giovedì 28 gennaio 2016

Il Bosco Bello , già detto dei Gavanti

 
 
Dall’antica collinetta di Vedan che presenta un graziosissimo poggio con un vigneto della più gran bellezza ivi sogliono recarsi i Principi a festeggiare la vendemmia. Sulla cima di quest’amena collina con non usuale eleganza e solidità eretto un tempio di ferro che dà un’idea d simili grandiosi lavori fatti in Russia e Inghilterra. La veduta di questo colle è assai svariata. L’occhio stendesi a levante sopra un vasto orizzonte. Veggonsi sottoposte da Vedano alcune eleganti case di campagna una delle quali appartenne già nello scorso secolo ai signori Scotti – Gallarati, marchesi di Cerano. Scendendo da questo colle, cinto nel suo contorno da una graziosa siepe di verdeggianti tuje, suole il forestiere divertente recarsi al Bosco Bello prendendo, quando il sole è basso, il vialone detto anche il viale dei noci. Nell’andata è da osservarsi la Fagianaja che è di figura elittica e viene chiamata ungherese per distinguerla dalle italiane di cui favelleremo più avanti. In questo tratto d’amena strada osservansi pure molti grandiosi viali dei quali trovasi compartito il Parco; alcuni sono fiancheggiati da ambiziosi platani, ed altri da fruttiferi gelsi. Il Bosco Bello fa capo al maggiore di questi viali che attraversa il recinto reale da mezzo giorno a levante per la lunghezza di 4 miglia, ed alla sua estremità forma un’area circolare, a cui mettono otto alti viali. Qui potrebbero farsi, volendo, di bellissime corse di cavalli. Dal centro del Bosco bello da ciascheduno dei suindicati otto viali, si distingue alla portata d’occhio, a levante il serraglio dei cervi, ed una vaga collina – fra levante e mezzodì il campanile di Omate; a mezzodì Monza; fra mezzodì e ponente la nuova scuderia che ha le sembianze di un antico tempio. A tramontana il palazzo del conte Mellerio che sta sul colle di Gergnetto. Fra tramontana e levante il fabbricato di Boffalora. E’ d’uopo confessare che è difficile rinvenire un pezzo di così simile visuale e tutto ciò in mezzo ad un’annosa romantica selva, ove il pensiero di una quiete solitudine, lungi dai rumori aulici, e quello di una vita pressocchè eremitica elevano la mente verso il cielo e ricordano i bei versi del cantor di Luna:

Qui non palazzi, non teatri o loggie
ma in lov vece un abete, un faggio, un pino
tra l’erba verde e ‘l bel monte vicino
levan di terre al ciel nostro intelletto.
(da Cenni del dottor fisico Gio. Ant. Mezzotti – ufficiale di sanità)
 
 
 
 
Qui dove il bosco è il clivo e l’erba è l’aura pura
e il fiume Lambro è il rivo
mi abbevero alla fonte di quest’imo di natura.

O tranquilla Monza! Lieta e gentile
di ville e di campagne  stiva
nel cor, io ancor mi sento inno del mattino.

Vagando d'oltremonte
chi è che non abbia inteso parlare
del  real parco di Monza
le cui amenità gli procacciarono tanta rinomanza?

Qual visitatore
non si sia fermato ad ammirare
la più annosa e romantica selva
che nessun altro parco d'Italia può vantare?

E’ difficile rinvenir un pezzo di così simile visuale
un sì sorprendente panorama
con la sua magnifica Piazza Circolare
e gli otto maestosi alberati viali.

Nessuno incontra altrove
una sì ampia selva che si estende da mezzogiorno a levante
per due miglia circa, coi suoi boschi forti di roveri e le 500 pertiche
e il grande Rondò dove il Bosco poi diventa Stella.

















Una sì tale meraviglia passò nel progresso dei tempi
in proprietà dei claustrali di S. Maria delle Selve
che vi eressero nel mezzo della selva un tempietto
dedicandolo a Nostra Signora del Soccorso.

In conseguenza di ciò
ogni anno, per tanti anni a venire, il 15 di agosto
si celebrava il voto di riconoscenza
con la grande festa nel Bosco Bello.

Dame e cavalieri procedevano accoppiati nel cammino
battendo con la palma aperta sulla pelle d'un tamburello.
Il suono fragoroso copriva gli strumenti campestri
e le più semplici amorose canzoni.

