domenica 29 novembre 2015

Brusco, poi riprende il vento.


 
 

 
Sei al primo albicare
in ogni nuovo cominciamento
nel soffio di lorica
nella notte
nell’innumerevole fiorita delle stelle

sulle cime dei monti.

 
E’ una primavera di rovere
questo  gioco perpetuo di dolore e letizia

infiorescente nella trasparenza delle acque

mordicchiate dal vento sottile.

 
Ne ravvivo le braci e il senso
all’apice e allo stremo

vena dopo vena 

nel lento approssimarsi del buio della stanza

e il mio prolungato assedio.

 
Ma solo per un attimo.
Brusco, poi riprende il vento.

 

sabato 28 novembre 2015

Donne di Sardegna e di Lombardia




Ci sono donne che, per un verso o per un altro, hanno lasciato un segno indelebile nella storia. La loro stessa vita, spesso, è un pezzo di storia del loro paese, dell’arte, della cultura o della scienza. Donne protagoniste della loro epoca. Donne fuori dal comune che hanno scritto pagine intere di letteratura e poesia.
 
La Sardegna mi riporta ai suoi profumi di mirto, di cisto, di zafferano, di euforbia, di fiordaliso spinoso, di fichi d'india, di peonie selvagge, di gigli di sabbia, di rosmarino, di ginepro, di oleandro, di boschi di querce da sughero, di lentischi, di eucalipti, di pini, di mare e poi di ulivi. Un’antica terra matriarcale dove le donne sono detentrici di saperi e  insegnanti, abili consigliere, ispiratrici della poesia e dell’arte e artiste al tempo stesso. Lo scrittore Giuseppe Dessì, dopo aver conosciuto Maria Carta, disse:  i grandi uomini della Sardegna sono stati donne. La storia della Sardegna custodisce donne straordinarie che, anche se talvolta non sono entrate a pieno titolo tra le pagine della memoria dei luoghi, ne hanno caratterizzato lo spirito più profondo. Vorrei ricordarne una, in particolare: Mercede Mundula Crespellani, saggista, scrittrice e poetessa, è una fra le affascinanti figure femminili del Novecento. Secondogenita del notaio Carlo Mundula e di Nepomucena Zuddas, Mercede nasce a Cagliari il 1° marzo del 1890.

La sua vivacità intellettuale era frutto dell’educazione in famiglia. Amica di Grazia Deledda, di lei scrisse: Grazia Deledda fu non solo scrittrice originalissima, ma donna singolare, e della specie più insolita, che è poi quella di non aver l’aria di esserlo; il che, per una donna che scrive, è fenomeno assolutamente raro. La ventenne, fedele amicizia che mi legò a lei è stata anch’essa cosa originale. C’era fra noi come una tacita intesa: parlare poco di letteratura e molto dei fatti veri della vita, tanto che a voler dare un titolo alle nostre lunghe conversazioni sceglierei senz’altro questo: “Meditazioni sulle cose”. Al ritorno dalla Svezia, accennando all’ultimo viaggio  scrisse: «Da questo porto un bel giorno, in una barca d’ebano decorata d’oro e lieta di ghirlande di rose, salperemo verso il paese dei cipressi, che ci sembra qui limitrofo ed è invece oltre i confini della terra». Non volle invece né l’ebano decorato d’oro, né la letizia di ghirlande di rose; chiese solo di essere sepolta nella fossa comune, in quel paese dei cipressi che scorgeva dalle finestre, e alla cui ombra volle recarsi senza vane pompe e senza vane parole, offrendo con umiltà alla terra la povera spoglia terrena e a Dio il fremente e liberato spirito.

La scrittrice Matilde Serao di  Mercede Mundula Crespellani scrisse: S’intravede  in Mercede Mundula, la razza austera e valorosa di Sardegna, ma ammorbidita, addolcita da una femminilità, dirò così, continentale: e, forse, il buon sangue di questa Mercedes, non è solo di Sardegna… Sì, la sua lampada è piccola: e non ci dispiace; e non chiediamo che diventi una sfolgorante lampada ad arco, che accieca e contro cui vanno a morire le farfalle notturne; e invece amiamo saperla fra le penombre, così spesso più opprimenti delle tenebre, questa piccola lampada che ci guarda, col suo soave occhio di luce, di lontano, che ci popola la nostra solitudine, e, quasi, rianima intorno a noi, il silenzio, senza parole, senza voce, ma lucente in penombre, la piccola lampada!»
 
