venerdì 16 agosto 2019

Monza - Gran Premio di Formula 1 e il racconto di Gianni

Il sindaco di Monza Dario Allevi ha annunciato le iniziative che accompagneranno dal 6 all'8 settembre 2019 il Gran Premio di Formula 1 che anche quest'anno vedrà in città una moltitudine di tifosi e turisti stranieri. Vi propongo, per l'occasione, la lettura di questi tre articoli scritti nel carcere di Monza da Gianni, un ex detenuto, che di corse automobilistiche se ne intendeva molto. Gianni ha fatto parte della redazione Oltre I Confini, il giornale scritto da un gruppo di detenuti che da un anno seguo puntualmente tutte le settimane e che il Cittadino di Monza pubblica ogni due mesi con un inserto di 8 pagine. 

Nella mia carriera di preparatore prima e di pilota dopo, ho vissuto e sperimentato tutte le innovazioni tecnologiche legate alle auto da competizione che sono diventate sempre più potenti e performanti. L’impiego smisurato dell’elettronica e i regolamenti assai discutibili, costruiti in nome di una presunta diminuzione dei costi, purtroppo limitano le prestazioni dei piloti che reprimono il loro spirito da combattenti per sottostare ai consigli tecnici dei vari team. Alla luce delle mie esperienze sul campo penso, resto fedele alle competizioni automobilistiche del passato dove il pilota era il vero protagonista e faceva la differenza. Le auto da corsa venivano messe a punto su misura del pilota e non come adesso che tutto è calcolato al computer. Con questo non voglio dire che i piloti di oggi siano meno bravi di quelli di ieri, ma sono di certo molto più facilitati. Mi chiedo: l’estrema sofisticheria ingegneristica si concilia bene con l’automobilismo sportivo? I piloti oggi mi sembrano robottizzati e rendono quasi noiose le gare. La formula uno non si sta allontanando sempre di più dalla gente? Gli addetti ai lavori sembrano vivere nella loro torre dorata, è venuto meno il contatto personale fra piloti e spettatori, si punta maggiormente sui media. La Formula 1 è una giostra di lusso dove i giostrai si arricchiscono, ma continua ad affascinare il suo pubblico per il rischio e la spettacolarizzazione.  in questi ultimi tempi la ricerca tecnologica ha fatto sì che le auto siano migliorate in affidabilità e sicurezza anche grazie alla professionalità dei loro tecnici ed ingegneri.  Non nascondo che gli interessi economici che gravitano in questo mondo sono a beneficio soprattutto delle case automobilistiche che puntano esclusivamente ai loro interessi. Ma i piloti? In questo mondo di business il pilota appare come un burattino senz’anima. Mi auguro che si possa ritornare a vivere quella sana competizione fra team, e che i nuovi padroni del CIRCUS F.I.A. possano vivacizzare le gare rendendole non una banale corsa solo per raggiungere il traguardo ma incerte ed interessanti per tutti gli sportivi e i tifosi che seguono fedelmente questo meraviglioso sport. E’ vero che la Formula uno è il trionfo dell’immagine, della luce, della temerarietà. Ogni gesto assume un significato sacrale nella provvisorietà del momento. Ogni clic ferma un frammento di vita. Sono attimi fuori dal tempo, istanti densi di ansia e di passione, ma anche di tensione. La formula uno brucia le certezze e gela le speranze. Tutt’intorno il frastuono dei motori, di elicotteri, di passi. Le urla dei tifosi. Il mondiale è mille storie da raccontare. Dietro ad ogni curva c’è l’incognita, la sorpresa, la panoramica delle visioni che si allontanano e che poi ritornano. I piloti sfidano il vento fra i colori che si mischiano con l’odore degli eucalipti, delle adelaidi, delle buganville di Rio, della lavanda del Castelet, del mare di Montecarlo, del verde respiro di Monza. Un altro giorno, un’altra pagina un altro sogno, un’altra sfida, un altro anno.

Ayrton Senna

Vivendo nel mondo delle corse automobilistiche, ho conosciuto tantissimi piloti, alcuni diventati poi campioni del mondo. Questo mi ha dato la possibilità di conoscerli molto a fondo. Vi racconterò di loro svelandovi aneddoti e curiosità della loro vita. Parto con Ayrton Senna. L’ho incontrato la prima volta durante il mondiale di Kart di Parma. Ho avuto immediatamente il sentore di quanto fosse antipatico e quanto fosse un pilota “scorretto”. I nostri incontri, in principio, sia in pista che fuori, non sono stati idilliaci. Poi, dopo un chiarimento fra di noi, tutto è cambiato e ne è nata se non una vera amicizia, di sicuro un’intesa durata nel tempo. Ayrton mi ha sempre ribadito che in gara, come in battaglia, non ci sono amici ma quello che più conta è vincere. – La paura non è incontrollabile- mi ripeteva spesso – ci vuole molta forza di volontà. Se un incidente grave o mortale ti coinvolge emotivamente, se a 300 Km orari pensi che una gomma possa scoppiare o che ci possano essere problemi ai freni nella tua prossima curva, vuol dire che non stai facendo correttamente il tuo lavoro. Ricordati che devi arrivare in gara con meno emozioni possibili. Io ho in testa un deviatore posizione gara. Penso soltanto alla competizione. Quando tutto è finito ritorno “in fase normale”, torno ad essere un umano come tutti. - Abbiamo avuto modo di chiacchierare e confrontarci spesso. Ayrton era ritenuto antipatico per i suoi comportamenti in pista e per essere particolarmente sincero quando c’era da contestare la gestione della Formula1. Ayrton è arrivato in F1 giovanissimo, è normale che abbia commesso errori, ma ha avuto modo di dimostrare tutto il suo talento vincendo 3 campionati del mondo. Più diventava famoso e più acquisiva il coraggio per contestare il sistema. Era maturato in quelle torri dorate: le sue considerazioni erano rivoluzionarie per quell’ambiente. Ci siamo ritrovati spesso a parlare di volontariato. Ayrton mi ha confessato che, a differenza di molti ricchi che voltavano le spalle alla povertà, lui aveva sempre fatto beneficenza e in silenzio, senza sbandierarla ai quattro venti. Sapeva che facevo volontariato, guidavo allora l’ambulanza. Mi ripeteva sempre: - Gianni, se guidi come guidi in pista, poveri malati!-  Era nato in Brasile e conosceva molto bene le condizioni dei meninos de Rua e quanto fosse importante per loro il suo aiuto. Nel 1988, dopo il suo terribile incidente sul tracciato di Montecarlo, Ayrton si avvicina a Dio come mai aveva fatto prima. – Sono stato cattolico come tanti- mi diceva- poi qualcuno mi ha fatto capire alcune cose. Sai, leggo la Bibbia ed è lì che immancabilmente trovo le risposte ai miei tanti dubbi. Ti consiglio di farlo anche tu. – Fino a quel fatidico 1maggio del 1994, Ayrton mi aveva spesso raccontato di aver subito più volte minacce a causa della sua eccessiva onestà e trasparenza. – Ci sono stati momenti in cui alcune persone hanno cercato di distruggermi, ma non ci sono riusciti, anzi mi hanno rafforzato. E’ difficile cambiare il mondo ma sono convinto che ognuno di noi possa dare il suo contributo. Quello che faccio per la povertà non l’ho mai dichiarato. -  E per questo ho sempre rispettato questo suo desiderio di non rendere pubblica la sua grande generosità. Custodisco di lui segretamente tante cose. Non so cosa sia passato nella testa di Ayrton quel 30 aprile del 1994, giorno in cui perse la vita Ronaldo Patremerser. Sono certo che il 1 maggio del 1994 Ayrton è entrato in macchina con il deviatore sulla gara, senza emozioni, come mi ripeteva sempre. Ricordo la frase che mi ha detto prima dell’incidente e che non dimenticherò mai: Sai Gianni, dall’alto Gesù mi aiuta e mi guida. In questo mondo molti valori sono compromessi. Noi tutti abbiamo il compito di difenderli. Lo ripeto spesso in modo che coloro che hanno le orecchie aperte per ascoltare e comprendere possano capire.  Lo dico perché è un mio dovere di credente farlo. – Avrebbe potuto dare ancora molto Ayrton. Forse sarebbe stato l’unico in grado, per la sua sensibilità, di rendere la Formula1 meno arida. Ma questo non solo per la Formula1. Peccato che non ne abbia avuto il tempo

