorno al 1510 e probabilmente morì a Napoli circa nel 1570. Nel 1553 visse nel Viceregno di Napoli e cinque anni più tardi, nel 1558, assume le funzioni di maestro di cappella nella cappella napoletana del Viceré. Il 10 dicembre 1553 pubblicò a Roma il Tractado de Glosas che contiene vari brani per viola da gamba con accompagnamento di clavicembalo; si tratta di elaborazioni su alcune melodie e composizioni note all’epoca; questa opera ha grande importanza per lo sviluppo della musica strumentale. Pubblicò successivamente, sempre in Italia, questa volta a Venezia, una raccolta di brani polifonici sacri. Il mio incontro con questo compositore spagnolo è avvenuto qualche tempo fa, dopo aver letto una storia bellissima scritta dal maestro Marco Mencoboni, mio amico. Clavicembalista, organista e direttore d’orchestra, Marco Mencoboni nasce nel 1961 a Macerata. E’ una delle personalità musicali di spicco per l’interpretazione della musica rinascimentale e barocca. Ha studiato con Umberto Pineschi, Ton Koopman, Jesper Christensen e Gustav Leonhardt. Ha dedicato anni alla definizione del repertorio musicale antico delle Marche e grazie al suo lavoro è affiorato un mondo musicale di grande valore fino a pochi anni fa completamente sconosciuto. È presente come solista e come direttore del suo complesso nei più importanti festival internazionali. Ha vinto numerosi premi e riconoscimenti e il Metropolitan Museum di New York  gli ha commissionato un importante progetto di restituzione musicale. È direttore artistico del Festival Cantar Lontano che si tiene ogni anno ad Ancona, nelle Marche.

 Al suo incessante lavoro dobbiamo la riscoperta e rivalutazione del cantar lontano, una incredibile antica prassi vocale che si realizzava disponendo i cantori nello spazio, non veduti, all’imitazione di tanti cori. Richiesto come direttore nei festival internazionali del settore, unisce alle doti di musicista quelle di narratore scrivendo storie di fantasia per la rivista Franco Maria Ricci. Ha collaborato con Jordi Saval, Max van Egmond, Gabriel Garrigo, Toni Servillo, Olivia Williams, Luis Miguel Cintra. Nel 2007 ha realizzato il suo primo cortometraggio dal titolo Looking for Vicky. La storia che Marco Mencoboni scrive,  viene letta magistralmente da Toni Servillo. 


















E ogni notte lucean a me le stelle sulla conca del mar
in quell’acque chete ov’io sentìa passar l’anima mia che più gradìa
nel mentre movea l’ali nell’universo con infinito eccesso
e a rimembrar sì bella image, il cor ancor mi si smarrìa.

In sì miracol loco m’allumai
e al dolce suon de la viola d’arco sì subito fui tratto.
Così manifesta mi fu cotal’ondeggiar d’armonia che spazia
che il pensier ancor mi triema e nesun cibo sazia.

Oh meraviglia in terra, il mio disir dipinto e le sue stelle!
E il sangue mio si fece cielo al suono de le sfere ch’e venìa
sì che de li miei occhi ancor’io il traggi quell’eterno spiro
che di foco vivo s’accendea più in viso.


Maraviglia! D’ogni parte uscian faville vive come schiera d’ape
e risalìan per l’alto co’ le penne sparte di mille angeli festanti
dritti nel lume de la Madonna volta ver’me sì lieta come bella
ne l’etterna luce che infiorava al trasvolar di tutti li altri santi.

Quand’ecco che una sera all’ombra di Castel dell’Ovo che parea più vaga
vegg’io dal punto certo ch’avea scoverto disteso un tale
che da sì subita distanza trascolorava all’incendio de le stelle
e ardea d’un riso d’amor che più assai sonò ne le sue guance .


Sùbito sì com’io m’accorsi la spada gli mostrai
sì che costui all’atto mio distinto fu subito sbandito
mi si dirizzò diparte senza alcuna giunta
e trasmutò sembiante pria che la milizia mi s’appunta.

La vittima si scosse sì tanto che il cor l’addiventò vivo topazio
e pria ch’io parlassi, si fece in vista senza indugio
mi parlò di lei che ‘nfiora il ciel di stelle col suo canto
e di ogni cor che germoglia pieno d’amor di quella gloria santa.

<<De l’essenza di cotal bellezza da lei l’occhio non parte
chè ogni cosa ella raggia e più ‘nsapora.>> il sognator dicea.
Il suo nome è Camilla Esposito......


