martedì 16 aprile 2019

NOTRE DAME, quando cade il die.




 
L’età superba, nostro consiglio
come fiore si colse
e quando cade il die nelle paure della veglia bruna
ricorre il navigante.
A Lei ognor volgiamo il Salve Regina
perch’ella ci salvi dagli scampi
a lei Beata, che dagli affanni il mondo ogni die tutela
oltre i mar, oltre le lande selvagge
noi testimoni della sua parola
noi che l’alta promessa da Lei s’udia
questa nostra età scortese
non ode ognor le benedette soglie.
Oh Maria!
Tremanti a te i preghi noi ploriam in mille parti
in cima ai pensier dei nostri antiqui vati
a te Beata noi periglianti invochiam scampo.

Antonia Pozzi, per lei i miei versi in uno scrigno



Restano nelle rughe della pelle come in uno scrigno
le nostre sofferenze di tutta un'esistenza

il cielo del tramonto oggi è terso
laggiù un fitto reticolato di rami
si allunga nell'immensità sconfinata del mio sguardo

il lago di canne sussulta silenzioso
dai miei occhi si scorge un sentimento strano
la mia anima palpita e io soffro
di tutta questa esistenza presente.

Note!
Afferro le note di un preludio wagneriano.
La musica! Dio quanto è bella la musica!

I rintocchi di un campanile mi martellano il cuore
mentre io mendico la mia anima lungo il lago.

Ogni cosa per me è una ferita
un pianto, lo sconfinare illecito dove il dolore è solo mio.

Appendo alla parete i mei versi
per il piacere di leggerli ora che mi sento rotta.

Nel rimpianto di un prato io libera sotto le stelle
ma nel momento in cui il rimpianto padroneggia le mie tempeste
mi levo a commozione e ho pietà di me.

Adesso torna a scrivere poesie - mi dico-
per essere più vicina alla mia tiepida carne e sentire il mio fiato in pace.

Dai veli di pioggia guardo il profilo immobile della montagna
e stringo i pugni
nel dolore altissimo di questa mia vita.

Dicono che il dolore nasca da uno sbaglio
ma quando si rincorre il diritto di esistere
è già troppo tardi.


Ho messo le scarpe più vecchie
chiudo le imposte e afferro le foglie di pizzo
delle tendine rosa della mia stanza.
Per tutte le sere della mia vita
tenterò di radunare le grida di me stessa
quando il cuore batterà all’unisono.

Sono muta davanti a lui
per poterlo riavere per me al di là dell’amore
così che io possa padroneggiare
nel canto la mia tempesta.

Forse non mi ritroverò
perduta in questa notte bianca che mi schiaccia
bacio la terra premendo le labbra
poi mi rialzo come da un sonno, leggera.

Io non so come sia
ma ad un certo punto ho incominciato a sentire gli angeli.

 
Comincia l’affanno verso sera
mi avvicino alla finestra aperta
guardo il cortile con i suoi porticati e le colonne.
 
le parole dei passanti rimbombano nella viuzza, sempre le stesse
nell’angolo della via resta seduta la vecchia fioraia che guarda inquieta
il suo sguardo è duro come il marmo
 
c’è un uomo che cammina rasente il muro
ha le punte scolorite dei baffi, il viso scialbo e sudato
porta un basco azzurro, sembra trasandato.
 
scorgo la striscia dei prati ma penso ai boschi e al loro silenzio sicuro.
Sento come non mai che laggiù c’è la pace.




Ogni cosa per me è una ferita, il grido del mio domani ucciso.
Oh quella piccola finestra bassa!
Se potessi dormire per non perdere un solo attimo del silenzio!
 
Nel sonno buio non so e non capisco l’affanno di questi miei anni di vita.
Mi è caro vegliare tranquilla
il papà suona il grammofono, è un vero piacere poter ascoltare.
 
Ho vagato con la mente nello spazio costellato di pianeti
il mio sguardo al limite dell’orizzonte
dove rivedo la Madonnina del Duomo.
 
Dietro un sottile e fitto dolore, forse i rami dei faggi
dei boschi di Pasturo possono ascoltare
questo doloroso e violento passaggio della mia vita.
 
Benvenuta anima bianca.
Oggi è stata una giornata indimenticabile
pare impossibile che questo avvenga.
 
