domenica 18 ottobre 2015

Nessuna donna più


 
Ieri Artemisia oggi Anna, Roberta, Francesca,  Federica……sono le storie di tante donne, mogli, o ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che non sono state ai patti, che hanno disubbidito o che si sono ribellate. Sono storie comuni, di quelle che la cronaca nera chiama delitti passionali. Sono storie di morti annunciate che nessuno è riuscito ad arginare; sono casi giudiziari che a volte sono riposti nei cassetti dei cosiddetti raptus di follia. Questa iniziativa richiama un dramma antico che ha visto, a partire da Artemisia Lomi Gentileschi, tante altre donne vittime di violenza da parte degli uomini che sono diventati i loro orchi, i mostri, pronti anche ad uccidere. La maggior parte delle vittime non ce la fa a denunciare il proprio aguzzino per paura, per le possibili ripercussioni, per vergogna, per non ammettere il fallimento del proprio matrimonio, per preservare i figli.

La storia di Amelia è la storia di una donna qualunque che, come tante altre donne, ha subito la violenza domestica e ha avuto il coraggio di denunciare il proprio compagno di vita. Ho raccolto il suo urlo silenzioso affinchè possa raggiungere i cuori di tutte quelle donne che si sono arrese alla violenza per paura, per bisogno di sopravvivenza, per rassegnazione.
A tutte voi dico: DENUNCIATE! Non permettete a nessuno di farvi del male. MAI.

Nessuna donna più
di Antonetta Carrabs

Sono vittima di violenza domestica da alcuni anni. Il mio ex compagno, dopo un periodo di cassaintegrazione, ha perso il lavoro. L’azienda ha chiuso per aprire in Romania e la situazione in casa non è stata più la stessa. Dietro un paio di lenti scure, la mia verità. Ho ancora davanti l’immagine dei miei occhi gonfi e il suo pugno ancora incastrato sugli occhi. Cammini leggera cercando di nascondere al mondo il tuo dramma, ma il sangue pulsa sempre più forte dentro le tue arterie. Gli altri non vedono. Gli altri non devono vedere e basta. Devi sopravvivere. Sono arrivata a pesare quasi 40 kg, signor giudice, per colpa delle continue violenze che ero costretta a subire. Aveva incominciato a bere.  Sono di colpo precipitata in un girone infernale. La mia vita prima era normale, signor giudice. Una vita qualunque come tante altre. Una famiglia modesta, un marito, due splendidi bambini, una casa decorosa, un lavoro da commessa in un supermercato. Poi un giorno tutto precipita. La mia spina dorsale disegna ancora grani di rosario sotto la pelle. Questo corpo così sottile mi ha impedito per lunghi mesi di ribellarmi a questa persona che oggi è qui in aula, seduta alle mie spalle. Questa persona un tempo era il mio compagno di vita, la persona che avevo deciso di amare.
 
 
Oggi non voglio neanche incrociare il suo sguardo. Dai demoni si fugge. Ho sempre nascosto le botte. Le scuse erano tante, la più banale funzionava sempre: sono caduta dalle scale, ho sbattuto contro l’antina dell’armadietto. Nessuno si è accorto di me, o forse hanno preferito non vedere, non chiedere nulla. Tante sono state le volte in cui ho dovuto nascondere il mio dolore e la mia rabbia sotto un paio di occhiali scuri perché gli schiaffi, se sono forti, lasciano lividi violacei sulle guance. Se sono qui è perché guardando i miei bambini mi sono resa conto che non c’era più nessun motivo per avere paura. Ho visto in faccia la libertà… da lui, dalle sofferenze, dalla rabbia. Incassare colpi in faccia col tempo ti indebolisce, e così tutte le volte che mi maltrattava e mollava la presa dai mei capelli io cadevo con la schiena contro il muro. Indurivo lo stomaco per paura di ricevere qualche altro pugno in pancia. Negli ultimi due anni il mio ex compagno aveva perso il lavoro e questo l’aveva reso nervoso e in preda ad attacchi di ira. Le serate trascorse al bar erano un incubo per me perché sapevo che ritornava sempre ubriaco ed ogni piccola insignificante scusa era buona per attaccare lite. Quando senti che la chiave ha fatto l’ultimo giro nella toppa trattieni il respiro nella speranza di vederlo rientrare sobrio. Ma lui ha ancora bevuto. L’alito puzza di vino, o di birra o di alcol, poco importa di cosa. Ha le pupille dilatate, barcolla nei movimenti. E allora pensi: meno male che i bambini sono già a letto e non possono sentire. Non urlo per non farli svegliare. Quante volte ho trattenuto la rabbia serrando così forte le labbra  fino a farle sanguinare! In questi ultimi mesi la situazione è diventata ancora più difficile, le spese in casa purtroppo c’erano e solo con il mio lavoro di commessa non riuscivamo a sbarcare il lunario.
 
