domenica 27 novembre 2016

AMELIA



E' violenza contro le donne ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. Così recita l'art 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne.

Questa è la storia di Amelia, la storia vera. 


Sono vittima di violenza domestica da alcuni anni. Il mio ex compagno, dopo un periodo di cassaintegrazione, ha perso il lavoro. L’azienda ha chiuso per aprire in Romania e la situazione in casa non è stata più la stessa. Dietro un paio di lenti scure, la mia verità. Ho ancora davanti l’immagine dei miei occhi gonfi e del suo pugno ancora incastrato sugli occhi. Poi cammini leggera cercando di nascondere al mondo il tuo dramma, ma il sangue pulsa sempre più forte dentro le tue arterie. Gli altri non vedono. Gli altri non devono vedere. Devi sopravvivere. Sono arrivata a pesare quasi 40 kg, signor giudice, per colpa delle continue violenze che ero costretta a subire. Aveva incominciato a bere e io sono di colpo precipitata in un girone infernale. La mia vita prima era normale, una vita qualunque come tante altre. Una famiglia modesta, un marito, due splendidi bambini, una casa decorosa, un lavoro da commessa in un supermercato. Poi un giorno tutto precipita. La mia spina dorsale disegna ancora grani di rosario sotto la pelle. Questo corpo così sottile mi ha impedito per lunghi mesi di ribellarmi a questa persona che oggi è qui in aula, seduta alle mie spalle. Questa persona un tempo era il mio compagno di vita, la persona che avevo deciso di amare. Dai demoni si fugge. Ho sempre nascosto le botte. Le scuse erano tante, la più banale funzionava sempre: sono caduta dalle scale, ho sbattuto contro l’antina dell’armadietto. Nessuno si è accorto di me, o forse hanno preferito non vedere, non chiedermi nulla. Tante sono state le volte in cui ho dovuto nascondere il mio dolore e la mia rabbia sotto un paio di occhiali scuri perché gli schiaffi, se sono forti, lasciano lividi violacei sulle guance. Se sono qui oggi è perché guardando i miei bambini mi sono resa conto che non c’era più nessun motivo per avere paura di lui. Incassare colpi in faccia col tempo ti indebolisce. Tutte le volte che mollava la presa dai mei capelli cadevo con la schiena contro il muro. Indurivo lo stomaco per paura di ricevere qualche altro pugno in pancia. 


Negli ultimi due anni aveva perso il lavoro e questo l’aveva reso ancora più nervoso e in preda a frequenti attacchi di ira. Trascorreva al bar molte sere e per me era rincominciato l'incubo. Sapevo che avrebbe bevuto, che sarebbe rientrato ubriaco. Sapevo che ogni piccola insignificante scusa era buona per attaccare lite. E così, ogni qualvolta sentivo la chiave fare l’ultimo giro nella toppa, trattenevo il respiro nella speranza di vederlo rientrare sobrio. Una speranza vana. L’alito puzza di vino, o di birra o di alcol, poco importa di cosa. Ha le pupille dilatate, barcolla nei movimenti. E allora pensi: meno male che i bambini sono già a letto e non possono sentire. Così non urlo per non farli svegliare. Quante volte ho trattenuto la rabbia serrando così forte le labbra fino a farle sanguinare!  Ricordo che un giorno, per un futile motivo, si è arrabbiato tanto. Mi ha sferrato un pugno così violento tanto da rompermi una costola. Mi sono imbottita di antidolorifici e sono andata a lavorare lo stesso. Non riuscivo a stare in piedi, non riuscivo a respirare bene. Ricordo di essere rientrata a casa prima, quella sera. E ancora una volta le solite scuse,  le tante promesse. Ma tanto sapevo che, poi, sarebbe stato tutto inutile, non sarebbe cambiato nulla. Quella sera, però,  aveva bevuto più del solito. Il bambino più piccolo non riusciva ad addormentarsi e piangeva. Non riuscivo a farlo smettere. Ha incominciato ad arrabbiarsi, mi ha urlato addosso di tutto. Ricordo che mi ha battuta come si fa con un sacco. Dovevo resistere, dovevo farlo per i miei figli, mi ripetevo. 