Tutto era sole, incanto e primavera
nelle nubi e nelle gocce d’acqua
di una vita che si insinua ad insaputa del mondo.
 
E’ l’ora in cui si accendono le lampade.
Sono intimamente conchiusa in me
non sento più le mani e per la prima volta capisco che non mi avrebbe mai amata.
 
Resto sul mio cuore esiliato
e mi separo dal mio fermaglio appuntato fra i capelli
stringo i pugni sul petto che incominciano a dolermi le ossa.
 
Non sono degna di essere più guardata dalle stelle
la mia lieve follia
è avvolta nelle brume misteriose della notte.
 
La mente e il mio cuore, tremuli, nel mio disordine mentale.
Sono ai piedi del mio corpo tanto inutile e perduto
in questa notte piena di echi e di ombre nere sul muro.


La voce e la poesia, viandanti erranti.



Alcuni anni fa è venuto a mancare mio padre. Oggi vivo con il ricordo della sua perdita e ancora peggio con la sofferenza di non poterne sentire la voce. La voce è un elemento impalpabile, è una delle cose che perdiamo quando una persona scompare e, poterla preservare, è un patrimonio di ricordi e sentimenti
Maria Luisa Spaziani a proposito della voce ha scritto: “Avevo una grande paura che mia madre “ancora giovane, in quanto aveva settant'anni, morisse. Lei venne a stare a Roma e ci sentivamo, per cui ho registrato la sua voce, pensando di ascoltarla per quando lei non ci sarebbe stata più. L'ho fatto a tradimento, ed era il famoso mese di aprile. T.S. Eliot dice: “Aprile è il più crudele tra i mesi”. Era l'otto di aprile e mia madre è morta all'improvviso in due giorni: ha avuto un ictus ed è scomparsa. E allora il ricordo di quella telefonata ha dato origine a questa poesia. La poesia è una grande metafora della morte, come la morte lo è della poesia, però di quella morte che ci fa riprendere tutto dall'inizio immettendoci in un nuovo ciclo di nascita e trasformazione. “
"Mia madre"
Le dicevo buonanotte al telefono./Rispondeva un sussurro, buonanotte. /La sua voce staccata dal suo volto. /E a tradimento io la registravo. /Sapeva, la gentile, a cosa pensavo' /che un certo aprile era all'agguato, /che presto l'aspettava un chissà dove, /oltre la terra e il tempo. /Un aprile? In che anno? /Avevo letto che aprile è il più crudele dei mesi. /E venne la sua voce, un buonanotte/ultimo il giorno cinque. /Mi resta quella voce registrata. /Viene da altre ere, altri pianeti. /Pura essenza in cui lei si trasfigura, /profumo vivo di fiore sprofondato.

C’è una dialettica relazionale in questo bellissimo progetto di Giovanna Iorio che ha dato vita ad una mappa sonora in cui è la poesia che si spinge verso colui che ascolta, gli parla delle cose del mondo attraverso un grumo di parole. E così si ha la sensazione di non essere più isolati. La poesia diventa corpo e respiro, in un crescendo emotivo; diventa disponibilità verso il mondo, viene percepita confessionale, meditativa e molto altro. Si ascoltano versi e voci che indicano una rediviva concretezza dell’umano e dell’umanità della poesia che si compone lungo un filo di Arianna immaginifico e verbale. Una poesia che ci parla delle nostre esistenze, del loro senso, della memoria. Elementi che si intrecciano, si fondono, a volte si sovrappongono, fino all’esito quieto di una poesia che diventa viandante. La strada è messa a fuoco dagli stati d’animo dove le vite dei poeti si intrecciano lungo un pentagramma la cui partitura è segnata dall’altissimo sentimento di un lessico “universalizzante” fatto di persone e della loro voce. Ogni storia diventa presente, nel qui ed ora dell’esperienza poetica. Per fare questo la Iorio è ricorsa ad una forma di custodia fluida, estremamente musicale, accogliendo i respiri lunghi e brevi dei poeti e i loro versi che si aprono al mondo come fa un fiore nell’attimo in cui si schiude per incontrare il sole.