ERO UN PILOTA AUTOMOBILISTICO

Quando si parla di gare automobilistiche si pensa subito al mondo dorato dei piloti famosi e strapagati. L’automobilismo è fatto anche di piloti privati, come lo sono stato io, che condividono tutti i rischi dei loro colleghi famosi, pagando di tasca propria tutti i costi per poter partecipare alle competizioni su strada. I piloti privati, di norma, sono o benestanti e per questo possono permettersi macchine al top, oppure “fai da te” con la passione irrefrenabile per le corse e gareggiano con vetture “fatte in casa”. Proprio come è successo a me. Lavoravo come meccanico in un’officina specializzata nelle elaborazioni di auto da corsa. L’occasione mi si presenta quando un cliente decide di “appendere il suo casco al chiodo” e vendere la sua vettura con tutto il materiale: ricambi, gomme, etcc..Rimaneva soltanto il muletto, la vettura usata per le prove. Decido di comprarlo per costruire una vera auto da corsa e poter diventare un vero pilota. Era una Opel Ascona 400 gruppo 4. Un gran bel mezzo per incominciare. Contatto subito Vittoriano, un amico di vecchia data, che aveva molta esperienza avendo fatto il copilota in diversi rally. Vittoriano era un uomo divertente che amava la musica, suonava la batteria. Aveva sempre preferito fare il copilota e non aveva interesse per la guida. “Io preferisco stare seduto a destra con il mio cronometro e le note. A guidare ci pensa il pilota” gli sentivo sempre ripetere questa frase a chi magari gli chiedeva spiegazioni. Costruire una vettura da corsa non era uno scherzo sia per il costo sia per l’impegno. Di giorno dovevo lavorare e tutto il tempo libero iniziai a dedicarlo alla nostra auto. Anche di notte, il sabato, la domenica e ogni festività, compreso il Natale. Mancava poco più di un mese alla prima gara della stagione. Era il rally della Val Varaita . La macchina era pronta. Bisognava fare la ricognizione e le prove pre gara. Il legame fra me e Vittoriano si fa sempre più stretto per tutte le ore insonni passate in officina. Era il mio navigatore. Nei rally i piloti devono fidarsi ciecamente dei loro navigatori e io mi fidavo di Vittoriano perché quando ti siedi sul sedile anatomico prima dell’inizio di una gara, allacci le cinture a quattro punte e indossi il casco, macchina pilota e navigatore diventano un’unica cosa.  Arriva il giorno della gara. Portiamo la macchina per le verifiche pre-gara. Era bellissima! Blu e gialla, i nostri colori preferiti. Aveva sei adesivi dei nostri sponsor. Dopo l’ok attacchiamo sulle portiere i numeri e attendiamo la partenza. Il casco e la cintura sono allacciati, l’interfono è acceso. Il rumore del motore e degli scarichi è forte. Mancano due minuti alla partenza. Vittoriano mi informa sulle prime due curve DxS e Sx5. La sua voce mi dà sicurezza. VERDE! Partenza! Vittoriano legge le note. Perfetta sintonia. A metà gara, per un problema al motore, dobbiamo ritirarci. Io ero abbastanza contrariato ma Vittoriano mi dice: “dai non prendertela, ci faremo la prossima volta. Andiamo a farci una birra.” Poi le gare si susseguiranno fra alti e bassi. Arriviamo a fine stagione collezionando qualche ritiro, ma anche qualche soddisfazione. Prima dell’inizio della nuova stagione, mancavano alcuni mesi che ci avrebbero permesso di potenziare la macchina. Ancora notti e festivi trascorsi in officina con Vittoriano. Eravamo un’anima sola! Pronti per il primo rally Valli del Bormida. Vinciamo il raggruppamento e decimi assoluti con ottimi risultati. Arriviamo a metà stagione. Al rally della Lanterna, la gara valida per il campionato europeo, mancavano un paio di settimane. Ci contatta il responsabile della Ford France proponendoci di correre per loro con un’auto ufficiale. Era la nostra occasione. Mettiamo la “nostra bambina “a riposo sotto un telo, in officina, e incominciamo a provare. Avevamo finalmente anche noi un muletto e meccanici a disposizione. Le auto WRC sono potentissime, con circa 650 cavalli, e molto difficili da guidare. Dovevamo dimostrare alla scuderia di essere all’altezza della situazione, ma il compito era difficile. Vittoriano non perde il suo buon umore. Arriviamo a Genova il giorno prima della gara con un borsone contenente casco e tuta. -Strano, pensai. - Di solito eravamo abituati a spostarci con il furgone pieno di ricambi, di gomme, carrello e macchina. I meccanici ci fanno salire sulla macchina: è il nostro primo contatto con il mezzo. Bisogna regolare sedili, pedaliere, sterzo…secondo le nostre esigenze. Facciamo le verifiche e restiamo in attesa dell’indomani: giorno della partenza. Trascorremmo una notte insonne. La tensione era altissima. La partenza della gara era fissata alle ore 7,00. Noi eravamo, con i nostri meccanici, vigili, accanto alla