La donna lombarda, una forza di modernità e di integrazione

Mai con le mani in mano, come raccomandava Carlo Borromeo perché il peccato è figlio della noia. Di madre in figlia il motto ha presieduto alle consuetudini domestiche, anche tra i laici, come una promessa di dignità nell'esistenza terrena. Il paesaggio lombardo porta i segni di un lavorio secolare. Se la forza muscolare maschile dissodava i campi, scavava i canali e batteva il ferro, la destrezza manuale delle donne estraeva il filo di seta, tesseva il lino, cuciva gli abiti, spigolava tra le messi, provvedendo alla sopravvivenza delle famiglie e al futuro delle generazioni a venire. Donne con l’inclinazione al fare, con quel tipo di severa laboriosità che ha lasciato nel corso dei secoli una schiera di solide lavoratrici, di dotte educatrici, di capitani d'azienda, di generose benefattrici, di operaie dal tocco svelto, di sarte dall'ago sapiente. Ad avviare la Lombardia verso la modernità è stata una donna, per giunta neppure lombarda:  nel 1760 l'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo impose, con il catasto, una tassa sulle proprietà, redditizie o meno. E allora tanto valeva mettere a frutto le terre, in un circolo virtuoso che ha rilanciato l'economia locale.
Una sessantina di anni dopo, per condurre l'esperimento d'avanguardia di insegnare a leggere e scrivere ai piccoli di Locate, Cristina Trivulzio di Belgiojoso non si curava troppo di essere disapprovata da Alessandro Manzoni: «Quando tutti sapranno leggere e scrivere, domandava perplesso lo scrittore, chi vorrà più lavorare la terra?» Ora che tutti sanno leggere e scrivere, l'agricoltura non è affatto morta e la sua economia è così varia di prodotti e servizi da avere bisogno di chi filetta le viti o calcola il cemento armato. Il cardinale Andrea Ferrari si preoccupava dei poveri e sosteneva l'energica Armida Barelli, «mai con le mani in mano» nell'Azione cattolica, perché è meglio trovarsi a imparare il catechismo piuttosto che subire l'assedio dell'ozio; la socialista Ersilia Bronzini Majno invece provvedeva alle «povere ragazze», ospitandole all'Asilo Mariuccia, dove imparavano un mestiere e allevavano i bambini marchiati come «figli della colpa» e le sarte Biki, Germana Marucelli e Jole Veneziani, distinte signore che avevano incrociato la cultura e la mondanità, riscattando l'italianità dalla pomposa vergogna del fascismo.

ANTONIA POZZI, fra le poetesse a me più care



Nasce il 13 febbraio 1912 dall’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. Era bionda, minuta. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza.  Nel 1922, non ancora undicenne affronta il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano. Incomincia a dedicarsi alla poesia e fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927. Antonia frequenta la prima liceo e si innamora del suo professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi per la sua straordinaria cultura e per la passione con cui insegna, per la moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, per la dedizione con cui segue i suoi allievi. Sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre. Un amore incancellabile. Con una tesi su Flaubert, alcuni anni dopo, si laurea con lode il 19 novembre 1935. Coltiva l’amore per la montagna  fin dal 1918, quando incomincia a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna. Ma Antonia vive dentro di sé un dramma esistenziale. Muore suicida il 3 dicembre del 1938
 