E’ un’esperienza nuova e universalmente valida che accoglie il vivere intenso dei poeti lungo un viaggio continuo come quello intrapreso nell’Ulisse di James Joyce in cui si fa poi ritorno a casa. In questa pluralità centrifuga di persone e di versi, in questo “arcipelago sparpagliato” di voci, si ha l’impressione di muoversi come Don Chisciotte nella Manica; ma il grande significato è attribuito alle parole che si plasmano in versi in ogni piccola sosta e risuonano di profondità, nella pienezza della loro significazione. Abitare sulla cartina di Poetry Sound Library con la poesia dell’attimo breve, vuol dire essere nel qui e nell’altrove, vuol dire sostare in una terra gravida, dove i versi sono messi di buon raccolto, pronti ad alimentare quel mondo gravido di appartenenza a valori condivisi di bellezza e verità, in cui la poesia diventa scrittura della residenza. Ed è in questo luogo non luogo dove la parola vive nella sua centralità, legandosi alla poesia e al sentimento che la rendono ancor più carica di significati altri.  La voce diventa memoria e senso. E tutto mi riporta agli affetti più cari, alla necessità di custodirne l’essenza attraverso le parole che poi diventano versi.  E così il pensiero va ancora a mio padre. - Entro nei tuoi occhi come in un bosco pieno di sole per dirti ciò che di più bello non ti ho ancora detto. Starei davanti a te che mi guardi ancora coi tuoi frutti carichi di miele e farei echeggiare il mondo del tuo amore. Saresti inaccessibile nel momento stesso in cui ti afferro, ma dammi un po’ della tua infinità affinché io possa piantarla con gli ulivi, fra le montagne, verso la piana. Fa che la tua assenza non corra nelle mie notti ma possa posarsi in una cesta colma di frutti illuminata da noi due-

Padre/nell’essere, sei stato ramo luminoso da cui pende il frutto/nell’essere, sei stato al pari del respiro degli alberi /di ogni erba, di ogni risorgiva fonte./Prendo tempo nel brulichio di questo tuo silenzio/che occupa il sole, l’acqua, la terra./Un grumo di amaritudine/la trafittura che brucia e cuoce/e il crepuscolo di questo gorgo che si attarda./Una porta bianca/dietro i vetri il tuo fiato nelle membra sgonfie/e poi il culmine raggiunto./Si apre l’infinito spazio/ma quiete ci sarebbe stata?/Va, Padre/non turbinare in altra necessità/segui il movimento delle sfere/le crociere degli stormi/In alto/ancora un poco/per trasmissione del cuore/nel limbo del sole di maggio.

domenica 7 aprile 2019

Premio Internazionale di Poesia Isabella Morra IX edizione


COMUNICATO STAMPA
La Casa della Poesia di Monza annuncia la IX edizione del Premio Internazionale di Poesia Isabella Morra, il mio mal superbo. Il premio, fondato da Antonetta Carrabs, presidente de La Casa della Poesia di Monza, nasce per celebrare Isabella Morra, una delle voci più autentiche della poesia italiana del XVIsecolo, pioniera della poesia romantica. Il Premio Isabella Morra viene dedicato, ogni anno, ad una poetessa italiana non contemporanea. La scorsa edizione è stato dedicato ad AMELIA ROSSELLI, quest’anno a SIBILLA ALERAMO (1876 – 1960).Poetessa e scrittrice, bella, intelligente, libera da schemi e pregiudizi.
 
La giuria della IX edizione
GUIDO OLDANI presidente di giuria
DONATELLA BISUTTI poeta, scrittrice, critico letterario
MASSIMO MORASSO poeta, scrittore, critico letterario
ANDREA GALGANO poeta, scrittore, critico letterario
ANTONETTA CARRABS poeta, scrittrice, drammaturga
ELISABETTA MOTTA critica letteraria, scrittrice
IRIDE ENZA FUNARI poeta, scrittrice


Inviare i testi all’indirizzo email premiomorra@gmail.com. Termine ultimo di consegna 30 aprile 2019. Su www.lacasadelapoesiadimonza.it tutte le info