macchina già dalle 5,30. Ci allineiamo per la partenza. Il semaforo è rosso. Dopo aver allacciato le cinture, i caschi, e collegato l’interfono, ci stringiamo la mano come facevamo sempre. E’verde! Via. Accellero e chilometro, dopo chilometro, prendo sempre più confidenza con la vettura. Andiamo fortissimi. Vittoriano non sbaglia una nota. Nell’auto la temperatura è elevatissima. Dopo la quarta prova speciale siamo terzi assoluti. Non male, ma potevamo fare ancora meglio. Nella prova successiva il cambio di velocità ci crea dei problemi e ci costringe al ritiro. Vittoriano impreca, io sono scuro in volto. Non l’avevamo presa bene, ma Vittoriano ancora una volta non perde il suo buonumore: “corriamo con i migliori, Gianni. Ce la possiamo ancora fare a vincere il campionato.” Al parco assistenza i responsabili del team ci incoraggiano, confermandoci la loro fiducia. La gara successiva è il rally del Bormida. E’ la nostra preferita. Conosciamo le prove speciali a memoria. “ è la prova speciale dello Scravaion dove tu vai fortissimo- mi dice Vittoriano- possiamo vincere.” Arriva il giorno della gara. E’ sabato, sono le 7,00 circa. Siamo in posizione e pronti per la partenza. Il pubblico è con noi, con striscioni e scritte. Eravamo a casa. Tutto è perfetto. Tutto sembra andare per il meglio. Siamo secondi assoluti. Andiamo fortissimo. E’ quasi notte. I fari supplementari illuminano la strada. Stiamo arrivando in cima. E’ il tragitto che preferisco. Il tratto è quasi in piano con una sequenza di curve da fare in pieno per poi affrontare la discesa. Siamo all’ultimo tornante. Incomincio ad accellerare:2-3-4-5-6-7 dentro tutte le marce. Il display indica con il rosso la massima velocità: 230 km orari, circa. Le note scorrono veloci. Vittoriano mi incita: “vai, bravo, così” All’improvviso il dramma. La macchina scarta sulla destra. L’urto è violento. Poi il volo nella scarpata. La macchina rotola molte volte. Vedo le spie sul cruscotto e i display che girano. Poi si ferma. Il silenzio è totale. Riesco a sentire il rumore del vento del bosco. Chiamo il mio amico. “Stai bene?” - gli chiedo- Nessuna risposta. E’ buio, non riesco a vedere nulla. Ci sono dei rami dentro la vettura, c’è del fumo. Aziono l’interruttore per disattivare l’impianto elettrico. Quando sei bloccato in macchina la cosa più pericolosa è il fuoco. Sento le voci dei soccorritori che si avvicinano. Non riescono ad aprire la portiera, poi la forzano con una leva e mi fanno uscire. Sono frastornato. Vedo tanta gente intorno che, nel frattempo era accorsa. Risaliamo la scarpata con fatica. Chiedo con insistenza del mio copilota. Mi ripetono che sta salendo anche lui. Non sono affatto tranquillo. Mi dicono che è sull’altra ambulanza, c’è il medico con lui. Nel frattempo arriva un’automedica. Io sto abbastanza bene, a parte lo spavento, non ho nulla di rotto. Il portellone dell’ambulanza si apre. Il medico mi viene incontro e mi comunica che il mio amico non ce l’ha fatta. Sono disperato. Continuo ad interrogarmi se quello che è successo sia stato causato da un mio errore, se si è rotto qualcosa nel motore, se ne valeva poi la pena rischiare la vita così. Ho trascorso da allora giorni e notti insonni. Avevo deciso di lasciare le corse. I responsabili del team, i meccanici mi ripetono che, per superare questo strazio devo andare avanti, devo risalire al più presto sulla macchina. Mi ripetono che l’incidente è avvenuto per la rottura di una sospensione posteriore, ma il senso di colpa rimane dentro. Avevo perso un amico. Correre con un altro copilota mi sembrava una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Ma c’erano i contratti, gli sponsor. E così riprendo a correre con un altro copilota. Ci prepariamo per il rally delle Palme. Alla partenza della gara sento nell’interfono la sua voce. E’ fredda. Era la prima gara senza Vittoriano. Le prove speciali si susseguono. Andiamo molto bene con la classifica. Mi sto abituando al nuovo navigatore, ma la mia guida non è tranquilla. Mancano ancora alcune prove speciali. Non vedo l’ora che il rally finisca. E’ sera. Mancano pochi minuti alla partenza della prova speciale. Allaccio il casco e la cintura. Guardo distrattamente il commissario e vedo una luce fortissima. E’ Vittoriano. Ha la tuta e due grandi ali. Mi sorride. Mi fa segno di andare e mi batte le mani. Il semaforo è verde. Via! Non riesco a partire subito. Il copilota mi urla nell’interfono: “E’ verde, andiamo!” gli rispondo: “tranquillo, vedrai che rimontiamo. Vittoriano è con noi.” Da quel giorno ho ripreso a guidare con la forza di prima perché sapevo che il mio amico era con me. Sono certo che gareggerà felicemente fra le nuvole. Ogni tanto viene a salutarmi e fa il tifo per me. So che mi proteggerà sempre.
 