Ho sopportato questo calvario di violenze per tanto tempo perché non vedevo una via d’uscita. E ogni volta mi illudevo che sarebbe andata meglio, che le cose sarebbero cambiate, che lui sarebbe cambiato. Il giorno dopo, come sempre, lui non ricordava più nulla. Era gentile, premuroso, chiedeva scusa, e prometteva che non avrebbe più bevuto. Ho avuto il coraggio di ribellarmi soltanto quando ha incominciato ad alzare le mani sui bambini. No, signor giudice, i bambini, no! Ai suoi occhi apparivo debole, impotente, ed era vero perché nelle mura della mia casa io non vedevo più finestre, né porte. Ero prigioniera. Prigioniera di me e della mia vita. Trovavo sempre una motivazione per restare e non andarmene via. Quante volte l'ho perdonato attribuendo all’alcool tutte le colpe Ho ancora nelle narici l’odore rancido delle sue tante sbornie. E allora restai lì, cercando di schivare il più possibile i suoi pugni. Tutte le volte che le prendevo mi rannicchiavo in un angolo e cercavo di sopravvivere. Avevo deciso di farlo non per me, ma per i miei bambini. Quante volte la rabbia mi ha preso a morsi e mi è montata dentro! Poi andavo incontro al mostro e cercavo di buttarmi alle spalle le violenze del giorno prima. Non ho mai sporto denuncia fino a quando non ce l’ho più fatta, signor giudice. Quel giorno la rabbia mi era arrivata alla testa. Il suo sguardo mi aveva spaventato più delle botte. Ricordo che mi ha strattonato, mi ha fatta cadere, così ho incominciato a sanguinare. Ovunque mi girassi sanguinavo. Sapeva di vino, o forse whisky. Non lo so. I bambini dormivano già da qualche ora e io mi ero appena addormentata. Non avevo alcuna voglia di fare l’amore ma lui mi ha preso con la forza. Avevo cercato di ribellarmi serrando le gambe ma non ce l'avevo fatta. Ero come se fossi morta. Non volevo svegliare i bambini. A volte si fa prima a non dire nulla. La mattina dopo mi sono svegliata con occhi diversi. Ero consapevole che gli schiaffi erano schiaffi, i pugni nello stomaco erano pugni nello stomaco, che i lividi sulla pelle scomparivano dopo giorni, che un compagno violento era un compagno violento. Ricordo di aver camminato nel vento fino alla prima stazione di polizia, con un brivido che mi saliva lungo la schiena. Quindici anni erano una vita passata insieme. Sono tanti! Ho chiesto aiuto. Ho alzato le mani alla vita. Avevo ormai sopportato un calvario di violenze per troppo tempo.


Un uomo violento non merita l’amore e il silenzio. Un uomo violento merita la denuncia. Ed eccomi qua signor giudice, tremante ma decisa. La mia storia è come quella di tante donne, mogli, o ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, o ex fidanzate. Le donne che non sono state ai patti, che hanno disubbidito o che si sono ribellate, sono storie comuni, di quelle che la cronaca nera chiama delitti passionali. Sono storie di morti annunciate che nessuno è riuscito ad arginare; sono casi giudiziari che a volte sono riposti nei cassetti dei cosiddetti raptus di follia. Tante sono le donne vittime di violenza, oggi, da parte degli uomini che sono diventati i loro orchi, i loro mostri pronti anche ad uccidere. La maggior parte delle vittime non ce la fa a denunciare il proprio aguzzino per paura, per le possibili ripercussioni, per vergogna, per non ammettere il fallimento del proprio matrimonio, per preservare i figli. La mia storia è la storia di una donna qualunque che, come tante altre donne, ha subito la violenza domestica e ha avuto il coraggio di denunciare il proprio compagno di vita. Io ho avuto il coraggio di raccogliere il mio urlo silenzioso e ho deciso di non arrendermi alla violenza, né per paura, né per bisogno di sopravvivenza, né per rassegnazione. A tutte le donne che vivono nella pancia del mostro voglio dire di non aver paura di denunciare, voglio dire di non permettere a nessuno di far loro del male. MAI. 