REGOLAMENTO
Il Premio per poesia inedita, a tema libero, si articola in tre sezioni:
Sezione 1 Adulti (dai 20 anni di età)
Sezione 2 Detenuti (senza limite di età)
Sezione 3 Studenti (dai 13 ai 19 anni)
Si concorre inviando un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Ciascun testo non dovrà avere una lunghezza superiore a 50 versi. Nell’invio dei testi occorre specificare il titolo della silloge, in assenza di esso occorre specificare i titoli dei singoli componimenti. Termine ultimo di consegna 30 aprile 2019. La partecipazione al premio implica la totale accettazione del regolamento. Gli elaborati non verranno restituiti. La partecipazione al premio non dà diritto ad alcun rimborso spese, né a compensi per diritti d’autore relativi a qualsiasi pubblicazione. Il non rispetto di una qualsiasi delle indicazioni contenute nel regolamento comporta l’esclusione degli elaborati inviati.  Per la privacy i dati personali dei concorrenti saranno tutelati a norma della legge 196/2003

QUOTA DI PARTECIPAZIONE
Per la sola sezione 1-Adulti la partecipazione è subordinata al pagamento di una quota di 15.00 euro.
Il versamento va effettuato tramite bonifico bancario, specificando il nome dell’autore e intestando a La Casa della Poesia di Monza- Premio Morra 2019 – Banca Prossima piazza Paolo Ferrari 10-Milano IBAN IT63 G033 5901 6001 0000 0139 920 oppure accedendo a Paypal trasferimento denaro a luigi@lacasadellapoesiadimonza.it. Per la sezione 2-Detenuti e la sezione 3- Studenti la partecipazione è senza alcun onere.

MODALITA’ DI INVIO
I testi vanno inviati in un unico documento formato word a: premiomorra@gmail.com Nella mail di accompagnamento va specificato il seguente oggetto: Premio Letterario Isabella Morra 2019 e va allegata la scheda di partecipazione debitamente compilata. Per la sezione 1 Adulti occorre allegare anche la fotocopia del versamento effettuato.

FAX SIMILE SCHEDA DI PARTECIPAZIONE
Con la presente, il/la sottoscritto/a nome cognome – nato/a in data – residente a CAP Via/Piazza n.tel e-mail, intende partecipare alla /alle seguenti sezioni del Premio: Poesia inedita sez.1 Adulti o Poesia inedita sez. 3 Studenti.  Il sottoscritto dichiara, sotto la propria responsabilità, di aver preso visione del regolamento e di accettarne ogni sua regola; che gli eventuali inediti presentati al premio non sono mai stati precedentemente pubblicati in forma cartacea o in e-book e sono frutto esclusivo della propria creatività; di aver provveduto al pagamento della quota di partecipazione se prevista dal regolamento.  Data   Firma

PREMI
Sezione 1 – Adulti
Primo classificato: premio in denaro di 200,00 euro, medaglia luna rossa, antico simbolo della città di Monza e attestato di merito. Secondo e terzo classificato: medaglia luna rossa, antico simbolo della città di Monza e attestato di merito.
Sezione 2 – detenuti
Ai primi tre classificati targa e attestato di merito. Sezione 3 – Studenti
Primo classificato: viaggio per due persone in una capitale europea, targa e attestato di merito. Secondo e terzo classificato: targa e attestato di merito e pubblicazione sulla Villa Reale di Monza
I risultati saranno pubblicati sul sito www.lacasadellapoesiadimonza.it.  La cerimonia di premiazione si svolgerà venerdì 31 maggio 2019 ore 17,00 Reggia di Monza viale Brianza 2.