Un giorno, per un futile motivo, si è arrabbiato tanto da sferrarmi un pugno così violento da rompermi una costola. Non potevo permettermi di stare a casa, signor giudice. Mi sono imbottita di antidolorifici e sono andata a lavorare lo stesso. Non riuscivo a stare in piedi, non riuscivo a respirare bene. Ricordo di essere rientrata a casa prima. E tutte le volte il solito rituale: scuse e promesse. Ma tanto sapevo che sarebbe stato tutto inutile. Quella sera aveva bevuto più del solito. Il bambino più piccolo non riusciva ad addormentarsi e piangeva di continuo. Io non riuscivo a farlo smettere. Ci ho provato in mille modi ma niente, Il pianto non si arrestava. E lui ha incominciato ad arrabbiarsi. Mi ha urlato addosso di tutto. Ricordo che mi ha battuta come si fa con un sacco. E’ da così tanto tempo che non ricordo più cos’è la vita senza ferite da curare o emozioni da nascondere. Ho sopportato questo calvario di violenze per tanto tempo perché non vedevo una via d’uscita. E ogni volta mi illudevo che sarebbe andata meglio, che le cose sarebbero cambiate, che lui sarebbe cambiato. Dovevo resistere, dovevo farlo per i miei figli. Mi illudevo, si, mi illudevo tutte le volte. Il giorno dopo, come sempre, lui non ricorda più nulla.  E’ gentile, premuroso, mi chiede sempre scusa, mi promette che sarebbe cambiato, che non avrebbe più bevuto. Ma la realtà ritorna sempre  puntuale. Sempre la stessa.  Ho avuto il coraggio di ribellarmi quando ha incominciato ad alzare le mani sui bambini. No, signor giudice, i bambini, no! Ai suoi occhi io apparivo debole, impotente, ed era vero perché nelle mura della mia casa io non vedevo più finestre né porte. Ero prigioniera. Prigioniera di me e della mia vita. Trovavo sempre una motivazione per restare e non andarmene via. E allora lo perdoni e attribuisci all’alcool tutte le colpe. Lo scagioni. Ho ancora nelle narici l’odore rancido delle sue tante sbornie. In quei casi non c’erano vie d’uscita e allora restavi lì, cercando di schivare il più possibile i suoi pugni. E, per soffocare la rabbia, tutte le volte che le prendevo mi rannicchiavo in un angolo e cercavo di sopravvivere alla violenza. Cercavo di sopravvivere per i miei bambini. Quante volte la rabbia mi ha preso a morsi e mi è montata dentro! Ma poi andavo incontro al mostro e cercavo di buttarmi alle spalle le violenze del giorno prima. Non ho mai sporto denuncia fino a quando non ce l’ho più fatta signor giudice. Un giorno la rabbia mi è arrivata alla testa. Il suo sguardo mi aveva spaventato più delle botte. Mi ha strattonato, mi ha fatto cadere. Ho incominciato a sanguinare. Ovunque mi girassi sanguinavo.
 

