venerdì 10 giugno 2016

Poesie dal carcere di Monza






 







E’ il 28 febbraio 2016 quando mi arriva la prima lettera dal carcere di Monza. Ho incontrato Paolo (nome di fantasia) durante un laboratorio di poesia, che ho tenuto, su invito di Fina, un docente di italiano della scuola in carcere. Paolo è un ragazzo giovane che scrive poesie, ama Leopardi e Montale. E' recluso da oltre 6 mesi e sta cercando di recuperare quel frammento di autostima per poter ricominciare a ricostruire la sua vita. La poesia allora diventa terapeutica, salvifica, favorisce quel libero flusso di emozioni che la detenzione tende a congelare.

Gentile sign.ra Antonetta
Le scrivo innanzitutto per ringraziarla di permettermi di avere un contatto con lei. Potrò scrivere come mi sento qui e le invierò qualche pensiero. Spero di potermi esprimere liberamente. Capita spesso di pensare quando si viene chiusi la sera, capita un magone che toglie il respiro. Dalla mia finestra riesco ad  intravedere un tratto di superstrada, guardo le luci delle macchine sfrecciare e immagino diverse solitudini, l’odore dell’automobile, l’odore dell’asfalto umido. E’ difficile scrivere qui perché si vive un tempo congelato e si deve imparare a trattenere le emozioni. E così accade, succede, capita di far nascere dalle parole come da un bisogno naturale, senza accorgersi, un respiro.

Con stima
Gentili saluti
Paolo

 

Monza, 22 marzo 2016
Caro Paolo
ho ricevuto la tua lettera e ho riflettuto molto su quello che hai scritto. Capisco che scrivere per te, in questo momento, sia molto difficile. Le emozioni  si moltiplicano e non trovano la giusta dimensione per essere accolte con leggerezza  e riportate alla luce. La sera è di certo il momento più intenso dove si è più a contatto con se stessi e il silenzio obbliga a pensare e a fare i conti con il presente. Il tuo nuovo presente. Inseguire gli odori che arrivano dalla strada lontana conducono alla vita fuori che scorre inarrestabile mentre tu vivi un tempo congelato. Non congelare anche le tue emozioni ma affidale alla parola perché può aiutarti a sedimentare il dolore del vivere. La parola, come la poesia, diventa salvifica: può condurre a quel centro dell’anima e del cuore dove il calore dei sentimenti riesce ancora a scaldare l’ombra lontana dal sole.

Cari saluti
Antonetta

 

28 marzo 2016
Cara signora Antonetta
La ringrazio per la risposta e le sue riflessioni che mi hanno lasciato nuove parole sulle quali riflettere. Continuo il mio percorso qui. Scongelare il mio cuore qui dentro è impresa notevole e coraggiosa. Rendere la propria pelle più sottile, carta velina non è facile in una cornice di cemento. Si diventa come un aereo di carta, fragile, che non può nemmeno cercare di volare. Ma non voglio perdere il mio coraggio. Non voglio smarrire le mie emozioni. Augurandole buona Pasqua a lei e ai suoi familiari, con pudore le invio qualche mia poesia. Scusandomi della calligrafia ( ho tentato di correggerne i punti più difficili alla lettura) aspetto un suo parere e la ringrazio per la cortese attenzione. 

Con gentilezza
 Paolo


(dedicata al compagno di cella)
Quando ti guardo non posso pensare
alla tua faccia da bambino
alla faccia di un bambino bruciata dal sole
ad un bambino che ride al rumore del mare.

Quando ti guardo non riesco a pensare ai tuoi sbagli
a te ubriaco che guidi la macchina
ai soldi arrotolati in tasca.

Non riesco ad immaginarti sballato con gli occhi cattivi
che vivi in mezzo a strade sporche
al buio, che aspetti le persone

Quando ti guardo
guardo un bambino con i piedi un po’ piccoli
che alza il dito e disegna un sole e ride.
E io posso chiudere gli occhi tranquillo

 


a Vincent

Sotto il mio letto ci sono due fessure spesso umide
una voce?
pare un lamento lontano
tum tum tum
un cuore che mastica rabbia e rancore.

Stai attento a cosa toccare!
Da quel cuore crepato a volte pare nascere qualcosa
esili fili quasi boccioli
sembrano vetro non se ne sente l’odore
tum tum tum

Si, questo è un cuore ma non toccarlo
è soffio di vento
carne nera
un buco
pietra tagliente.