A questa si susseguivano tre giorni di fiera.
Frequentatissima, come era costume,
presso gli abitatori delle rive del Lambro
che si intrattenean in gran balli e mangiate fino all’alba.

Era festa di galanterie e di manifatture!
Splendevano di metalli gli uomini d'arme
e si vedean svolazzare le piume
sui loro cesellati cimieri.

Lungo i sentieri che portavan alle Ville
v’erano erbe odorose e fiori.
Era bello vedere quella gioventù briosa
ballare la danza dell'amor felice e della cortesia amorosa.

Altrove si vedevan svelti ragazzi arrampicarsi sull’albero liscio
con su appesi stendardi sventolare e premi per i vincitori
e  giovani cavalieri  a cavallo che giostravan festosamente
e cantastorie che narravano storie d’amore e d’avventure.

Tutt’intorno echeggiavano canti di gioia
spari di schioppi, armonie fragorose di gighe,
di tiorbe e di flauti. Vi erano giocolieri, burattini,
danzatori coi contrappesi, venditori di storielle d’amore,

Era una gran festa di nobili famiglie e di cuori!
 
La Selva dei Gavanti
cambiò l'antica dicitura in Bosco Bello
forse per l’amenità del luogo o per l'affluenza dei forestieri
o forse per la varietà dei passatempi.

Ma poi, venuti gli Spagnuoli la festa venne un dì negletta
e poco dopo cadde in rovina anche la chiesa.
Così da quel dì superbia e ignoranza
regnarono per sempre nelle vie.

Il Bosco Bello cambiò
un'altra volta il nome in quello di foresta delle streghe.
E’ tradizione che per molti anni, passando fra la notte dei tempi
nessuno osò addentrarsi fra le selve.

La Selva dei Gavanti fu così a divenir
ricetto di streghe e di folletti
e ancor più della Matta Tapina.
Donna enorme e vestita di stracci.

In certe notti ella solea recarsi in Monza. 
Le piaceva atterrir la gente
spargere terrore e poi superstizione
e scorrere le contrade col suo carro matto pieno di oggetti e ferri vecchi.

Era una strega di orribil aspetto
ma era anche un'erborista provetta
conosceva tutti i segreti delle piante e dei fiori
che sapea traformare in unguenti miracolosi.

Si racconta che sotto i rami del Bosco Bello
nel punto più lontano dagli occhi della gente
i monzesi solean chiedere alla Matta Tapina le cure per i figli
la famiglia, e per gli amici.

E’ da quel dì che ogni anno
il 12 settembre, nella notte di plenilunio
nel buio lontano del parco di Monza
si aggira un'ombra grande che insegue le luci.

E’ un carro che arranca dietro a una donna vecchia
vestita di stracci
che ripete parole magiche e poi scompare
tra gli alberi e le foglie:

unguento unguento mandami  al noce
del Bosco Bello supra acqua
et supra vento
et supra omne mala tempo.

 
La storia di Rosa e Gian Guidotto risale al 1300
 
 
" .... una Rosa Peregalli da Peregallo presa d'amore per Gian Guidotto dà Lesmi che non potendo, per le discordie civili onde si cercavano sempre a morte le loro famiglie, appagare il voto ardente del suo cuore, ricorse ad un frate che viveva eremita a S. Maria delle Selve. Da lui gli amanti ebbero benedetto il loro voto ed ottenendo che il buon eremita riducesse la pace fra le discordie municipali. Brevissima gioia. Non andò molto che Rosa morì, non senza gravi sospetti di veleno, e Guidotto fu trovato morto con una larga ferita nel petto". (Ignazio Cantù)

 "...la vicenda delle due potenti famiglie ritirate nelle loro castella in vicinanza del Bosco Bello. Erano questi i Peregalli da Peregallo posto a due miglia da Monza ed i Lesmi da Lesmo distante tre miglia...l'urna sepolcrale degli infelici amanti esisteva ancora nel secolo scorso (1700) con una lapide latina che ne rammentava la dolorosa tragica fine". (Giovanni Mezzotti)

 
Si narra ancora di guerre fratricide
fieramente combattute tra Guelfi e Ghibellini
che cercavan di spegnere col pugnale, col terrore e la superstizione
la vita, la virtù e la cultura di quelle industriose popolazioni.

Si narra ancora che nei castelli del bosco bello vivevan due nobili famiglie.
Erano questi i Peregalli da Peregallo e i Lesmi da Lesmo.
Si chiamavano Rosa e Gian Guidotto i teneri innamorati
condannati all’infelice destino.