mercoledì 10 luglio 2019

La storia della maison FENDI



La storia della maison Fendi viene alla luce nel 1918 dalla ventenne Adele Casagrande. Tutto ha inizio nel centro di Roma, in un negozio di pellicce e cuoio di via del Plebiscito. Nel 1925 Adele sposa Edoardo Fendi e decidono di vivere in quell’appartamento sopra il negozio dove nasceranno poi le loro cinque figlie: Paola, Anna, Franca, Carla e Alda. Un anno dopo il loro matrimonio, Edoardo e Adele Fendi, aprono la loro prima boutique. Nel 1946, dopo la morte di Edoardo, le figlie decidono di lavorare nell’impresa di famiglia con diversi ruoli: Paola che è la più creativa si occuperà della parte artistica; Franca, pragmatica e commerciale, sarà la responsabile acquisti; Carla si occuperà dell’ufficio stampa e Alda sarà responsabile dell'atelier e del laboratorio di pellicce; ad Anna andrà il compito di seguire l'ufficio progettazione e licenze.
 
 
Nel 1964 le Fendi aprono una nuova boutique e un atelier di pellicceria in via Borgognona, una delle più prestigiose strade di Roma. Sarà solo nel 1965 che il sesto fratello Fendi: Karl Lagerfeld, entrerà a far parte del team creativo della maison. Incomincia, così, una prestigiosa collaborazione con il giovanissimo Lagerfeld che perfezionerà una serie di studi su particolari tecniche di lavorazione della pelle.  «Ricordo bene il primo incontro con Karl Lagerfeld – dichiarerà Anna Fendi in un’intervista- era il 1965, aveva i capelli lunghi e gli occhialini scuri, lo sguardo acuto.  Mi colpì la sua straordinaria capacità di disegnare. Siamo cresciuti insieme, con Karl. Non amava pensare al passato, ma si proiettava sempre verso il futuro. E’ indimenticabile il nostro passato trascorso con lui.” Questo legame diverrà la grande storia d’amore più lunga della moda. Sarà grazie alle pellicce che negli anni ‘80 il marchio entra a far parte della cerchia ristretta dei brand di lusso più importanti del Made in Italy.  E sarà in quegli anni che Karl Lagerfeld creerà il logo di Fendi, acronimo di Fun Furs, formato da una doppia F, utilizzato poi a formare una texture per la fodera delle valigie. La boutique raddoppierà in via Piave dove accoglierà anche l’atelier di pellicceria. Inizia una vera rivoluzione nel mondo della moda. Carla Fendi ricorda come tutto ha avuto inizio: "Mia madre, orfana di padre, raggiunse a Firenze la zia per poter lavorare. All’epoca poche donne lo facevano. Gli zii avevano una pelletteria. In seguito la mamma si fidanzò con mio padre e tornò a Roma per aprire la loro pelletteria, aggiungendo una piccola guarnizione di pellicceria: il manicotto, il cappello, la sciarpetta.” Il 1970 segnerà un periodo importante per Fendi: si aprirà il decennio della collaborazione con il grande cinema italiano da Luchino Visconti, a Federico Fellini, a Franco Zeffirelli, a Mauro Bolognini. Tutti vogliono le pellicce Fendi per i personaggi dei loro film. Nel 1974 Silvana Mangano in Gruppo di famiglia in un interno, uno dei tanti capolavori di Visconti, indosserà una delle loro pellicce.
 
A seguire Sophia Loren, Diana Ross, Jacqueline Kennidy Onassis, Soraya, Liza Minnelli, Monica Vitti che diventeranno anche amiche delle sorelle Fendi. Nel 2000 il marchio entra nella galassia di Lvmh, il più grande gruppo del lusso al mondo: l’anno successivo acquisterà la maggioranza della società. Nel 2016, per i suoi 90 anni Fendi ha festeggiato con una magnifica sfilata alla Fontana di Trevi e con la mostra al Palazzo della Civiltà Italiana dell’Eur. Fendi è una bella storia italiana, la maison che rappresenta la cultura del nostro Paese e il suo rinnovamento.
 
Sul numero di LEI STYLE di luglio 2019 il mio articolo su FENDI
 
 

martedì 9 luglio 2019

Johnny Cash e June Carter - Walk the line



“Un giorno ci sposeremo” queste furono le parole pronunciate da Johnny a June Carter, cantautrice e attrice statunitense, dopo averla incontrata in una gita scolastica a Nashville. E così accadde, nel 1968, dopo i loro rispettivi divorzi.  "Mi sentivo come se fossi caduta in un pozzo infuocato, e stavo letteralmente bruciando viva." dirà la bella June. Il loro fu un amore folle.  Johnny, per i più The man in black, per la sua attitudine ad indossare abiti neri, è stato cantautore, chitarrista e attore statunitense, icona della musica country. I suoi brani spaziavano su più generi: dal Rock and Roll al Rockabilly, al Blues, al Folk, al Gospel e proprio per questo motivo venne introdotto nella Country Music Hall of Fame and Museum, nella Rock and Roll Hall of Fame e nella Gospel Music Hall of Fame. Visse il successo con un impatto devastante nella sua vita, portandolo ad abusare di anfetamine e stimolanti per reagire allo stress, che gli procurarono un arresto e un collasso per overdose. Johnny smise con le droghe per amore della sua June di cui si innamorò perdutamente; in una lettera le scrisse: “Ci leggiamo nella mente, pensiamo allo stesso modo. Sappiamo cosa ciascuno vuole dall’altro senza neanche chiedere…Tu mi spingi a dare sempre il meglio di me. Sei l’oggetto del mio desiderio, sei la prima ragione sulla terra della mia esistenza. Ti amo tanto”.
 
 
La loro unione è stata la più grande storia d’amore del ventesimo secolo, è  durata 35 anni, fino all’anno della morte di June, nel 2003: “Il dolore è così forte che non c'è modo di descriverlo" dirà Johnny al suo pubblico di oltre 1600 persone durante un concerto in Virginia. June, come aveva previsto, in una sua canzone cantava: se sarò davvero io la prima ad andar via, e, chissà come, mi sento che sarà così, quando sarà il tuo turno non sentirti perso perché sarò io la prima persona che vedrai. Così, senza aprire gli occhi, aspetterò su quella spiaggia finché non arriverai tu, e allora vedremo il paradiso. Johnny, alla sua morte, verrà sepolto accanto a lei «questa cosa, fra noi due, va avanti dal 1961, non voglio fare nessun viaggio se lei non può venire con me». Nel 1994, in occasione del 65esimo compleanno di sua moglie, Johnny le scrive una delle più belle lettere di tutti i tempi: Buon compleanno principessa, ormai siamo vecchi e ci siamo abituati l'uno all'altra. La pensiamo nello stesso modo. Leggiamo la mente dell'altro. Sappiamo quello che l'altro vuole anche senza dirlo. A volte ci irritiamo anche un po'. Forse a volte ci diamo anche per scontati. Ma ogni tanto, come oggi, medito su questo e mi rendo conto di quanto sono fortunato a condividere la vita con la più grande donna che abbia mai incontrato. Continui ad affascinarmi e ad ispirarmi.
 
La tua influenza mi rende migliore. Sei l'oggetto del mio desiderio, la prima ragione della mia esistenza. Ti amo tantissimo. Buon compleanno principessa, John”. June Carter Cash morirà a 73 anni il 15 Maggio 2003, a seguito di complicazioni sopraggiunte durante un intervento cardiaco e sarà sepolta al Jardines Hendersonville Memory di Hendersonville, nel Tennessee. Johnny Cash la raggiungerà qualche mese più tardi, il 12 settembre 2003, a seguito di complicazioni respiratorie dovute al diabete. Il loro amore è stato narrato nel film, vincitore di tre Golden Globe, diretto da James Mangold e interpretato da Reese Witherspoon e Joaquin Phoenix.
Walk the line – Quando l’amore brucia l’anima”.

(Il mio articolo pubblicato sul magazine ORA luglio 2019)

 

mercoledì 12 giugno 2019

Il ruolo sociale del poeta

Il poeta assume un ruolo sociale quando coinvolge, con la poesia, persone in situazioni di fragilità, di disagio dovuto a malattie, condizioni di disabilità, alla carcerazione, alla fase finale della vita. In situazioni difficili la persona, anche se assistita da familiari ed amici, può sentirsi sola, non solo per problemi di vita pratica, ma piuttosto per la difficoltà a comunicare, speranze, sentimenti, la propria sofferenza emotiva-psichica. È importante incontrare chi è disposto ad ascoltare. La poesia diventa così narrazione.
La poesia diventa bene comune. La poesia con verso libero, libera dai limiti imposti dalla rima o dalla metrica. I poeti diventano facilitatori, compagni di viaggio, si mettono al servizio della poesia consapevoli di non voler insegnare nulla, ma avranno l’obiettivo di trasmettere il valore della poesia come bene comune.