La legge contro la violenza di genere persegue tre obiettivi principali: prevenire i reati, punire i colpevoli, proteggere le vittime. Con l'introduzione nel 2009 del reato di atti persecutori-stalking, che si configurano in ogni atteggiamento violento e persecutorio e che costringono la vittima a cambiare la propria condotta di vita, fino alla legge sulle 'Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere', risultano infatti rafforzati la tutela giudiziaria e il sostegno alle vittime, una serie di aggravanti e la possibilità di permessi di soggiorno per motivi umanitari per le vittime straniere di violenza. La normativa rientra interamente nel quadro delineato dalla Convenzione di Istanbul (2011), primo strumento internazionale giuridicamente vincolante 'sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica'. L'elemento principale di novità è il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione. La Convenzione prevede anche la protezione dei bambini testimoni di violenza domestica e richiede, tra le altre cose, la penalizzazione delle mutilazioni genitali femminili. Della raccolta e monitoraggio dei dati si occupa l'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), organismo interforze Polizia-Carabinieri. Per le segnalazioni è attivo il 1522, il numero verde di pubblica utilità della Rete nazionale antiviolenza. Sono in campo molteplici interventi: la tutela delle vittime di maltrattamenti e violenza domestica, le risorse per finanziare un Piano d'azione antiviolenza e la rete di case-rifugio, la formazione sulle tecniche di ascolto e approccio alle vittime, di valutazione del rischio e individuazione delle misure di protezione, i corsi sulla violenza domestica e lo stalking. Inasprita anche la disciplina penale con misure cautelari personali, un ampliamento di casi per le associazioni a delinquere, la tratta e riduzione in schiavitù, il sequestro di persone, i reati di terrorismo, prostituzione e pornografia minorile e contro il turismo sessuale.
Sui territori le prefetture promuovono, dove emergono i bisogni e le esigenze, iniziative di informazione e sensibilizzazione per combattere sul nascere la violenza di genere: formazione nelle scuole, corsi di formazione per gli operatori delle strutture sociosanitarie, per migliorare la prima accoglienza, forme di collaborazione con gli enti locali e le associazioni per potenziare l'accoglienza e il sostegno alle vittime, task force e gruppi di lavoro per pianificare le iniziative e divulgare le best practice.

sabato 26 novembre 2016

Humus




Ho percorso sentieri fecondi tinteggiati di ebbrezza desiderabile lungo un viaggio iniziatico alimentato dalla grande fonte. Mi sono spinta lungo la sosta, in quello spazio di oblio che lenisce e inebria, lasciandomi sospingere da un desiderio inafferrabile, tappa di ristoro della mia mente.

Inseguo ancora la ricerca di quell’armonia del tutto, della verità, per nutrirmi oltre la memoria. Mi apro all'intemporale, lasciandomi lambire dalle tue acque pescose per volontà di sperdimento, per riportare a casa quell'universo che ancora ha nel sole il tuo nome.

Il mio viaggio è quello del senso, è un punto di fuga verso l’insopprimibile esigenza di qualcos’altro. Attingo alla tua coppa ricolma e sorseggio il soffio d’aria lieve, sotto i cieli alti. Nell’aria il suono del liuto portato dalla zefiro di primavera. Il canto è purissimo, domina le cattedrali, in un crescendo di moti dell’anima che si dissolvono nell’aria della stanza. La danza è felpata, leggera, si spande sulle scaglie del mare fin dentro i suoi sussurri fluttuanti. Sulle mie labbra il ricordo della tua lontananza ha il profumo delle rose quando di maggio si schiudono al vento.

mercoledì 23 novembre 2016

Tina Anselmi, la donna controcorrente.