SIBILLA ALERAMO (1876 – 1960)
Figlia di Ambrogio Faccio, professore di scienze, e di Ernesta Cottino, casalinga. Era la maggiore di quattro fratelli. Trascorse l’infanzia a Milano fino all’età di dodici anni, quando interruppe gli studi per il trasferimento della famiglia a Civitanova Marche, dove il marchese Sesto Ciccolini aveva offerto al padre la direzione della propria azienda industriale. Nel 1891, a quindici anni, fu violentata da un impiegato della fabbrica, Ulderico Pierangeli: rimase incinta ma perse il bambino. Nel 1893 fu costretta dalla famiglia a un matrimonio riparatore. Trasferitasi nel 1899 a Milano le fu affidata la direzione del settimanale socialista «L’Italia femminile» fondato da Emilia Mariani. Dal 1901 al 1905 collaborò con la rivista Unione femminile di cui diventò socia nel 1906. I difficili rapporti familiari la convinsero ad abbandonare marito e figlio trasferendosi a Roma nel febbraio del 1902. Si legò a Giovanni Cena, direttore della rivista «Nuova Antologia», alla quale collaborò e iniziò a scrivere il romanzo Una donna, edito nel 1906. Pubblicato sotto lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, è la vicenda della sua stessa vita. Il libro ottenne subito un grande successo e fu presto tradotto in quasi tutti i paesi europei e negli Stati Uniti. Fece parte del comitato promotore della sezione romana dell’Unione femminile nazionale. Terminata la relazione con Cena, condusse una vita piuttosto errabonda. Nel 1913, a Milano, si avvicinò ai Futuristi. A Parigi (1913-1914) conobbe Guillaume Apollinaire e Verhaeren, a Roma Grazia Deledda. Durante la prima guerra mondiale conobbe Dino Campana: lei estremamente mondana e frequentatrice di salotti, lui schivo e appartato. Il rapporto fu quindi estremamente tormentato. Nel 1919 pubblicò Il passaggio e nel 1921 la sua prima raccolta di poesie, Momenti. Nel 1920 è a Napoli, dove scrive Endimione, dedicato a D’Annunzio. Femminista, pacifista, fascista, dopo il 1945 convinta comunista. La scrittura diventa esplicitamente il luogo in cui versare gran parte di sé: il “flusso irrefrenabile di vita” attraverso cui passa la ricerca di identità come costruzione dell’autonomia dell’essere femminile e come “sforzo incessante autocreativo”. Vera profetessa della riscoperta che il femminismo farà del suo singolare percorso di vita e di scrittura, Sibilla così annota nelle ultime pagine del suo Diario: «Io non so se i nomi di cui mi servo per tutte le cose di cui parlo sono i veri. Sono stati creati da altri, tutti i nomi, per sempre. Ma quel che importa non è nominare, è mostrare le cose.»

ISABELLA MORRA (15201546)

ISABELLA MORRA  nacque a Favale, l’odierna Valsinni nel 1520. Lontana da corti e salotti letterari, visse sotto la prepotenza dei fratelli e segregata nel proprio castello, dove si occupò della sua produzione letteraria. La sua breve vita, contrassegnata da isolamento e tristezza, si concluse nel 1546 con il suo assassinio da parte degli stessi fratelli a causa di una presunta relazione clandestina con il barone Diego Sandoval de Castro,che subì la medesima sorte. Sconosciuta in vita, Isabella Morra acquistò una certa fama dopo la morte, grazie agli studi di Benedetto Croce, e divenne nota per la sua tragica biografia ma anche per la sua poetica, tanto da essere considerata una delle voci più autentiche della poesia italiana del XVI secolo, nonché una pioniera della poesia romantica. Non si conoscevano notizie documentate inerenti alla sua vita fino a quando Marcantonio, figlio del fratello minore Camillo, non pubblicò una biografia della famiglia Morradal titolo Familiae nobilissimae de Morra historia, nel 1629.

 