Stai attento
guarda bene e chiudi gli occhi.

 

 
Miriam
Non riesco a sentire i tuoi passi in cortile
la porta che sbatte
fingo di dormire per potermi accucciare accanto al tuo corpo caldo.

Vorrei abbracciarti di sorpresa
mentre scegli i vestiti sparsi sul letto.
Ho lasciato i miei occhi a te
senza di te la mia voce non ha eco.


Ho lasciato il mio respiro nella tua bocca
la punta delle dita sui tuoi seni
la mia rabbia nelle mie mani.

Ho lasciato le mie paure nelle tue assenze
ho lasciato il tuo nome alla mia solitudine

 

 
a Luca
C’è un uomo in corridoio
Di solito nero vestito
Le mani, ti accorgi, tremolanti
che guarda l’angolo di uno sfiato da una finestra.

C’è un uomo dai capelli bianchi
i ricordi ne allampano il viso
ha parole eleganti e parole che muoiono
assopite nel suo cuore.

C’è un uomo in corridoio
sto imparando a conoscere le sue debolezze.
Vesto e rivesto la sua solitudine
sto zitto quando i suoi occhi si abbassano troppo.

C’è un uomo in corridoio
una finestra
e spesso mi capita di sorridere con lui.

 

Monza, 8 aprile 2016
Caro Paolo, le tue poesie sono davvero belle, profonde, delicate, intrise di sentimento. Questo mi fa pensare che anche se, come tu affermi: - scongelare il mio cuore qui dentro è impresa notevole e coraggiosa. Rendere la propria pelle più sottile, carta velina non è facile…si diventa come un aereo di carta, fragile, che non può nemmeno cercare di volare.. - non vuoi e lotti per - non  perdere il mio coraggio. Non voglio smarrire le mie emozioni.

E’ importante riscaldare il proprio cuore, prenderlo in una mano e ascoltarlo. Questo aiuta a preservare e custodire quel centro di cui vi ho parlato durante il laboratorio di poesia. Un centro dell’anima dove le finestre sono aperte e ci parlano del mondo, di noi, delle nostre passioni, del nostro dolore. Un centro dove si respira la nostra anima, dove si fanno i conti con il passato, ma dove si può ancora trovare una scialuppa per ripartire dopo la tempesta. Ed è la poesia che ci aiuta a traghettare, la poesia che diventa salvifica, la poesia che stempera il dolore.
Cari saluti
Antonetta 

 

Monza, 30 maggio 2016
Caro Paolo
ho letto le ultime poesie e devo dire che sono sempre più belle, dense di significato. Hai davvero una grande capacità di scrittura.

Le tue emozioni 

( …il reticolo di solitudini chiuse da una mandata/ sgrano il rosario…) e poi ( ….il cielo adombra i miei pensieri che strisciano il pavimento della cella…)
Il ricordo ( ..il cielo adombra i miei pensieri per il ricordo di una canzone..)

il dolore (…piango al blindo verde per il ricordo di una canzone….)
( …solletico la parete azzurra con le foto dei miei fantasmi…)
l
a speranza (..disegnando con le dita il volo di una speranza/ immaginando di toccare le piccole pieghe delle mie labbra.)

Un caro saluto

Antonetta


 
Squadra piano terra
Tre ragazzi
un gigante di colore
un pugile tunisino
ed io con la scopa verde.

Spazzo l’ingresso della chiesa
sotto frecce di pioggia gelata
bucce d’arancia
resti di sapone che lasciano scie bianche
mozziconi.

La mattina, alle sette spazzo piccioni morti
i pantaloni spruzzati di candeggina
la felpa col cappuccio alzato
le mani strette al carrello dell’immondizia
la mattina alle sette
due ragazzi ed io.



Un amore

Dalla finestra un albero storto
il cielo adombra i miei pensieri
che strisciano il pavimento della cella.
Piango al blindo verde per il ricordo di una canzone
corro a nascondermi in bagno
sdraiato sul letto, solletico la parete azzurra
con le foto dei miei fantasmi

Ogni sera spero di non sognare
crollo sotto il plaid
disegnando con le dita il volo di una speranza
immaginando di toccare le piccole pieghe delle mie labbra.

 
Sezione A

Vene di ruggine
il reticolo di solitudini chiuse da una mandata.
Sgrano il rosario dalle pupille strette
incollate in un film muto, 24 ore su 24.

La liturgia di anime disgraziate
ombre nere dalla lunga memoria.