Amore di lontananza
Ricordo che, quand’ero nella casa                                     
della mia mamma, in mezzo alla pianura,
avevo una finestra che guardava                                 
sui prati; in fondo, l’argine boscoso
nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,
c’era una striscia scura di colline.
Io allora non avevo visto il mare
che una sol volta, ma ne conservavo
un’aspra nostalgia da innamorata.
Verso sera fissavo l’orizzonte;
socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo
i contorni e i colori tra le ciglia:
e la striscia dei colli si spianava,
tremula, azzurra: a me pareva il mare
e mi piaceva più del mare vero.
Milano, 24 aprile 1929

lunedì 23 novembre 2015

Giornata mondiale conto la violenza sulle donne





Nel 1979, in Italia, lo stupro era ancora considerato un reato contro la morale. Chi commetteva una violenza sessuale veniva processato per aver violato la moralità pubblica e il buon costume e non per aver commesso un  crimine contro la persona. La normativa fu cambiata, dopo un lunghissimo iter parlamentare, con la legge n.66/96 denominata “Norme contro la violenza sessuale”, che rappresentò una vera rivoluzione copernicana nella classificazione del reato. Il Codice Rocco, ovvero il codice penale risalente al 1931, tuttora in vigore pur se epurato dalle norme più autoritarie, per 65 anni aveva perpetuato un approccio di 'benevolenza' verso gli stupratori, declassificando il loro crimine a semplice violazione alla pubblica morale: annacquava lo 'scandalo' ad un'offesa del comune senso del pudore, tralasciando del tutto la tutela della vittima. Sottesa c'era una mentalità – purtroppo ancora largamente diffusa – secondo la quale la donna Circe quasi quasi aveva a tal punto tentato il proprio carnefice da essere correa. Ed è soltanto in tempi molto vicini a noi che avviene una soluzione di continuità proprio con la nascita di una nuova cultura che condanna la violenza coniugale. Nemmeno questa più aspra tutela e le pene più severe comminate hanno comportato una riduzione del numero degli episodi di violenza né la loro gravità. Oggi anche nei Tribunali e in molti processi si usa il termine femminicidio che, nella sua più ampia accezione, indica qualunque attentato, sorretto da consenso sociale, contro la vita della donna che provochi o meno la sua morte. Tale parola, dopo una timida comparsa nel XIX secolo in testi giuridici inglesi, rispuntò nel 1990, ad opera di due studiose, la docente femminista di Studi Culturali Americani, Jane Caputi e la criminologa Diana Russell. La legge che riconosce nella violenza sessuale un delitto contro la persona è entrata in vigore il 15 febbraio del 1996. Il 15 febbraio del 2016 ricorre il suo ventennale, un'occasione che potremmo cogliere per riflettere su eventuali emendamenti che rendano la legge stessa, in base a questi quattro lustri di vigenza, maggiormente incisiva e introducano azioni preventive a tutela delle potenziali vittime.
Il delitto di violenza sessuale viene previsto dall’art. 609 bis c.p. il quale indica che chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da 5 a 10 anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa. La legge 15 febbraio 1996 n.66, oltre a modificare sostanzialmente le ipotesi incriminanti in materia, ha disposto lo spostamento dei delitti sessuali all’interno del codice penale dagli artt. 519 ss agli artt. 609 bis a 609 decies e dal libro riservato ai delitti contro la moralità pubblica e il buon costume al libro secondo dedicato ai delitti contro la persona. Lo stupro con cui si definisce la violenza carnale è anche un’onta, un disonore, una vergogna per la donna stuprata, non per lo stupratore. In questo spostamento del disonore da chi compie l’atto e chi lo subisce sta l’operazione perpetuata nei secoli dalla nostra cultura, in ogni sua declinazione sociale plasmata dagli uomini, che rende la donna colpevole e meritevole delle violenze subite. La violenza sulla donna permane ancora largamente un’emergenza. La società nel suo complesso, fatte salve alcune voci maschili significative, è incapace di assumerla come emergenza. E’ questo lo scoglio. E’ qui che dobbiamo continuare la nostra azione. Il primo processo di stupro fu mandato in onda dalla RAI il 26 aprile 1979. L’idea di documentare un processo per stupro scaturì in seguito a un convegno internazionale sulla violenza di genere tenutosi nell’aprile del 1978 nella Casa delle Donne a Roma. Allora la parola stupro non esisteva. Fu l’avvocato Augusta, detta Tina, Lagostena Bassi, a introdurla e a imporla alle coscienze.  Nota come uno dei più agguerriti avvocati per la difesa dei diritti delle donne e fondatrice misconosciuta di Telefono Rosa, Tina Lagostena Bassi difese Donatella Colasanti, una delle due vittime (quella sopravvissuta) dell'eclatante stupro del Circeo, contro uno dei tre del 'branco', Angelo Izzo nel processo che seguì. Un delitto per il quale due su tre dei colpevoli rimasero praticamente impuniti e ricoverarono all'estero.
In un’intervista del 2007, un anno prima della sua morte, Tina Lagostena Bassi sottolineò come la trasmissione in TV del processo svoltosi al Tribunale di Latina fu scioccante perché si rendeva visibile la maniera in cui gli avvocati difensori potevano essere altrettanto violenti degli stupratori nei confronti delle donne incalzandole sui dettagli della violenza o sulla vita privata della parte lesa, trasformandola in imputate. L’atteggiamento che emergeva in aula era quello che una donna di buoni costumi e di morale ineccepibile non poteva essere violentata; che se c’era stata una violenza, questa doveva evidentemente essere stata provocata da un atteggiamento sconveniente da parte della donna; che se non c’era una dimostrazione di avvenuta violenza fisica o di ribellione, la vittima doveva essere ritenuta consenziente. Una morbosità mai rinnegata, che oggi ritroviamo anche nelle trasmissioni tv. Quanti di voi hanno notato come, nella puntata dedicata alla tragica morte di Yara Gambirasio, vi sia stata una descrizione sadica dello stato delle mutandine dell'adolescente ritrovata uccisa e delle torture subite da lei prima di morire? Anche quella è violenza alle donne. In quella sede processuale a Latina l’avvocato difensore disse che una violenza carnale con fellatio poteva essere interrotta…con un morsetto. Sarebbe passata immediatamente a chiunque la voglia di continuare. La violenza carnale è il contrario della sessualità. E’ nient’altro che una voglia insana e demoniaca di calpestare il proprio simile, un altro essere umano. E’ umiliazione, è mortificazione. La magistratura, oggi, è un’alleata fondamentale nella battaglia delle donne contro la violenza. La preparazione culturale di giudici e magistrati su questi temi è cresciuta molto in questo trentennio, da allora. Ci sono magistrati che hanno prodotto sentenze innovative, ed altri che rimangono inchiodati a concezioni passatiste (ricordate la sentenza della Cassazione sull'assoluzione di uno stupratore perché la vittima indossava i Jeans, emanata in tempi vicinissimi proprio alla legge 66/96?) ma la questione è anche politica. Per i reati di mafia lo Stato giustifica misure eccezionali in quanto riconosce una generalizzazione di criteri e comportamenti criminali nella cultura mafiosa. Questo non accade per i reati sessuali che non sarebbero connotati di omogeneità. Non vi sarebbero comportamenti, cause, mezzi modalità generalizzate, sicché ogni caso si differenzia dall’altro, senza che venga riconosciuta l'esistenza di una 'cultura dello stupro, atavica e ancora predominante. Molte donne, oggi,  non trovano  il coraggio di denunciare le violenze subite perché non vedono futuro, perché si sentono sole, perché lo Stato non le tutela, perché non si sentono protette abbastanza. Spesso le vittime di violenza domestica nascondono la loro verità dietro un paio di lenti scure.  Gli  occhi gonfi e il  pugno ancora incastrato sugli occhi. E mentono, persino, al Pronto Soccorso degli ospedali: un po' per un senso di vergogna e di autocolpevolizzazione che non riescono a svellere dalla propria coscienza, un po' perché sembra una denuncia inutile, tanto non c'è chi dà loro un'alternativa economica e logistica alla convivenza col proprio tormentatore.
 
