venerdì 30 settembre 2016

Il silenzio delle margherite, spose bambine



 















Il loro silenzio ci accompagna dove il sole muore
nella sua profonda dolienzia
arriva nella notte con le acque recise
sopra la linea degli alberi.

Nella loro crocifissione
il tempo si disorienta nel tempo.

La primavera è già nell’aria
con la sua verdissima tormenta
sussulta sulle margherite
ad ogni loro impercettibile battito d’ala.

                                                    
A.C. Inedito 2016

Antica terra dolce

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.
Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente
nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo,
che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese

 

L'Irpinia, la terra dolce, una terra fatta di fortezze di pietra a guardia di borghi e valli, di rovine romane, di monumenti barocchi, di catacombe che ci parlano  ancora di assedi e di armature, di spade, di Etruschi, Greci, Romani, Goti e Longobardi. Una terra felix ricca di testimonianze di civiltà, fatta anche dell’austerità dei suoi monti, degli altopiani morbidamente ondulati, delle lunghe catene di colline tondeggianti e delle tante valli con insospettati corsi d'acqua. Il passato ci restituisce le nostre radici, quello che siamo stati. Ci dice da dove veniamo, chi siamo. La mia gente mi sta dentro come gli alberi, le colline, il sole cocente di luglio. Da bambina mi piaceva interpretare i movimenti delle nuvole, parlare con gli alberi e gli uccelli. Sono nata in primavera, il 27 aprile, a Gesualdo, la terra del titanico genio romantico ante litteram: Carlo Gesualdo, principe di Venosa;  uno dei maggiori polifonisti, compositori di madrigali e musica sacra di tutti i tempi. Gesualdo è il mio nido di terra e sento che nessuno potrà mai portarmelo via. È un vecchio amore. E’ il mio luogo delle piante e dell'erba, della polvere delle vecchie stradine di campagna, delle leggende antiche con le dicerie delle sue donne all'uscita della messa.

 
Sento filtrare l’essenza del tuo seme
in ogni erba, ogni ombra e volo
lungo il cammino dell’acqua.
Mollichi nella tua materia
prossimo alla nuova lievitanza
e un alito docile vibra sui miei occhi accoccolati.

Distillo il tempo e la vita
finchè tu sia in me respiro a cielo aperto
sullo scintillio dei salici
finchè tu sia sussurro
nella notte impollinato di immensità
al fuoco dei miei richiami.

Lasciati privare di infinito
di quel tuo insistente fremito
che ancora scorre sui miei rami.
Il mio nido di terra
non ha più radici che di te non dice.



A Gesualdo, d’estate, fin dalle prime ore del mattino, il sole già riscalda le foglie degli alberi. Da bambina cercavo il mare. Era molto lontano dal mio mondo fatto di colline, di valli, di montagne, uliveti, vicoli, piazze, castelli, vigneti e cielo. L’aria sottile e leggera copriva una miriade di spazi aperti dove lo sguardo non trovava ostacoli e riusciva ad estendersi fino alle cime innevate dei monti. Il cielo era di un blu intenso. Gli odori mi hanno sempre aiutata a traghettare verso i ricordi più remoti.  La campagna sprigionava un buon odore di frutta, di bosco, di latte, di stalla. Oggi i ricordi dell’universo materno mi conducono alla mia vecchia casa, alla ricerca del mio tempo perduto. La memoria custodisce le immagini e il pulsare della mia vita. Ricordare mi permette di riportare al cuore la mia storia. Non dimenticherò mai i mei luoghi dal sapore d’uva, di sole, di festa, di profumo di bacche, di gioia. Frutti di un’umanità genuina dove d’estate gli usci sono socchiusi e si riposa nel fresco delle case o all’ombra molle degli ulivi.













 
Il mio nido di terra

La mia terra dolce si socchiude alla radice
nell’ombra dei silenzi che odorano di fiori
in quell’aria verde che spira lenta e chiama il buio.

L’ora indugia nell’inquietudine
arriva col suo canto, invade il volo delle lucciole
mentre io sono preda della luce nell’ansia della pioggia sottile.

Mi levo nel tuo respiro
e mi smarrisco nelle acque del fiume insieme al sole
oltre quest’attimo che occupa lo sciame degli anni.

Cerco il filo del vento
prendo la via dei miei monti
e serro i denti oltre questa ressa nel cuore.