Le loro due famiglie si cercavan sempre a morte
ostacolati dall'odio secolare.
Rosa Peregalli era bella, era giovane e innamorata

Gian Guidotto Lesmi era giovane e baldanzoso.

Non potendo per le scissure civili
appagare il voto più ardente del loro cuore
i due innamorati ricorsero ad un frate
che romitava a Santa Maria delle Selve.

Da lui gli amanti ebbero benedetto il voto
ed ottennero che il buon romito riducesse la pace
fra le discordie municipali.
Brevissima gioia!

Gian Guidotto venne ucciso a tradimento
nel Bosco Bello da Guido de' Peregalli.
Fu trovato con una larga ferita nel petto
su cui teneva ancor compressa la sua mano.

Rosa bacia e poi bacia dispetatamente
il suo Gian Guidotto per farlo rinvenire.
Come soluzione di tutti i mali
beve la pozione di veleno che le ha dato Gasparino de'Lesmi.
e muore adagiata sopra il corpo dell'amato.


Sull'urna sepolcrale degli infelici amanti
una lapide latina ricordava
al mondo la loro tragica fine:

questa è la tragedia triste
di Rosa Peregalli e Gian Guidotto Lesmi
i due giovani innamorati del bosco bello di Monza.

(di Antonetta Carrabs  Edizione numerata fuori commercio pM  tipografo di poesia 2016 )

 

venerdì 22 gennaio 2016

Le libertà delle donne sono valori non negoziabili


Quello che è successo a Colonia e in altre città europee, a Capodanno, è una faccenda molto più larga, universale e decisiva di quanto non sia quella notte infame di palpeggiamenti e violenze che ha fatto indignare mezzo mondo. Quello che è successo a Colonia è stato un atto di sopraffazione culturale, non si è trattato di semplice bestialità.
 
 
Colonia però ci indica due errori da evitare: da un lato non si possono negare le insidie del multiculturalismo e il problema di certi ambienti culturali verso la libertà delle donne e delle minoranze, dall'altro la violenza maschile non può essere problematizzata come fatto essenzialmente culturale che riguarda solo gli islamici. Occorre ribellarsi all'inciviltà in maniera aperta coinvolgendo tutti, a partire dalla comunità di migranti. Ma soprattutto è importante coinvolgere in questo discorso tutti i maschi perché i diritti e le libertà delle donne sono valori non negoziabili. E ricordate che non c’è antirazzismo vero che non sia anche antisessista. Ma è compito della politica, dal livello locale a quello nazionale e sovranazionale, garantire la sicurezza, i diritti, la libertà di tutte e di tutti. E questo significa anche fare del rispetto delle donne il principio cardine delle politiche di integrazione di migranti e rifugiati. Questo non implica né venir meno al dovere di accoglienza che abbiamo nei confronti di chi fugge da guerre e persecuzioni, né chiudere le porte a categorie di persone come i richiedenti asilo musulmani o i maschi soli.
 
Servono serie politiche pubbliche: certezza del diritto e fermezza nel sanzionare violenze e discriminazioni di genere. Serve costruire  veri percorsi di accoglienza  in cui non si producano sacche di esclusione sociale e risentimento, ma per fare questo necessitano conoscenza, educazione e sensibilizzazione di tutti al rispetto delle donne e della loro libertà e autonomia, perché, ricordate bene, integrazione – per uomini e donne – non significa solo imparare la lingua, trovare una casa o un lavoro.
 
 
Le culture contengono al loro interno una pluralità di voci e di forze che producono conflitti e trasformazioni. Quando sentiamo dire che la cultura degli immigrati non è compatibile con la nostra, dobbiamo ricordare che dietro le conquiste delle donne europee ci sono anni di lotta contro la cultura patriarcale. È essenziale allora tenere alta la guardia e usare intransigenza verso quelli che non esito a definire come atti di disprezzo verso la cultura di libertà e eguaglianza per cui generazioni di donne e uomini occidentali hanno lottato. Ma dobbiamo anche prestare attenzione a ciò che sta accadendo oggi nel mondo, favorire alleanze efficaci per i diritti e l’eguaglianza di genere tra donne europee, donne migranti, donne che in tutto il mondo stanno conducendo queste battaglie perché  è dal riconoscimento della libertà delle donne che si misura la qualità delle nostre democrazie e su questo non ci sono mediazioni possibili.