Poesia fuoristrada: è un titolo che esplica una zona di confine, una zona ai margini.
Nel 2014 insieme al professore Giuseppe Masera, ex direttore dell’Oncoematologia pediatrica all’ospedale San Gerardo di Monza diamo vita all’iniziativa PoetiFuoristrada Un progetto pilota, unico in Italia, che si realizza con la finalità di portare la poesia alle persone fragili. A Monza, quindi, il primo laboratorio-campione supportato dai poeti facilitatori: dai poeti e non poeti, scrittori e volontari selezionati che si impegnano a beneficio di bambini e giovani adulti affetti da importanti patologie.

Il progetto si ispira ai Talleres di poesia di Ernesto Cardenal Potrebbe riassumersi in poche di Ernesto Cardenal: Poesia è ciò che scriviamo come poesia. Poesia è ciò che viviamo come poesia. E’ un modo di agire, di stare al mondo, di convivere con gli altri e con quello che ci sta intorno. E’ aperto a tutti ma, nella prima fase, porrà una speciale attenzione al lavoro con persone, o con gruppi di persone, in situazioni di "fragilità. L’iniziativa ha, quindi, radici lontane. Ci riporta ai primi anni ’80 in Nicaragua. A quei tempi Ernesto Cardenal, prete rivoluzionario, era Ministro della Cultura del governo sandinista; andava affermando che in ciascun essere umano esiste un poeta potenziale in grado di esprimersi senza necessariamente seguire i canoni della poesia tradizionale, ma servendosi del verso libero. Una poesia obiettiva, narrativa e aneddotica, fatta con gli elementi del mondo reale e con cose concrete. Una poesia lontana dagli accademismi, una poesia impura. Cardenal è stato l’iniziatore e promotore di questa corrente poetica, da lui definita esteriorista. «Secondo il professor Giuseppe Masera la parola scritta migliora la vita: è terapeutica e aiuta a star bene. Può diventare il transfer creativo dei sentimenti e delle emozioni di ciascuno. Può contribuire al superamento delle difficoltà espressive che vivranno la loro pienezza ed autenticità proprio attraverso il verbo. Ogni protagonista avrà modo di lasciare, attraverso la parola scritta, la sua impronta, la sua creazione. Il pensiero potrà esplicarsi e modellarsi e ogni opera scritta sarà intrisa del vissuto e della vita di ciascuno. La malattia può essere opportunità? Valorizzare le potenzialità che tutti abbiamo può aiutare ad affrontare meglio anche le difficoltà e le sofferenze. La patologia può essere trasformata in una sfida a crescere, a sviluppare nuove competenze, a individuare obiettivi e significati esistenziali diversi Oggi, un crescente numero di studi dimostra che non occorre essere in buona salute per percepire benessere e una buona qualità di vita. Non solo. Un evento problematico come la malattia può avere conseguenze diverse sul benessere e sulla qualità di vita di una persona a seconda che sia visto negativamente, come fonte di minaccia e pericolo, o positivamente come sfida a crescere, a sviluppare nuove competenze, ad individuare nuovi obiettivi e significati di vita. Ed ecco allora il progetto “Malattia come Opportunità” che non si fonda su un’idea astratta ma piuttosto affonda le radici nelle conoscenze derivate dalla ricerca della Psicologia positiva: quella che, come spiegava Marcello Cesa Bianchi, decano della Psicologia clinica in Italia, «cerca di impostare l’intervento sul sano e sul malato tenendo conto delle potenzialità positive, considerando che valorizzarle può aiutare a porre la persona globalmente in una situazione tale da affrontare meglio anche le difficoltà e le sofferenze».


La mia malattia è un’opportunità
La malattia che ho incontrato è stata per me una vera opportunità, forse un privilegio
mi ha insegnato a non arrendermi, donandomi la forza di resistere
con lei al mio fianco ho recuperato i valori dell’amicizia
ho imparato a riconoscere il bene dal male.
Con la malattia ho scoperto il valore della mia stessa malattia
una nuova forza
la volontà di vivere e lottare
di considerare e dare valore alle persone.
Mi ha dato l’opportunità di leggere, di fermarmi a riflettere
di cercare in lei delle risposte
e scoprire che mi parla, a volte mii rasserena
mi ha insegnato ad essere più paziente
mi ha avvicinato alla religione e a Dio
acquisendo la consapevolezza dell’innocenza
perché anche lui come me ha portato la croce
mi ha regalato nuovi amici, amici veri
mi ha fatto apprezzare il valore della vita
rafforzandomi e allontanando le paure
mi ha fatto comprendere l’importanza delle cose più semplici
forse più preziose
come il valore della famiglia e delle relazioni
con lei al fianco ho imparato ad arrabbiarmi di meno
ho riacquistato il coraggio e la voglia di fare, di lottare
e di recuperare tutto quello che ho potuto perdere
ho rafforzato il carattere
ho acquisito la consapevolezza di valere
e la volontà e la forza di superare il dolore
La malattia mi ha dato l’opportunità di parlare
mi ha aiutato a ricordare
e così mi sono accorto di avere più tempo per riflettere
per comprendere la velocità del tempo che passa
per non aver paura
e dare maggiore fiducia alla vita e agli affetti.

Oggi sono consapevole di aver recuperato con la malattia maggiore sensibilità scoprendo la felicità di stare con gli altri
e la capacità di perdonare per un torto subito
non infierendo con chi il torto ti fa fatto
ho imparato a perdonare per stare meglio
allontanando la rabbia e imparando a cogliere e vivere
ogni attimo della vita che passa
La malattia mi ha condotto in questa struttura
agevolandomi e facendomi vivere meglio
qui ho imparato a mettere in primo piano, al vertice
la mia dignità perchè non voglio apparire diverso dagli altri
La malattia mi ha regalato consigli
mi ha aiutato a prendermi cura di me nel corpo e nell’anima
mettendo al primo posto più che la sofferenza del corpo
il benessere della mia anima.
Fra i suoi benefici ci metto anche la preghiera
il ricordo delle persone care che non ci sono più
l’armonia della famiglia, gli amici, la pace, la convivenza
ma anche quella nuova capacità di aver imparato con lei a dire di no

 
 
La resilienza - Poesia in ospedale
Nel 2014 un ciclo di incontri presso l’ambulatorio pediatrico della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dove insieme ad alcuni scrittori e giornalisti ho incontrato i bambini ai con i quali leggeranno e inventeranno nuove storie Referente del progetto Dr.ssa Lorenza Gandola, Responsabile Radioterapia Pediatrica, in collaborazione con la Sezione gioco-scuola in ospedale.
 
Nel 2006, su invito del prof. Giuseppe Masera Cardenal realizzò dei laboratori di Poesia con i bambini del Centro di Oncologia La Mascota, di Managua. Analoga esperienza, sempre su invito del prof. Masera, responsabile, allora della clinica pediatrica dell’Università Milano-Bicocca, fu replicata da me nell’anno 2009-2010 a Monza presso il reparto di Ematologia pediatrica dell’ospedale San Gerardo di Monza.