Sento filtrare l’essenza del tuo seme in ogni erba
in ogni ombra e volo, lungo il cammino dell’acqua
nelle fonti che si aprono al brulichio del cuore.

Mollichi nei ricordi
nella profondità dell’aria inseminata di anime e di mondo
e un alito docile vibra sui miei occhi accoccolati.

Distillo il tempo e la vita finché tu sia in me respiro a cielo aperto
finché tu sia sussurro nella notte
impollinato di immensità al fuoco dei tuoi richiami.

Il tuo fremito scorre ancora sui miei rami
quando la valle improvvisamente si disvela e si compie di febbrilità
lungo gli argini, dove stanno gli alberi.

Tendo il viso e seguo la tua luce
che si sposta sull’ombra delle pergole dell’orto
e veglio sulla via che mi porta alla mia vecchia casa.

 
Il fumo del camino sale, si leva tra i rami che crepitano taciti
il lume lampeggia nel vicolo, si appanna
e la voce di mia madre siede nel suo angolo.
 
Antonetta Carrabs  (Stralci da E' verde il Paradiso)

giovedì 15 settembre 2016

Eterno























Si disvela
sconfina, s’infrange
si spalanca il senso, nel flusso della sua unità.

Intemporale
indicibile onnipotente ritmo.

L’eterno si sorprende nella sua materia
nell’incarnazione, nell’essere presente.

Lo spazio si spalanca!

Il mondo dal suo fondo si pervade, si frange, si diviene
oltre il lido del silenzio, oltre la mia voce.

A.C.

 


sabato 3 settembre 2016




I poeti hanno il profumo delle rose
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I poeti sanno scendere alla sorgente dell’estrema linfa
senza profeti, né apostoli o altro strano incanto
risalgono le note della scala, fino alla musica-musica
nel punto dello Zenith, fino alla piena lingua.
I poeti sono ebbri di parole
trattengono il respiro dove cadono i semi prima di giungere al vento
rompono i germi puri dentro gli astri, strettamente congiunti
e sono ciechi e verdissima tormenta, prima di attingere la luce.
Identità nel tempo di Parmenide, sono alfieri, dame, figuranti
volo d’api nella pioggia, alla prima schiarita.
I poeti si tendono nel diluvio delle foglie
verso l’infinita discendenza e la loro traversata verso l’alba.
I poeti fanno del dolore umano un rivo
la vertigine perpetua nel tempo del risveglio
procellosa, tra opera e preghiera
culmine di ogni creata cosa e furia celeste di raggiera.
I poeti sono soli, naufraghi tra memoria e senso
pellegrini nel loro stesso mare, nella gemmeria d’aria sottile.
I poeti hanno il profumo delle rose dopo il travaglio della fioritura
ancora tiepide nell’impercettibile bisbiglio

 
Sei sull'incudine dell'alba
che guarda il fiume dall'argine e raduna le spoglie
prossimo a ricadere giù in quella dispersione di potenza
nelle sue cartilagini febbrili brulicanti di scorie.
 
Pazzo per abitudine all'ansia e desiderio invertebrato di penombra
il tuo risveglio è la sera impetuosa nella densità nera del bosco
che riappare sotto la ventata umida di pioggia
e la sua poca luce senza colore, né tempo, filtrata dalle tende.
 
Porto alla bocca questo mare bianco
il pensiero mi insegue e scuote i rami.
Nel mio universo una sola immagine versata in una gemma
ha il sapore delle tue mani
della voce trepida che mi cammina al fianco.

vorticosamente
nel soffio della tua innumerevole fiorita
Io non so che rispondere, la mia testa è piena di vento
ora che raggia la giornata
il mondo riappare dietro la sua feritoia
su questa terra graffiata dall'uomo e la sua maschera di sale.
 
Poi un'eco nell'entrotempo cristiano
che arriva col silenzio dei pesci, tracimando
la paura e il disappunto della storia, l'ansia oscura
ignominiosamente fili tesi fra origine e distruzione.
 
Vinco la notte, le sue grandi stelle biologiche
non trovo fondale
palazzo per palazzo, cortile per cortile
sciamani vomitano fuori dalla muraglia avendo visto e non capito
lo spettacolo continua
fermo, come un chiodo confitto nelle vertebre del mondo.