Il mio articolo per il Magazine ORA




Tina Anselmi, di famiglia cattolica e antifascista, padre militante socialista, staffetta, partigiana all’età di 17 anni, suo nome di battaglia Gabriella nella brigata autonoma Cesare Battisti;  prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica italiana, più volte parlamentare della Democrazia Cristiana. Politico coraggioso: per cambiare il mondo – diceva  bisogna esserci. E' deceduta nella sua casa di Castelfranco Veneto all’età di 89 anni.  Tina Anselmi è di tutti. Con la sua grande forza, le sue solitudini, le tante battaglie civili. La sua storia è quella di una donna tenace e di coraggio: un ruolo interno al sindacato unitario, la Cisl, la militanza nella Dc, il Parlamento nel '68, l’incarico, nel 1978 di ministro della Sanità, ( fu fra i principali autori della riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale) la presidenza della Commissione di indagine parlamentare sulla P2.  Le sue battaglie contro i poteri oscuri sui quali non è mai riuscita a fare piena luce le causarono intimidazioni e un attentato non riuscito: tre chili di tritolo lasciati davanti alla sua abitazione. 

 Tina Anselmi era per tutti "alla Tina", come la chiamavano familiarmente i suoi concittadini. Una donna combattente, integra, dura, diretta e capace di andare controcorrente. Ed è per questo che la consideravano una “mina vagante”. Quando le donne si sono impegnate nelle battaglie – diceva - le vittorie sono state vittorie per tutta la società. La politica che vede le donne in prima linea è politica d'inclusione, di rispetto delle diversità, di pace. Ha dovuto però fare i conti con il mondo maschile: dalla massoneria, al Vaticano, all'esercito, al potere politico-finanziario. E non è stato affatto semplice.
Dico alle mie nipoti, attente fate la guardia perché le conquiste non sono mai definitive. Ha rappresentato le donne ed è stata una donna sola, in un mondo maschile, quello politico. Ma sapeva essere anche molto ironica: nel nostro paese spesso i “disturbati” vanno per la maggiore. Parlando del piano di rinascita democratica, aveva più volte affermato: non pensate che i colpi di Stato siano solo dei carrarmati…. la verità la ricerca solo chi la può sopportare.

Il premier Matteo Renzi, in una nota inviata ai familiari, esprime il suo cordoglio personale e di tutto il governo:  Con Tina Anselmi scompare una figura esemplare della storia repubblicana. Partigiana, sindacalista, impegnata nella vita politica e nelle istituzioni, prima donna ministro della storia italiana. Il suo impegno per le pari opportunità e contro la P2 e la sua personalità forte e discreta ne hanno fatto un esempio per chiunque creda alla politica come passione per la libertà".
Dicono che per fare buona politica non siano necessari grandi uomini, ma persone oneste, con impegno morale. Tina Anselmi era una persona onesta e di grandi principi morali, al servizio delle istituzioni e a difesa del proprio Paese, fino alla fine.


 Un partito non è fine a se stesso; un partito è l'organizzazione di una buona volontà che ha un certo programma con un certo spirito, che viene da concetti superiori a quelli che possono muovere la vita quotidiana ed è al servizio di una causa”. ( Alcide De Gasperi)





Umberto Veronesi e il mistero dei silenzi.

Il mio articolo pubblicato sul Magazine ORA



Milano piange Umberto Veronesi, il chirurgo che ha scelto di legarsi alla ricerca dell’origine, cioè di quel male, il cancro, che il concetto di Dio non avrebbe mai potuto spiegare. Ed è proprio di quel male che poi, negli anni, si ammala fino al punto di decidere, quando la malattia avanza, di non farsi più curare. Ha sempre predicato l'eutanasia, quel diritto di non soffrire - ha detto suo figlio Alberto - non ha voluto essere ricoverato, non ha voluto nessun prolungamento, ha voluto andarsene e questo è stato inevitabile. Se n'è andato in maniera naturale.