( tratto da L'incendio dell'amore di Antonetta Carrabs La vita Felice ediz 2017)

 



lunedì 24 luglio 2017

L'incendio dell'amore di Antonetta Carrabs

A settembre uscirà L'incendio dell'amore, ( La Vita Felice ediz.) il mio ultimo libro di poesie che nasce con lo scopo di portare alla luce antiche storie e contribuire così, alla celebrazione sublime dell’amore. Questo sentimento caldo, se pur terreno, è senza dubbio, un canto nobile, sensuale, ardente, che custodisce, nel suo intimo, il più profondo mistero della creazione.


Toccheremo le più alte vette della mistica
pur restando sul letto lussureggiante
dove si consuma il più intenso degli abbracci.
Tutto avverrà con delicatezza,
lasciando intatta la carne, profumati i corpi.
Si attraverserà il mare della sensualità
conservando candida la veste.
Ma per questo bisogna avere i sensi lavati e
limpida la mente. È allora che potrai entrare in questo santuario nel vero “Santo dei santi” del mondo.
                              da Il Cantico dei Cantici


La poesia narra antiche storie in una costante tensione verso l’unità e il suo completamento, in una continua mia personale ricerca di avvicinamento al centro, a quella pienezza sublimale dove la melodia canta il suo principio. La meta del viaggio mi spinge verso il raggiungimento della fonte, verso quell’armonia dove il desiderio di completamento diventa il dono inatteso, dove la ricerca appassionata, fremente e intensa, volge all’ebbrezza dei corpi e delle anime, dove la tenerezza accoglie il tripudio dei baci e della passione. Mi sento inclusa in questa mia necessità di elegia e di indecifrabile e cerco compimento attingendo al principio del verbo. Mi ritrovo, così, nella ricerca della nominazione, nell’ansia della mia riconciliazione. Ed è soprattutto l’amore, quella impotentia amandi che ancora mi sospinge oltre la mia inadeguatezza. Coltivo il desiderio di una nuova scaturigine che diventa recherce in un periodico colloquio con il mondo attraverso i limiti della vita che mi appartengono. È il mio canto di insufficienza rispetto alla verità dell’universo. Sono immersa in questa corrente, nel grande fiume che rompe di continuo la sua cristallizzazione e non riesco a uccidere i significati in questo mio tormentato procedere nel mondo. E come ogni Ulisse, mi perdo e riaffermo il mio mondo e me stessa nei miei affetti e nei miei valori, cercando di riportare a casa l’universo intero della mia vita.



I versi si caricano di attesa sempre inappagata, di aspirazione all’assoluto inattingibile, a quel desiderio che si tormenta e forse si compiace della sua stessa inquietudine. Penso a tutte le cose troppo grandi per la nostra comprensione, a qualunque cosa abbia anche solo l’ombra e l’apparenza dell’infinito. E siedo spesso alla fonte di questa grande scrittura cifrata di cui possediamo la chiave «... nell’estremo punto.../ dove l’aria s’incendia di quel baluginio/ di aromi di tiglio e gelsomino.../ e il verso si sbocciola di antica melagrana/ nel tripudio della sua unicità». La realtà che incontro è sempre segno che rimanda ad altro, a un punto di fuga verso l’insopprimibile esigenza di qualcos’altro: «che vuol dir questa/ solitudine immensa? Ed io che sono?» (G. Leopardi).


Qui anche la mia gratitudine al M. Roberto Porroni per aver tradotto in musica il mio sentire, lieta di una condivisione artistica nella quale credo, in quanto sublime unione di emozioni.
A.C.



















Inno a Venere

Così ti ripresenti tra sogno e insonnia
come una forza millenaria o altro strano incanto
il cuore resta colmo nel tempo del risveglio
prolifera ad ogni briciola avara e prodiga.

Sei un turbine di sovrumana quiete
sulle mie vigne, nelle voragini dell’anima
sul fiume che s’infrasca
nelle frollature di carni fedeli alla vita.

Ferrigno, denso di ardore vibratile
danzi nell’antica lacuna, nella tua ripetizione
nel rilucere dell’erba, nell’allucciolio del mare
in questa nuova mattutinità di luce d’aria.

Sei in transito nella beatitudine del vento.


Non dicibile, un sentore mi scoppia dentro come caligine
nel suo infero d’aria e d’erba
cavato dalle ere della mia mente diurna
ma persiste il cuore
poi la forza per un nuovo tempo