ORIANA FALLACI e il suo amore assoluto per ALEKOS PANAGULIS


Un amore eterno, quello tra Oriana Fallaci e il poeta rivoluzionario greco Alekos Panagulis. La loro storia d’amore era fatta di fughe in Toscana e convivenza, ma anche di lotta attiva contro il regime dittatoriale dei Colonnelli: il suo Alekos era l’incarnazione perfetta dell'eroe. Lei era per lui “una buona compagna. L’unica compagna possibile”. Una grande passione li tenne legati fino a quando il poeta non morì in un incidente stradale, dopo anni di carcere e una tenace lotta attiva fra Atene e Firenze. Oriana descriverà così la sua bella e difficile storia d’amore con il poeta greco: “In un deserto dove ogni pianta è un miraggio, ogni filo di vento un’illusione, il deserto delle utopie, noi c’eravamo incontrati scordando di chiederci chi fossimo e dove volessimo andare; cani senza medaglia, ci eravamo presi per mano, e inciampando nelle dune di sabbia, cadendo, rialzandoci, inciampando di nuovo, ci eravamo fatti compagnia, legati dall’equivoco guinzaglio dell’amore”. 
Oriana era una tipa dura, solitaria, una donna d'acciaio, incapace di perdonare, profondamente legata agli Stati Uniti e a New York.  Capace di rompere all'improvviso, e per sempre, amicizie e amori. Fra sua madre e Panagulis “le due creature della sua vita” c’era un legame fortissimo: “più mi guardo indietro, più concludo che non ho mai amato niente e nessuno come Alekos e la mia mamma.” Oriana trascorre i primi otto mesi dalla morte di Alekos in camera della mamma per vegliarla fino alla sua morte. Poi ne ha vestito il corpo, l’ha messa nella cassa, l’ha accompagnata al cimitero “fino a vederla calare dentro il buco nero”. Sulla tomba di Alekos non ha mai portato un fiore. Ogni 1° maggio, il giorno dell’anniversario della sua morte, gli ha spedito trentasette rose rosse, perché trentasette erano gli anni quando morì. Nel cimitero della sua famiglia, a Firenze, Oriana ha posto una lapide in sua memoria. Non è mai tornata in Grecia, mai visitato la tomba di Alekos, non ha mai voluto vederla: “del resto, che senso avrebbe avuto vederla? Lì ci sono soltanto le sue ossa spolpate dai cannibali e dagli avvoltoi che vendono le T-shirt col profilo dell’eroe-morto-a-Glyfada. La sua anima sta nel mio cuore.”
Alekos caro, ti scrivo nuovamente per dirti che sono stata felice di ascoltarti una seconda volta a telefono. Anche se non possiamo dirci molte cose perché tu non capisci nulla di quello che dico e io non capisco nulla di quello che dici, udire la tua voce è bellissimo. Io, dopo, mi sento meglio. Ti ringrazio per la risposta alla mia domanda su «cosa significa essere un uomo». (…) È una splendida risposta, migliore della poesia di Kipling. Forse la userò aggiungendo alle tue parole questa domanda per me: «E per te, cos’ è un uomo?». Così io potrò replicare così: «Un uomo è… una creatura come te. È te». Tuttavia un particolare della tua risposta mi ha turbato. Quello che Andreas ha tradotto: «To love without permitting one love to become an handicap». In italiano: «Amare senza permettere a un amore di diventare un ostacolo». Ho creduto di capire che dicevi questo a me, non agli altri. Ebbene: io non sono e non sarò mai un ostacolo, un handicap. Io so che esistono cose ancora più grandi dell’amore di una persona o dell’amore per una persona. Ad esempio, un sogno. Ad esempio, una lotta. Ad esempio, un’idea. Ciao a sabato. Al massimo, domenica. E, se posso, prima (…). Finito il lavoro a Bonn, mi fermerò in Italia per salutare mia madre che è malata. Poi volerò subito da te. Non pensare nemmeno un momento di abbandonare la clinica quando arrivo io. Se devi stare in clinica, starai in clinica. E io ti farò compagnia in clinica con una profonda conversazione in greco. Oppure giocando a scacchi. Ok? Aspettami. Io ti ho aspettato tanto. - Oriana

 

Gianni Maria Versace e la suprema bellezza della sua arte.