 Ricordo di aver camminato nel vento fino alla prima stazione di polizia, con un brivido che mi saliva lungo la schiena. Quindici anni sono una vita passata insieme. Sono tanti. Ho chiesto aiuto. Ho alzato le mani alla vita. Avevo ormai sopportato un calvario di violenze per troppo tempo e tutte le volte mi convincevo che sarebbe andata meglio, che le cose sarebbero state diverse, che lui non avrebbe più bevuto. Ma poi tutto si ripeteva come un copione. Ricordo che quel giorno, come tante altre volte, sapeva di vino, o forse whisky. Non lo so, ma d’altronde non avrebbe cambiato nulla. I bambini dormivano già da qualche ora e io mi ero appena addormentata. Non avevo alcuna voglia di fare l’amore ma lui mi ha preso con la forza. Ho cercato di ribellarmi serrando le gambe ma non ce l’ho fatta. Ero come se fossi morta. Non volevo svegliare i bambini. A volte si fa prima a non dire nulla. Pensi che poi tutto passi. Speri che passi. La mattina dopo ho visto la mia vita con occhi diversi. Come avevo potuto non capirlo prima? Gli schiaffi sono schiaffi, i pugni nello stomaco sono pugni nello stomaco. I lividi sulla pelle scompaiono dopo giorni. Un compagno violento è un compagno violento. Un uomo violento non merita l’amore e il silenzio. Un uomo violento merita una denuncia
 
Le opere sono dell'artista Maria Micozzi

 

domenica 4 ottobre 2015

La rivoluzione dei fiori

 La luce, la notte, le stelle, l'acqua, le nuvole, il fuoco, le piante, gli animali, i fiori…La natura ha da sempre abitato la poesia e con la sua voce ha dato voce alla poesia.

E’ di qualche giorno fa  l’appello dell’artista e scrittore inglese John Berger a ritrovare il senso delle nostre vite all’interno dell’ordine naturale delle cose, non in quello globale, avido e totalitario in cui viviamo. Berger si sofferma sulla necessità che ha avvertito, in quest’ultimo periodo, di disegnare prevalentemente fiori, spinto da una curiosità che aveva poco a vedere con la botanica o con l’estetica. La domanda che l’aveva assillato era se, in questo nostro tempo, le forme naturali: un albero, una nuvola, un sasso, un fiume, un fiore potessero essere percepiti come messaggi. Messaggi non verbalizzabili, naturalmente, né indirizzati a noi. E allora si chiede se è possibile leggere le apparenze naturali come testi. Alberi, nuvole fiumi ci parlano e ci invitano a un’altra resistenza. Ma quale resistenza? Quale rivoluzione?  Chiamiamola: La rivoluzione dei fiori.
 
Nel 1974 ci fu una rivoluzione, in Portogallo. Fu chiamata La rivoluzione dei garofani. Fu un colpo di stato incruento attuato da militari dell'ala progressista delle forze armate del Portogallo che pose fine al lungo regime autoritario fondato da Antonio Salazar e che portò al ripristino della democrazia nel Paese, dopo due anni di transizione tormentati da aspre lotte politiche.
Il garofano fu eletto a distintivo e simbolo di queste gesta. I cittadini iniziarono ad offrire questi fiori rossi ai soldati che li inserirono per lo più nelle canne dei loro fucili, dando luogo a quella che più tardi venne definita come una favola rivoluzionaria, che pose questo piccolo paese al centro dell’attenzione europea.
Nello stesso giorno partì l’operazione di liquidazione della polizia politica (PIDE) che aveva tiranneggiato in nome della dittatura a spese del popolo portoghese, venne chiusa la loro sede nel centro della capitale che oggi è stata trasformata nel museo della resistenza. Il 25 aprile 1974, il Movimento delle Forze Armate, coronando la lunga resistenza del popolo portoghese e interpretando i suoi sentimenti profondi, ha rovesciato il regime fascista.  
 