Queste donne sventurate camminano mostrando al mondo una maschera di apparente 'normalità',  cercando di nascondere a tutti il proprio dramma, con il sangue che pulsa sempre più forte dentro le loro arterie, con la spina dorsale piegata sotto il peso di questa onta continua. Il corpo meno aduso alla lotta che spesso impedisce loro di ribellarsi. Decidono di nascondere le botte, perché le scuse sono tante, valide fino a prova contraria. La più banale funziona sempre: sono caduta dalle scale, ho sbattuto contro l’antina dell’armadietto. Costrette a celare il dolore e la rabbia sotto una serie di artifizi, perché gli schiaffi, se sono forti,  lasciano lividi violacei sulle guance. Si cancellano dopo alcuni giorni. Incassare colpi in faccia indebolisce. L'alito dell'aggressore puzza di vino, o di birra o di alcol, poco importa di cosa; il loro assalitore, con cui si ha consuetudine o persino labile o niuna conoscenza, le pupille dilatate per l'ira o per l'uso di stupefacenti, di anfetamine o chissà Dio, barcolla nei movimenti. Ti ha battuta come si fa con un sacco. Hai ancora nelle narici l’odore rancido delle sue tante sbornie, della sua aggressività artificiosa. Perché l'odio, l'ira puzzano, stordiscono anche l'olfatto. Per sopravvivere alla rabbia, tutte le volte che le prendi ti rannicchi in un angolo;  la rabbia ti morde e ti monta dentro fino a quando non ce la fai più.  Lui sa di vino, o forse whisky, o di chissà che... Ha appena trovato nuova eccitazione in qualche sciagurato filmino hard, ché su  Internet o nelle tv satellitari ce ne sono tanti...I bambini dormono già da qualche ora e devi controllare le grida, per non svegliarli. Per non traumatizzarli con quest'orrore. Non hai voglia di fare l’amore ma lui ti ha prende con la forza.  Cerchi di ribellarti, serri le gambe ma non ce la fai. Sei come morta.Gli schiaffi sono schiaffi, i pugni nello stomaco sono pugni nello stomaco… i lividi sulla pelle scompaiono solo dopo giorni.
 