Quando un bambino entra in ospedale, è come se fosse portato nel bosco, lontano da casa. Ci sono bambini che si riempiono le tasche di sassolini bianchi e li buttano per terra, in modo da saper ritrovare la strada anche di notte, alla luce della luna. Ma ci sono bambini che non riescono a far provvista di sassolini, e lasciano cadere delle briciole di pane secco come traccia per tornare indietro. È una traccia molto fragile e bastano le formiche a cancellarla: i bambini si perdono nel bosco e non riescono più a tornare a casa. (Andrea Canevaro)
 
 
La musica delle parole è un laboratorio poetico che ho tenuto dall’ottobre 2009 e, per un anno intero, nel reparto di Ematologia pediatrica dell’Ospedale San Gerardo di Monza, su indicazione del professor Masera, responsabile, allora della Clinica pediatrica dell’Università Milano-Bicocca.. Secondo Masera, la poesia ha arricchito la strategia terapeutica nell’Oncologia pediatrica e ha aggiunto un ulteriore contributo alla terapia globale-olistica, dando ai bambini la possibilità di raggiungere la resilienza, la crescita positiva dopo il trauma della malattia e delle cure.

Citando Cardenal non so quanto grande sarà il beneficio terapeutico prodotto dalla poesia, ma vedo la grande allegria che crea quando la ascoltano e, ancora di più, quando la scrivono loro stessi…tutte queste poesie riunite sono come un inno alla bellezza della creazione…Una delle poche cose che mi piacerebbe poter sentire è: io ero un bambino malato di cancro e tu mi hai insegnato a fare poesia.
Ho realizzato il laboratorio poetico attingendo al metodo Cardenal in cui la poesia diventa “canasta basica”, bene comune di cui si vive, come il pane, l’acqua, l’aria. Al San Gerardo ho avuto modo di incontrare molte volte gli stessi bambini con i quali è stato più facile tessere quel filo di Arianna fatto di complicità e di fiducia che ha favorito la comunicazione e l’espressione. Attraverso la poesia i bambini hanno avuto anche modo di raccontare le loro paure, i loro bisogni e sentimenti, utilizzando il verso libero. Non è stato importante trovare la rima giusta, né rispettare la punteggiatura, l’ortografia, la lunghezza del testo. I bambini hanno avuto la licenza di scrivere qualsiasi cosa.
Affidandomi alle parole dei bambini posso così affermare che la poesia ha favorito la resilienza: “Vorrei dire a tutti che la mia esperienza pur mettendoti in difficoltà è un’esperienza positiva perché impari a vivere in modo diverso tutto questo fa nascere un bellissimo sentimento” (Lorenzo); la consapevolezza della malattia: “Mi affido a te per parlarti di questa febbre misteriosa che ho da venerdì di questa mia debolezza dei miei fremiti di vita” (Paolo);
il bisogno di dimora: “L’aria ha il profumo delle rose, una felicità che ha il sapore di cioccolato, c’è una casetta sull’albero grande, tutti insieme lassù siamo al sicuro, siamo protetti” (Josef);
il ricordo: “Ho conosciuto il silenzio di questa stanza dove ho incontrato i miei pensieri che sono andati sempre al mio caro Axel, un grosso pastore tedesco” (Alessandra)».

La resilienza
vorrei dire a tutti che la mia esperienza
pur mettendoti in difficoltà
è un’esperienza positiva
perché impari a vivere in modo diverso
tutto questo fa nascere un bellissimo sentimento… (Lorenzo, 12 anni )

Da questa esperienza nasce una pubblicazione: I miei sogni son come conchiglie (Collana BUR ragazzi Rizzoli ed. 2011) con la partecipazione di alcuni grandi poeti italiani.

Poesie in cui la parola conchiglia fa rima con pastiglia e la parola sera con stanza ospedaliera. Poesie con la febbre che non passa da venerdì, poesie con titoli-medicina, medicine così cattive che non basta la pallina di zucchero di Pinocchio, qui concedono persino l’abbinamento medicina-nutella. Siamo all’undicesimo piano dell’ospedale San Gerardo di Monza, bambini in lotta con la leucemia, le poesie le hanno scritte… Ma più il male fa male, più i bambini scrivono d’altro, dell’amato cane Alex che aspetta a casa, di supereroi che non si ammalano mai, di città di pastafrolla, del nonno Cesarino…—Vivian Lamarque (dal Corriere della Sera di sabato 11 giugno 2011).

Il volume è curato da Antonetta Carrabs, con prefazione del Prof. Masera, con postfazione di Gianni Tognoni. Operazione terapeutica contro la leucemia nata dal laboratorio di poesia La musica delle parole curato e seguito dalla scrittrice-poeta Antonetta Carrabs. I poeti italiani e le loro poesie Oldani, Cucchi, Piumini. Spaziani. Lamarque Farabbi

Il mio nemico Bactrim
C’era una volta
una tranquilla e allegra famiglia
che abitava sulle rive di un fiume
in un dolce paese.
Ma un bel giorno
il cucciolo di famiglia si ammalò
e dovette andare in ospedale.
In questo ospedale c’erano belle suite
bravi dottori, dolci infermiere
e un cibo insolito e monotono.
Purtroppo arrivò sabato
il giorno malefico del “Bactrim”.
In vari modi l’ho provato
ma sempre vomitato.
Orribile!
Dopo tanti svariati tentativi
all’ultima possibilità
eccola la via giusta: Nutella e Bactrim.
Una bella coppia
come gusti che ne dite?
Ma finalmente, dopo tante settimane,
la terapia finì e con quella anche
la brutta compagnia del Bactrim.
Sapete che fine ha fatto il Bactrim?
E’ volato giù dalla finestra.
Che gioia!
(Daniele)

 
Il progetto Poeti Fuori Strada

Il 16 marzo 2014 il progetto PoetiFuoriStrada prende il via, grazie al consenso del direttore Roberto Mauri, con 10 ospiti del Centro Geriatrico Polifunzionale San Pietro di Monza, una RSA inaugurata dalla Cooperativa La Meridiana nel 2001 per il ricovero a lungo termine di persone anziane non autosufficienti.