"Quando nasci in un posto come la Calabria, e tutto intorno c’è la bellezza delle terme romane e dei monumenti greci, non puoi fare a meno di essere influenzato dalla classicità". Sono stati quindi i maestosi templi della Magna Grecia ad aver influito sul gusto creativo di Gianni Maria Versace, fino a condurlo alla scelta della testa di Medusa come simbolo della sua maison. L’effige della Medusa venne scelta perché da bambino giocava in un luogo dove c’era un antico mosaico con il volto di Persefone. “Quando le persone guarderanno a Versace” – dirà in seguito - “dovranno sentirsi atterrite, pietrificate, proprio come quando si guarda negli occhi la Medusa (colei che domina)”. Nel volto di Medusa infatti si fondono la suprema bellezza e il più spaventoso orrore. Lo scopo è di incutere timore, tanto che il simbolo fu esteso sui tetti dei templi greci ed etruschi in modo da proteggere gli edifici sacri da presenze indesiderate. Il marchio dello stilista, con le sue celebri decorazioni ispirate al mondo greco, seducono e affascinano il mondo della moda. Versace ricorda il potere seduttivo di Medusa: non una giovane inerme di fronte al potere di una dea, ma una donna forte e indipendente, capace di sedurre con il solo sguardo. Fin da bambino Gianni Maria Versace ha vissuto nel laboratorio di sartoria di sua madre Franca Olandese, al civico 13 di via Tommaso Gulli, nei pressi del Duomo, dove tutt’oggi si trova una boutique Versace.  Un bambino che trascorre i pomeriggi tra pizzi, merletti e cartamodelli, in un viavai di signore della buona borghesia reggina dalle scollature generose, dalle forme sensuali e circondato dalle giovani lavoranti/apprendiste di provincia. Passava ore a guardare sua madre stendere la stoffa sul tavolo, prendere le forbici immense dal cestone e tagliare il modello: «Lei si faceva il segno della croce e si buttava. Era l’unica sarta che ho incontrato nella mia vita che tagliava senza patron, senza cartone» - dirà di lei. Quella sarta, la più brava di Reggio Calabria, è orgogliosa della passione del figlio. Capirà il suo talento quando la maestra la chiama a scuola per farle vedere i suoi quaderni: interi fogli con disegni che ritraggono le più grandi dive del cinema italiano in tutta la loro sensualità. Il piccolo Gianni Versace dirà di aver usato: "quattro quadretti di quaderno per il seno della Lollo, cinque per quello della Loren e sei per la Mangano". La mamma Francesca rassicurerà l’insegnante e, sorridendo, le dirà che non c’era nulla da preoccuparsi: "mio figlio è interessato alla moda". E sarà in quel luogo creativo che getterà le basi, dopo aver imparato a tagliare e cucire un abito, per quel suo universo femminile fatto di donne sexy e glamour, intelligenti e spudorate.

Dalle finestre della sua casa di Reggio Calabria si vedeva il mare e le tante palme con la cattedrale. «Tutti i ricordi mi portano in questa città di mare, dove le estati, terribilmente afose, spesso sono invase dalla cenere portata dal vento che spira dalla Sicilia». Era ancora molto piccolo quando un giorno il padre Antonio lo portò al teatro Cilea per assistere a Un ballo in maschera. Gianni rimase affascinato da quell’ambiente fatto di poltrone rosse, signore eleganti, costumi colorati e maestosi. Tornato a casa, raccolse ritagli di tessuto e realizzò dei burattini. Quel ricordo sarà per lui, in futuro, fonte di grandi ispirazioni. Nel 1982 accetterà di disegnare i costumi per Josephslegende di Richard Strauss, con la scenografia curata da Luigi Veronesi per la stagione di balletto del Teatro alla Scala di Milano. L’anno dopo creerà gli abiti di scena per il Lieb und Leid di Gustav Mahler. Nel 1984 presterà la sua creatività al Don Pasquale di Gaetano Donizetti e al Dyonisos diretto da Maurice Béjart al Piccolo Teatro di Milano. Le collaborazioni si susseguiranno numerose, tanto che nel 1987 venne presentato il libro Versace Teatro pubblicato da Franco Maria Ricci. Nel 1988 presentò a Bruxelles i costumi per un balletto ispirato alla storia di Evita Peron. La giuria del premio Cutty Sark lo nominerà "Stilista più innovativo e creativo".