Un compagno violento è un compagno violento. L’anello più debole di chi si trova ad essere vittima di simili energumeni sono le donne. Da sempre oggetto di violenze gratuite per dileggio degli uomini che le possiedono, da sempre non riconosciute nella loro soggettività e nella loro capacità di autodeterminarsi e, per questo, persino quando hanno ruoli pubblici e professionali, sottomesse. Oggi la violenza contro le donne è sempre più riconosciuta per quello che è: una minaccia contro la democrazia, un ostacolo alla pace duratura, un fardello per le economie nazionali e una spaventosa violazione dei diritti umani. D'altronde la mitologia greca non era forse fondata su una discendenza scaturente da ripetuti stupri; non era Zeus lo stupratore per eccellenza? E lo stupro di massa è uno strumento di assoggettamento bellico diffuso dalle origini del mondo. Lo attesta Sant'Agostino, ne' 'La Città di Dio'; nel '99 ricordiamo le donne kosovare, vittime di stupri etnici; ed oggi lo stesso accade con l'ISIS. In Italia, si spera, sempre più persone credono che la violenza contro le donne sia non solo inaccettabile ma anche evitabile, poiché sempre più autori dei crimini sono puniti, sempre che le vittime denuncino senza sentirsi abbandona a sé stesse, il cambiamento per fermare la violenza contro le donne cresce sempre più profondo e forte. Questa non è solo una questione femminile, è una questione umanitaria. La responsabilità è di tutti, uomini e donne insieme. Insieme per davvero.

martedì 17 novembre 2015

Questa nuova guerra fatta a pezzi





 
 
 
 
 
 
 
Nemmeno mentre cantava l’inquietudine della sua generazione il poeta Baudelaire ha mai smesso  di meravigliarsi della Bellezza di Parigi : Montmarthe, Marais, il lungo Senna, la vecchia collina che ha visto Picasso, Van Gogh e Modigliani, il quartiere di Marais e il Quartiere Latino da lui tanto amato.   

La bella etoile, la stella che ieri brillava, si è spenta insieme agli infiniti raggi della Torre Eiffel. Raggi che non sono morti ma che hanno accompagnato, in queste ore, i ragazzi  del teatro Le Bataclan, lungo tutto il lungo tratto perché potessero non camminare al  buio. 