Poetifuoristrada è un titolo che esplica una zona di confine, una zona ai margini dell’espressività, in cui ognuno può, attraverso la parola, comunicare e interagire con il mondo. La parola diventa, quindi, uno strumento d’indagine sulle cose e sulle anime. Il verso libero, non legato ai criteri classici della rima e della metrica, favorisce la narrazione: è un atto di libertà profonda. Il metodo coinvolge persone in situazioni di fragilità e di disagio legate a gravi eventi che ognuno può incontrare sul suo cammino di vita: malattie, condizioni di disabilità, giovani carcerati, la fase finale della vita. In situazioni difficili la persona, anche se assistita da familiari ed amici, può sentirsi sola, non solo per problemi di vita pratica, ma piuttosto per la difficoltà a comunicare, speranze, sentimenti, la propria sofferenza emotiva-psichica. E’ importante incontrare chi è disposto ad ascoltare. E i Poeti facilitatori avranno questo compito. Attraverso la parola cercheranno di dotare la poesia e la narrazione di strumenti atti a interpretare e recuperare la realtà, atti a descrivere il mondo. La poesia sarà libera senza i limiti imposti dalla rima o dalla metrica, dalla sintassi o dall’ortografia. I Poeti facilitatori saranno consapevoli di non voler insegnare nulla, ma avranno l’obiettivo di trasmettere il valore della poesia come bene comune perché, secondo quanto va affermando in questi anni il professore Giuseppe Masera, la poesia può avere un ruolo terapeutico, può favorire la resilienza. 

Il PAESE RITROVATO

Un paese ci vuole per ritrovare gli amici e tutto quello che hai perso
Un paese ci vuole perché ti sa accogliere
Un paese ci vuole perché ti regala la gioia del ritorno
Un paese ci vuole perché ci puoi ritrovare amori vecchi e nuovi
Un paese ci vuole perché puoi riconoscere il luogo esatto da cui sei partito
Un paese ci vuole perché se ci trovi l’oratorio, ci puoi ritrovare la tua infanzia
Un paese ci vuole perché custodisce i ricordi e la memoria che hai smarrito
Un paese ci vuole perché ti riconsegna vocaboli e parole
Un paese ci vuole perché è fatto di vecchi cortili che odorano di bucato e antichi sapori
Un paese ci vuole perché ti riconsegna alla famiglia e agli affetti
Un paese ci vuole perché ti ricorda il tuo punto di origine
Un paese ci vuole perché sa aspettarti senza chiedere nulla
Un paese ci vuole perché sa custodire quella sana umanità che ti aiuta ancora a sperare.Un paese ci vuole per ritrovare gli amici e tutto quello che hai perso

 
Vivere nei grandi cortili”
La corte è il gioco di tutti
è stare insieme è divertimento.
ricordo il fuoco nei cortili a Sant’Antonio
le cose vecchie raccolte durante l’anno che bruciavano
i giochi intorno al fuoco
si mangiava, si cantava e si ballava
ricordo un grande ristorante all’aperto
il folklore di una comunità fatta di uomini, donne e bambini tutti insieme
 ricordo il pane con il pomodoro e l’origano
il pane con il burro e lo zucchero
il pane nero, il pane di segale
il pane con i cachi e i fichi rubati al contadino
che ci rincorreva se ci trovava a rubare
 ricordo il pozzo con il secchio e la corda
il lavatoio le donne che facevano la maglia
la sartina sempre per tutti
la signora che faceva i tortellini e ne dava un po’ ai bambini che giravano attorno
 ricordo gli uomini che andavano all’osteria
e tornavano ubriachi
le donne che stendevano le lenzuola a punto rodi sui balconi fresche di corredo
ricordo le donne a spettegolare sedute sulle scale sulle sedie di paglia fuori dalla porta
il cestino che scendeva dall’alto con la molletta per non far volare via i danè.
 Ricordo la signora acida e brontolona
che faceva scappare i bambini
che tirava i secchi d’acqua
e che per risposta si ritrovava i vetri rotti!
Ricordo l’arrotino, il moleta
la pizza che arrivava
lo straccivendolo che comprava panni vecchi
di lana o di cotone
ogni pezzo con un valore diverso
il signore che sistemava le pentole di rame
lo spazzacamino.
Ricordo i giochi da bambino moscacieca, cerchio, passerella, nascondino
bandiera, campana, mondo, pampano ad ogn uno il suo
il ricamo a punto erba con il tamburello
ricordo i giochi in strada si urlava “macchina” e tutti che si spostavano
poi via, quando era passata, pronti a a giocare
ricordo quando qualcuno si sposava in corte era tutta una festa
a Natale c’era un albero grande e un presepe per tutti.
 ricordiamo la corte con simpatia erano bei momenti di vita insieme.

 
Il profumo dei nonni
Il profumo dei nonni è fatto di frittelle al prezzemolo da bagnare nello zucchero
dell’odore di spezzatino e dell’anatra arrosto
dell’oca al forno cucinata col timo e le olive
dei << gambari >>fritti nell’olio bollente
dello stoccafisso del profumo delle torte ancora calde
del <<pan bon>> cotto con l’uva fragola sui mattoni ardenti
del pane e olio e pomodoro del pane con lo zucchero
del pane impastato con i fichi, l’uva americana a chicchi e le noci
che lievitava come un panettone
della mancia del nonno per comprare il gelato quando arrivava il carrettino e il signore gridava: Donne, gelati! della polenta al gorgonzola
che la nonna preparava al mattino, al pomeriggio e alla sera,
della montagnetta con il buco di cenere calda che sembrava un vulcano e le patate
da cuocere al centro delle zeppole della nonna
delle frittelle con le mele delle <<scrippelle>> abbruzzesi di Natale che la mamma offriva ai poveri

 
POESIA NEL CARCERE

Grazie alla parola da cui traspare l’amore/ a chi ha saputo appartenere ai miei giorni/ a chi sa e un poco anche a me. (Patrice)
L’incontro con Patrice è avvenuto in un pomeriggio di settembre del 2017, durante un laboratorio di poesia promosso da un docente del CPIA di Monza.  Da quel giorno e, per un anno, Patrice mi ha inviato, quasi tutte le settimane, le sue lettere intrise di versi e di vita reclusa. Lettere necessarie, lettere antidoto alla sua solitudine e allo smarrimento: qui dentro, il cuore diventa denso come pece e il sangue si rallenta. Scrivere per Patrice è stato salvifico, il suo tumulto di emozioni e di dolore ha trovato supporto nella poesia e nella parola a cui ha affidato tutto se stesso, senza risparmiarsi mai, Ma scrivere in un ambiente di cemento è difficile perché: qui si diventa come un aereo di carta, fragile, che non può nemmeno cercare di volare. Il carcere tende ad amplificare le emozioni, tutto viene percepito in modo alterato e questo può aggiungere dolore al dolore. Allora si cerca di sopravvivere, ognuno con il proprio manuale di sopravvivenza: per prima cosa è salvarsi il cervello, altrimenti viene mangiato dall’afasia di questo mondo parallelo fatto da rettangoli e cucito da quadrati, ovunque; la seconda è congelare il cuore. Farlo battere a bassa frequenza altrimenti provoca un suono cupo, troppo forte da contenere per la propria pelle; la terza è difendersi dal condizionamento che è altra cosa rispetto alla rieducazione; la quarta è trattenere la rabbia perché la galera stanca e sfianca gli animi. La sera, quando arriva, è nera. Le voci si spengono e così anche quei pochi colori che, durante il giorno, sono fatti di ritagli di cielo. Allora il silenzio stempera il cuore che non ce la fa a trattenere la solitudine e si abbandona, inerme, senza più difese. Capita spesso di pensare, quando si viene chiusi la sera. Capita un magone che leva il respiro. Dalla mia finestra riesco a intravedere un tratto di superstrada. Guardo le luci delle auto sfrecciare e immagino diverse solitudini. L’odore di un’automobile, l’odore dell’asfalto umido. E’difficile scrivere qui perché si vive un tempo congelato e si deve imparare a trattenere le emozioni. La parola, qui dentro, diviene paradossalmente un seme di libertà. La parola difende e grazia, smontando i pixel di questa irrealtà. Ho il mio corpo, lo vedo, come vedo i giorni che trasudano uno dopo l’altro ma, se non avessi la parola, cosa sarei? Un animale che ragiona per colori. Non è che la posseggo, la inseguo, certo, ma a volte fortunatamente l’afferro. E’mia. Continuo a scrivere e provare poesia, che è un modo di intendere. Lo può essere un silenzio, uno sguardo, una carezza. Anche un insulto? Se futurista. Ora la lascio al suo mare, immaginando il frigolìo della schiuma che si infrange sulla riva. E la brezza che accompagna un sonno dolce, il pomeriggio. E’ inevitabile che la detenzione abbia anche il compito di lasciarti dei lividi dentro dai quali provo a salvarmi. Poi all’improvviso ti viene voglia di scrivere e dimentichi il tempo aiutato dalla musica. Sposto il tavolo accanto alla porta a sbarre, chiusa dalle 20,00. Alla luce del corridoio, per non accendere quella della cella, evitando disturbi e zanzare. Poi all'improvviso lenire la malconcia solitudine e quasi stare bene.