Partiamo dalle rose, da sempre Piccole Afroditi decantate dai poeti
 
 
 



 
 
 
 
 
 
 
 
“..le rose folte e larghe
stavano immerse in certe coppe di cristallo
che si levavan sottili da una specie di stelo dorato
slargandosi in guisa d’un giglio adamantino…

nessuna altra forma di coppe eguaglia

in eleganza tal forma…”
                                             Gabriele D’Annunzio
 

I Romani usavano gettare petali di rose per la strada al ritorno dei condottieri vittoriosi, facendone un uso immoderato. Nerone, per esempio, fece piovere sui suoi convitati petali per 4 milioni di sesterzi. Cleopatra, nel ricevere Antonio, ne fece ammassare sul pavimento una quantità pari all’altezza di un’auna. Lutero ne aveva stampata una sul suo sigillo. Nel Sian è credenza che il genio del bene sia nato in un boschetto di rose, mentre la leggenda maomettana le fa nascere dal sudore del profeta. Libri interi non basterebbero a raccontare l’incanto che la regina dei fiori esercita da sempre sugli uomini. E da sempre, più di ogni altra cosa, la rosa è la donna e l’amore. Profano e cortese come insegna il Roman de la Rose, oppure sacro, come spiega Bernardo di Clairvaux. Monza, con il suo roseto, il Museo della rosa antica di Modena, i Giardini della Mandriana, vicino Roma, il Royal National Rose Society Gardens a St. Albans in Inghilterra, o le verdi architetture del Roseraie du Val-de-Marne in Francia
 
Rosa, o tu per eccellenza cosa già compiuta
che si contiene all’infinito

e all’infinito si diffonde, oh testa

d’un corpo assente per eccesso di dolcezza,

nulla vale quanto te, suprema essenza

di questo permanere fluttuante;

di questo spazio d’amore: in esso

appena noi/muoviamo un passo,

il tuo profumo vaga intorno.”                                     
                                               Rainer Maria Rilke
 

Rosa purpurea

Ti avevo cantato una canzone.
Tu tacevi. La tua destra tendeva
con dita stanche una grande,
rossa, matura rosa purpurea.

E sopra di noi con estraneo fulgore
si alzò la mite notte d'estate,
aperta nel suo meraviglioso splendore,
la prima notte che noi godemmo.

Salì e piegò il braccio oscuro
intorno a noi ed era così calma e calda.
E dal tuo grembo silenziosa scrollasti
i petali di una rosa purpurea. 
                                         HERMANN HESSE
 

LA MALÌA E LA ROSA

 
Se nel parlare

il gioco dei ruoli s’intrica,

la dolcezza si gonfia

e, sotto i capelli neri,

la pelle è irresistibilmente bianca,

è luna crescente.

 

Se guardi invece

la mezzaluna nera

è Lilith che ti attira

nella sua corrente oscura,

e improvvisamente

tutto è assenza:

lontane e offuscate

non afferri le parole

che pure hanno inciso

i petali della rosa nascosta,

 

O profumata prigioniera

del mio chiostro di Ninive,

tra tormentati contrasti,

breve sollievo ricorrente,

ti riconosco mia rosa,

mentre l’angoscia preme il petto

e impiomba il respiro.

 

Attento!

Che non sia la mano dello spettro,

l’Utukku cattivo,

la febbre delle paludi,

o Sattan funesto

che ti afferra e brucia,

o la fiamma ad olio

soffiata via e spenta

e il ghiaccio sudore

che ti togli la vita.
 

Occorre pregare

il sole Samas

con la mano del cuore alzata,

invocare la sua rosa di luce

che soffi via questa malìa!

Paolo Pezzaglia da “Le rughe della Luna”

 

 
Rose ai pilastri

Rose ai pilastri, rose lungo i muri
e dentro i vasi, da per tutto rose
che sbocciano fiammanti e sanguinose
come ferite sopra i seni impuri.

Rose thee dai bei labri immaturi
dalle fini ceramiche untuose,
rose di siepe, rose rugiadose
avvinghiate ai cancelli e ai vecchi muri.

Eruzione di rose nei giardini,
di rive sanguinose ed odorose,
vive e rampanti per la mia ringhiera.

Rose e rose ne i miei vasi murrini
rose odorose, rose sanguinose
rosee bocche della primavera!
                                               ANDREA ZANZOTTO

 
I FIORI
  1.  
  2.  
  3.  
  4.  
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  6.  
  7.  
 