In queste ore  le parole di Hemingway suonano amare : ci sono due posti al mondo dove possiamo vivere felicemente: a casa e a Parigi.  Oggi il destino di Parigi ha deciso per lei. La vecchia, elegante signora sanguina. E’ stata ferita al cuore.  Se potesse,  Baudelaire le reciterebbe questi splendidi versi:  “ Ero per strada, in mezzo al suo clamore. Esile, alta, in lutto, maestà di dolore, una donna è passata. Con un gesto sovrano l’orlo della sua veste sollevò con la mano. Era agile e fiera, le sue gambe erano quelle di una scultura antica. Ossesso, instupidito, bevevo nei suoi occhi umidi di tempesta la dolcezza che incanta e il piacere che uccide. Un lampo…e poi il buio! …”

La democrazia europea ha reso il nostro futuro preda dei miliziani e del Dio che invocano, portandoli ad uccidere in nome di un odio scellerato che vuole colpire la nostra  libertà e la nostra democrazia.  Valori che ci hanno resi donne e uomini  liberi. Valori che  appartengono alla nostra storia, che fanno parte del nostro codice etico, che sono alla base della nostra civiltà.

Corrono  voci che i miliziani potrebbero ancora attaccare Parigi. Sono voci  che giungono  da lontano, dalla Siria offesa e ridotta in brandelli, dalla Cecenia sottomessa al Califfato caucasico mancato. Voci che  intonano un nuovo canto. E’ una strana melodia  dai toni stonati, gracchianti,  che invoca la guerra. E’ un canto che si carica di acuti sgrammaticati che inneggia alla sottomissione, la nostra. Un canto che brinda con il sangue dei francesi. Voci che giungono in Occidente come una litania, una litania folle, carica di rabbia e di distruzione. Se potessi darle un volto, gli darei il volto del demone. Orribile, sanguinario, maledetto.

E così, davanti a  tanta ferocia, si resta attoniti, quasi anestetizzati. E allora ti accorgi che stai vivendo una nuova guerra: una guerra fatta a pezzi come la definisce il Papa. Una guerra che forse sarà difficile prevedere ed arginare nel nostro prossimo futuro perché potrebbe  minare  la nostra libertà.  Le vite di ciscuno di noi potrebbero cambiare. Il mondo potrebbe non essere più  in pace. Ma io voglio ancora sperare e canto. Canto il canto dei francesi, di quelli  fuori dallo Stade de France, dove si stava disputando Francia-Germania: “….Liberté. Liberté, Liberté. Combats avec défenseurs! Combats avec tes défenseurs!...”

mercoledì 11 novembre 2015

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò (dal Pervigilium Veneris)


Inno a Venere e all’amore, il Pervigilium Veneris, poemetto tramandato dall’Anthologia latina, una raccolta di componimenti e collezioni poetiche del periodo compreso tra il VII e il X secolo, era un inno alla dea che veniva cantato alla vigilia della festa primaverile di Venere genitrice, celebrata in Sicilia all’inizio della primavera. Ignoto è l’autore ma, per l’esaltazione dell’amore, della fecondità e della fioritura, per le lodi a Venere come potenza fecondatrice della donna, che tradisce una religione matriarcale poco diffusa nel mondo romano e, dunque, attribuibile solo ad una concezione femminile, per lo spirito in generale che permea i versi, molti studiosi ritengono che sia sicuramente opera di una donna. L’immaginario mondo descritto è dominato dalla legge dell’amore alla quale soggiace e partecipa festosamente l’intera natura, eppure nella chiusura del carme, alla dolcezza e all’abbandono di tutte le creature, continuamente sottolineato da una specie di refrain che riassume l’attesa gioiosa di tutto il componimento, si sostituisce un velo di malinconia perché l’autore non partecipa alla gioia collettiva. L’inno, che si serve di un lessico poetico apparentemente popolare, ma tradisce la raffinatezza e il preziosismo della poesia dotta, dei poeta e novelli e di Catullo, per la straordinaria musicalità e per il fascino emanato dalle suggestive, talvolta anche leziose, immagini può essere considerato un piccolo capolavoro
 









 
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
Ecco la nuova primavera, la primavera dei canti; di primavera è nato il mondo, di primavera concordano gli amori, di primavera sposano gli uccelli e la foresta spiega la sua chioma dalle piogge fecondatrici. Domani la congiungitrice degli amori tra le ombre degli alberi intreccia verdi capanne con ramoscelli di mirto. Domani detta Dione le sue leggi dall’altissimo trono.

Ami domani chi non amò mai. Domani ami chi amò.