Gianni Versace arrivò a Milano all’età di venticinque anni. Diventò direttore creativo di una serie di maison. È il 1972 quando inizia a collaborare con tantissime aziende: disegna una collezione per la ditta di maglieria toscana Florentine Flowers, poi lavorerà con il marchio Callaghan e con Complice e Genny. Con Arnaldo e Donatella Girombelli scriverà la storia del prêt-à-porter. E sarà nell’anno 1978 a fondare la Gianni Versace che debutterà con la prima collezione femminile il 28 marzo. Dalla sartoria reggina della madre ai red carpet degli Oscar, a Los Angeles: la sua strada è stata sempre in salita. La storia dello stilista è uno dei capitoli più luminosi e importanti del Made in Italy e, più in generale, della storia della moda. Versace fu un grande creativo, uno dei più grandi stilisti del Novecento, con uno stile unico nel suo genere, con quei richiami al barocco, alle stampe colorate, con quel modo di intendere la vita e l'amore estremo tra lacci, spille da balia e richiami al bondage. Anche le sue case: il Palazzo di via Gesù nel cuore di Milano, Villa Fontanelle a Moltrasio sul Lago di Como, fino alla dimora più famosa e simbolica di tutte, Casa Casuarina a Miami, custodivano quell’estetica originale. Erano dimore, templi del suo culto, coi divani di camoscio blu nello studio, la scrivania e il caminetto del Settecento, i quadri di Pistoletto e Cucchi, i bozzetti teatrali di Bob Wilson, il disegno di Karl Lagerfeld e migliaia volumi d’arte.
Il suo debutto arriva con la prima collezione nel 1978: una sfilata milanese bellissima al Palazzo della Permanente. Fu l’inizio di una lunga carriera. Poi arriveranno i grandi fotografi da Richard Avedon, a Helmut Newton, Bruce Weber e tanti altri.  A lui va il fenomeno delle top model e l’intuizione di sintetizzare la propria carriera in libri dedicati alle collezioni, all’importanza della tradizione classica. Era il 1994 quando Elizabeth Hurley, una giovane modella al fianco di Hugh Grant, indosserà uno dei suoi magnifici abiti durante la prima del film Quattro Matrimoni e un funerale. L’abito era nero, scollato e trattenuto da spille dorate. Il successo del film celebrerà anche l’eleganza e la raffinatezza di Elizabeth che apparirà su tutti i giornali. Da allora nessuna  star ha mai resistito al fascino della Medusa, ricordiamo Madonna, Prince, Jennifer Lopez e persino Lady D che, grazie a Versace, diventerà l’icona massima dello stile. E poi Claudia Schiffer, Helena Christensen, Carla Bruni, Yasmeen Ghauri e Karen Mulder, protagoniste di sfilate e campagne pubblicitarie. Il fenomeno delle supermodelle strapagate nacque con lui.  Sulle sue passerelle sfileranno le top model più note. Come non ricordare l’indimenticabile sfilata del 1991 che vedrà insieme, cantare a braccetto Freedom di George Michael, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Linda Evangelista e Christy Turlington? Gli anni d’oro di Versace saranno quelli fra il 1990 e il 1996 e saranno gli anni non solo della moda, ma anche quelli di una linea di arredamento di grande successo che daranno vita a mostre nei più grandi musei del mondo. Le sue ultime sfilate, quelle che precederanno la sua tragica morte, saranno nere, quasi minimaliste nate per sublimare le linee erotiche e femminili. Poi, il 15 luglio del 1997, per destino crudele, lo stilista muore. Sono le 9:06 Gianni esce da Casa Casuarina per andare in edicola. Alle 9:06, mentre fa ritorno a casa, due colpi di pistola sparati da Andrew Cunanan, risuonano nell’aria e nel cuore del mondo. Il mistero della sua tragica fine resterà nella storia di tutti i tempi. Dopo la sua scomparsa sarà la sorella Donatella, la sua musa, quella meravigliosa bambolina bionda che, per lui da piccola, giocava a fare la modella: «Ero la sua bambola e la sua migliore amica. Mi vestiva come voleva lui. Mi veniva a prendere e mi trascinava via dalle discoteche e dai club fin da quando avevo undici anni. Lo adoravo. È stata la parte migliore della mia vita» E’ stata Donatella a prendere le redini della maison di moda. Il legame umano, creativo, artistico che la legava a suo fratello era indissolubile. Un legame durato tutta la vita. Dopo la scomparsa dello stilista seguiranno anni difficili. Nel 2014 il marchio cederà una quota al fondo d’investimento Blackstone per poi registrare utili in crescita e nuove aperture di boutique. Oggi, la celebre griffe italiana è passata nelle mani del gruppo americano Michael Kors ma Donatella continuerà ad essere l’anima dell’azienda. Una grande azienda quella di Versace, nata dal sogno di un bambino che il tempo consacrerà a maestro di colore, primo a stampare con diciotto colori, e di sensualità. Un bambino del sud che ha saputo giocare con la bellezza e la semplicità della luce. Oggi quel bambino riposa sul lago di Como dove la vista un po' malinconica e dolcissima del lago lo custodisce nel tempo e nella storia del mondo.