Milano si è stretta intorno a lui, a sua moglie, ai sette figli, ai nipoti, ai tantissimi pazienti, alle centinaia di persone in coda, in silenzio, in Piazza della Scala, per porgergli l’ultimo saluto mentre nell’aria risuonavano le note di “Il chiaro di luna”, di Beethoven e di “Tu che di gel sei cinta”, dalla Turandot.  Al pianoforte suo figlio Alberto, musicista e direttore d'orchestra.

Ma chi era Umberto Veronesi uomo? L’ho chiesto ad una persona che l’ha conosciuto molto da vicino e che ci lascia una delle più belle testimonianze che io abbia potuto leggere in questi giorni. MariaGiovanna Luini, senologa e scrittrice di narrativa e saggistica. “ Uso la mia laurea in medicina e le specializzazioni in chirurgia e radioterapia per raccontare la scienza - ha sempre dichiarato. Consulente di sceneggiatura per fiction e film a contenuto medico-scientifico. Collabora con alcune testate giornalistiche divulgative.  Curatrice di La dieta del digiuno (Mondadori, 2013) e Longevità (Bollati Boringhieri 2012). Ha scritto: “Oltre il dolore”, Umberto Veronesi e MariaGiovanna Luini (Cairo 2014);  “Il mio mondo è donna”, Umberto Veronesi e MariaGiovanna Luini (Mondadori 2015).

MariaGiovanna, tu che hai avuto modo di lavorare al fianco di un gigante della medicina, puoi raccontarcelo più a fondo? Chi era Umberto Veronesi? 


“Ho letto molti pezzi dal titolo: “Chi era Umberto Veronesi”, e chiunque fosse l’autore il titolo era sbagliato. Nessuno sa chi fosse Umberto Veronesi, e non lo so io. Con Veronesi l’ignoto era enorme.
Per più di sedici anni la mia scrivania è stata alla soglia della sua porta insieme a quella di Lucia, una donna che definire segretaria è riduttivo: è stata l’assistente personale fedele, preparata, affezionata e, insieme all’altro Angelo tutelare, la famosa Giusi dello studio di via Salvini, ha protetto, sostenuto, organizzato, promosso l’attività di un uomo complesso, imprevedibile e geneticamente libero fino all’estremo. La mia scrivania, dunque, era accanto a quella di Lucia e vigilavamo sull’uscio della stanza di Veronesi con una porta che, salvo riunioni, teneva aperta.

“Giovanna!”: andavo dentro, lo trovavo con le gambe lunghissime accavallate sul ripiano della scrivania e la schiena buttata indietro su una poltrona che per fortuna si lasciava stiracchiare a piacimento. Indicava la sedia e iniziava a parlare: discuteva di pazienti o di scienza, ricerca, poesia, religione, filosofia, idee per un libro. Un editore ha detto che nell’ambiente si sa che i libri scritti con me hanno dentro Veronesi reale, sul serio: sono felice. Non per tutti i suoi libri è così. Ha sempre scritto moltissimo, con la grafia minuta e a tratti illeggibile (solo Lucia sapeva leggere tutto), ma con me il metodo era particolare e teneva in modo strenuo a farmi comparire in copertina. Lo raccontò a una presentazione di “Oltre il dolore” (Cairo) nel 2014: decise di dire che i libri scritti con  me erano schemi iniziali in cui tirava fuori se stesso dopo ore di nostro confronto, e la scrittura poi era mia. Io non l’avrei mai dichiarato in pubblico: mi fece restare senza parole.

Il mistero di Veronesi erano i suoi silenzi: tra una riunione e l’altra, una scrittura e l’altra, restava da solo e meditava. Dalla scrivania potevo vederne il profilo, ogni tanto si voltava e mi mandava un sorriso o un bacio con la mano. E mi chiedevo a cosa stesse pensando. Non lo sapremo mai.”

Patone diceva:  il più grande errore nel trattamento delle malattie è che ci sono medici per il corpo e medici per l’anima, anche se le due cose non dovrebbero essere separate. Umberto Veronesi e Maria Giovanna Luini, medici per il corpo e per l’anima, promotori di quell’umanizzazione della medicina  che conduce alla resilienza.