Essa di floride gemme dipinge la purpurea stagione, essa i boccioli che gonfiano al soffio di Zefiro sospinge nelle loro corolle: essa della lucente rugiada che l’aura notturna depone, diffonde le umili stille. Ecco splendono le lacrime tremanti tratte giù dal loro peso: la goccia che sta per cadere pende inerte nel suo piccolo globo. Ecco le fiorenti porpore hanno già svelato il pudore. Quell’umore che gli astri stillano nelle notti serene domani tutte si sposino le vergini rose. Fatta del sangue di Venere Ciprigna e di baci d’Amore e di gemme e di fiamme e della porpora del sole, domani il rossore, che si nascondeva sotto l’ignea veste, la rosa non si vergognerà di sciogliere dall’unico boccio.

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La voluttà feconda i campi; i campi sentono Venere. Lo stesso Amore, figlio di Dione, si dice nato in campagna. Mentre la terra rifioriva, essa lo accolse al suo seno, essa lo educò coi delicati baci dei fiori.
 
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.

La stessa dea ordinò alle Ninfe di recarsi nel bosco di mirti;
Cupido, suo figlio, accompagna le fanciulle; tuttavia non si può dire che Amore stia in riposo visto che porta con sé le frecce. Andate, o Ninfe. Ecco che Amore ha deposto le frecce, è in riposo; gli è stato ingiunto di venire con voi disarmato, gli è stato ingiunto di venire nudo affinché non posa nuocere a nessuno con l’arco e con le frecce o con la fiaccola. Tuttavia, o Ninfe, state attente perché Cupido è bello: egli è tutto in armi anche quando di esse è spoglio.

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.

Ecco già sotto alle finestre i tori stendono i loro fianchi, sicuro ognuno del nodo coniugale ond’è avvinto. Sotto l’ombra coi mariti ecco i greggi belanti delle pecore: e pure gli uccelli canori non volle la dea che tacessero. Già i garruli cigni riempiono gli stagni del loro rauco strido, all’ombra del pioppo echeggia il canto della fanciulla di Tereo, sì che tu credi che sensi d’amore ella esprime con la gola armoniosa anziché lamentare la sorella per il barbaro marito. Lei canta e io taccio. Quando viene la mia primavera? Quando sarò come la rondine e finirò di tacere? Ho perduto tacendo il mio canto, e Febo non mi considera più. Il silenzio perdette così la tacita Amicle.

Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
 

 

 

 

 

venerdì 6 novembre 2015

La Madonna col Bambino


 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Parmi vederti a me venire
Madonna in bianca veste
e altra dolcezza più non sentii
sul cuore in traversata.

Di celeste Tua letizia ognuno s’empie
mentre Tu, d’amor gentile
l’aria governi col Tuo canto
che di luce vermiglia, il ciel dipinge.

Come divina stella appari
Madre
fiorita nel volto Tuo di rose
splendente di tepore
e lieve nell’ali di faville.

Nel secolo nostro
il sole non si leva e la luna non riposa.

Concedi la pace
fra le mura dell’altrui gente
che di rogi e avversità fuggono la vita
e di artigli feriscono ogni bene.
                                                     Antonetta Carrabs

 
Cappella del Voto di SIENA
Dalla cupola, ci si sposta al transetto di destra, dove si apre la cappella del Voto che accoglie un'immagine carissima alla città di Siena, che, anche nel Medio Evo, era fortemente immersa nel culto mariano: La Madonna col Bambino ora attribuita a Dietisalvi di Speme. Attorno a questo culto, dell'icona della Madonna con il Figlio, si è costruito il più bell'intervento barocco della città, per volere di Papa Alessandro VII e per mano di Gian Lorenzo Bernini, incaricato dell'opera nel 1660.
Al Bernini e alla sua enorme maestria dobbiamo le due sculture che aprono la cappella: La Maddalena, vero virtuosismo barocco, e San Girolamo. La cappella è a pianta circolare con otto belle colonne di marmo verde antico che, si dice, furono fatte portare qui da S. Giovanni in Laterano. Ai lati dell'immagine sacra, posta dentro una teca retta da due angeli dorati e sormontata da due putti e dallo stemma pontificio, pregevoli le statue in marmo di San Bernardino e Santa Caterina, di Ercole Ferrata e di Antonio Raggi.