Scrivo la sera sul tardi quando gli altri dormono e, a parte il russare di qualcuno, qui domina il silenzio. Ed è nell’aria di questi momenti, che a volte, accade l’intuizione. Allora l’afferro e cerco di spiegarla al meglio sulla pagina. Alcune di queste parole sono scomode e crude, ma così vere. Ed è quello che ho sempre cercato negli altri, ferendomi di più. Siamo vivi per raccontare, ed è vita quello che dobbiamo raccontare. Nella sera che tarda a farmi prendere sonno, le scrivo. Vorrei che le parole costruissero un arcobaleno che mi faccia scivolare via di qui. Non sarà così. Come il cielo a scacchi che disegna le finestre della cella. Nella privazione, non ho lasciato, o almeno ci ho provato, scappare le persone a me care. Batte il mio cuore e ribatte silente ma furioso, leggero ed elegante come il volo di una farfalla apparentemente disordinato. Cosa dovrò cercare? Una tregua che molti scambiano per vita? Non so, non voglio fare pensieri assoluti nella penombra di una porta serrata. Piovono ricordi. Le emozioni infioriscono d’improvviso, un manto di margherite piccole o quei fiorellini minuscoli azzurri che qui chiamano occhi della Madonna.

Sfogliando un libro, ho letto il testo “Sogno di prigione” di Dino Campana.  Mi è ritornato in mente quanto io fossi appassionato alla storia d’amore che lo legò a Sibilla Aleramo e quanto sentii fortemente le sue opere legate, a doppio filo, con il suo sacrificio e la vita disperata. Nel testo, una frase semplice: non è ancora notte. Una frase senza fine. La premessa di una sospensione. Non sarebbe un brutto titolo per il mio libro, credo.
Ogni poesia è un regalo, appena scritta non è più mia, la lascio libera per chi sa raccoglierla.
Quattro cose importanti.Qui dentro il cuore diventa denso come pece.
La prima cosa è salvarsi il cervello, altrimenti viene mangiato dall’afasia di questo mondo parallelo fatto da rettangoli e cucito da quadrati, ovunque. I cortili, le sbarre alle finestre, i tavoli del colloquio, le porte, o meglio il blindo chiuso. Mantenerlo vivo impegnandosi a percepire gli input che provengono dal carcere. I corsi, i pochi lavori. Improvvisare e disegnarsi una via alternativa.
La seconda è congelare il cuore. Farlo battere a bassa frequenza altrimenti provoca un suono cupo, troppo forte da contenere per la propria pelle. Necessità è contenere le emozioni che non possono uscire da qui. Filtrarle ai bordi, magari. Come un lago in piena che raramente esonda, altrimenti come in un lago, ogni greve parola, sia d’amore che di rabbia, gettate, rispondono con onde senza ritorno.
La terza è difendersi dal condizionamento che è altra cosa rispetto alla rieducazione. Il condizionamento è dato dalla disciplina obbligata, il ripetersi di regole prive di senso come la conta tre volte al giorno, dove, a orari periodici, dobbiamo trovarci ognuno nella propria cella. Come se potessimo poi andare da altre parti, oltre la sezione.
La quarta è trattenere la rabbia perché la galera stanca e sfianca gli animi. Bisogna imporre la propria autorità di uomo, senza diventare una belva assetata. Non farsi schiacciare dalle tante furbizie da poco. Si deve camminare a testa alta, dimostrare di essere uomini anche se ancora non so bene il significato di questa parola.

Si, la poesia è salvifica, ma, usata nel modo più sincero, diviene anche un’arma tagliente perché diventa sintesi estrema della verità emotiva e non. Non ci si può dire bugie quando si scrive e non vi ho mai trovato consolazione. La sera continuo a scrivere e, come un protagonista di Conrad, sono di fronte alla folle caccia di catturare nuove parole. Bisogna avere un forte coraggio per scrivere, soprattutto per scrivere poesia perché è vietato dire bugie. Ci sono ancora alcune cose che non ho salvato fino in fondo perché sarebbe come tirarmi fuori il cuore e scagliarlo contro un duro muro. A volte non sono pronto a sanguinare affatto. E quando cammino nel cortile di cemento, in tasca non ho nulla, ma se sono solo, forse è un inganno. Solo, non lo sarò mai. Non sono più io, da un pezzo, sono ricco di vita altrui. Ho sempre cercato di scrivere. A casa, ho delle cose che ho scritto quando avevo 20 anni, in una cartelletta verde. Ero affascinato dai poeti futuristi, da Majokowsky, dai Beat americani. Cercavo le formule della verità emotiva tramite le parole. Quasi a cercare una formula chimica. Molto ho provato con il cuore e con il corpo perché se non si ha da vivere, si ha poco da raccontare, a meno che non sia Proust. Le parole sono rimaste lì a riposare, a crescere come piccoli semi. Mi sono interessato di arte, di fotografia, di moda. Poi sono arrivati i rovesci della vita. Forse anche il dolore mi ha portato qui. Tante cose brutte sono accadute e il dolore, da un certo tipo di dolore, non si può guarire, lo si può solo ammansire. Ora sono qui, in carcere. Lo scrivere è una terapia, è una cura, è anche ambizione. L’ambizione di cercare sempre una parola nuova.