 
La bellezza carnosa e sgargiante del gladiolo; i gialli e gli arancioni della zinnia; i grandi calici bianchi della magnolia; il profumo "aspro e delizioso" del narciso e quello tenero della viola; lo spettacolo solenne di una vecchia quercia caduta; la fragilità malinconica di un pesco piegato dal föhn. E il passaggio delle stagioni, lo straordinario mutare delle forme e dei colori: il verde dei "prati tempestati dalla prima fioritura allegra e multicolore"; le tinte cariche, turgide dell'estate inoltrata; le impareggiabili luci dell'autunno. Scrittore sensibilissimo alla natura, osservatore partecipe della vita vegetale, Hermann Hesse ha trovato nel giardino, nei propri giardini, da quello bernese a quello sul lago di Costanza a quello amatissimo della Montagnola, un luogo prediletto del riposo, della riflessione, dell'ascolto, della scrittura.

 Per te io curo questi fiori
 
Per te io curo questi fiori,
fulgido assente!
Si fendono le vene di corallo
della mia fucsia - ed io semino e sogno -

I gerani si tingono di chiazze -
umili margherite si frastagliano -
dirada il cactus le spinose punte
per mostrare la gola -

Stilla aromi il garofano
presto colti dall'ape -
un giacinto nascosto
sporge il capo arruffato -
esalano profumi
del fiale così tenui
che ti domandi come li serbassero -

Fiocchi di raso spargono le rose
sferiche sulla ghiaia del giardino -
pure - tu non sei qui -
e vorrei che i miei fiori
non avessero piu' rossi colori -

Che sia felice il fiore
e il suo signore - assente -
mi dà solo dolore -
in un calice grigio mi rinchiudono -
umilmente - per esser d'ora in poi
la tua margherita -
in lutto di te!
 
                         EMILY DICKINSON
 

Andavo per i campi
così, per conto mio,
e non cercare niente
era quello che volevo.

E lì c'era un fiore
che nella vita mai
ne vidi uno più bello.

Volevo coglierlo,
ma il fiore mi disse:
possiedo radici,
e sono ben nascoste.

Giù nel profondo
sono interrato;
per questo i miei fiori
son belli tondi.

Non so amoreggiare,
non so adulare;
non cogliermi devi,
ma trapiantare.
                           Wolfgang von Goethe
 
Da un gradino d'oro - fra i cordoni di seta, i veli grigi,

i velluti verdi e i dischi di cristallo che s'anneriscono

come bronzo al sole - vedo la digitale aprirsi su un tappeto

di filigrane d'argento, d'occhi e di capigliature.

Monete d'oro giallo sparse sull'agata, colonne di mogano

sorreggenti una cupola di smeraldi, mazzi di raso bianco

e fini verghe di rubino circondano la rosa d'acqua.

Simili a un dio dagli enormi occhi azzurri e dalle forme

di neve, il mare e il cielo attirano alle terrazze di marmo la folla

delle giovani e forti rose.

                                             ARTHUR RIMBAUD
 

Ortensia blu

Così come l'ultimo verde nelle tavolozze dei colori
queste foglie sono vecchie, appiattite e ruvide,
dietro le ombrella dei fiori che non possiedono
un loro blu, ma lo riflettono solo da lontano.
 
Lo riflettono opaco ed impreciso,
come se volessero di nuovo perderlo,
e come nell'antica carta da lettere blu
in loro c'è il giallo, il viola e il griggio;

scolorito come un grembiule da bambino
non più portato, a cui non accade più niente:
come si percepisce la brevità di una piccola vita.

Ma all'improvviso il blu sembra rinnovarsi
in una delle ombrelle e si vede un blu
commuovente contento dinnanzi al verde.
                                                            RAINER MARIA RILKE

 

I fiori e il pessimismo di Leopardi

 Da un passo dello Zibaldone del 22 aprile 1826, quello in cui Leopardi ci parla di un giardino bello e perfetto nel suo insieme “Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate nel patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali… Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare,… in tutto il giardino tu non trovi una pianticella  sola in istato di sanità perfetta.

Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via… Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli.

Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro… Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì,  possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima,  e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale…”.